L'assoluzione di Mannino affossa (ancora) la Trattativa

Riccardo Lo Verso

Secondo la corte d'appello di Palermo l'ex politico era una vittima designata della mafia proprio a causa della sua specifica azione di contrasto a Cosa Nostra quale esponente del governo del 1991

Oltre mille pagine che illustrano la “acclarata innocenza” di Calogero Mannino e riducono in macerie l'intera tesi della trattativa Stato-mafia. Una tesi che al contrario, nel troncone principale del processo, ha retto al vaglio dei giudici della Corte di assise che ha inflitto condanne pesantissime.

 

Due verità opposte e inconciliabili. Un'aporia con la quale, prima o poi, la giustizia dovrà fare i conti. Se l'assoluzione in appello di Mannino dovesse passare l'ultimo vaglio della Cassazione lo scoglio giuridico diverrebbe una montagna insormontabile. 

 

I pubblici ministeri e giudici della Corte di Assise di primo grado (il processo di appello è in corso) non hanno avuto dubbi: Mannino diede il via al patto sporco fra mafiosi e pezzi delle istituzioni. L'ex ministro democristiano capì che la mafia non gli avrebbe perdonato gli ergastoli ormai definitivi del maxi processo. Non aveva rispettato il patto con i boss. Temeva per la sua vita e chiese aiuto ai carabinieri.

 

È l'incipit della Trattativa. Il ministro degli Interni Vincenzo Scotti, ritenuto troppo rigoroso nella lotta alla mafia, fu sostituito da Nicola Mancino. Giovanni Falcone era stato ammazzato. Lo Stato si mostrò debole e Riina ne approfittò. Tutto il resto, compresa la strage di via D'Amelio dove uccisero Borsellino e gli agenti di scorta, fu una logica e spaventosa conseguenza.

 

Mannino aveva chiesto di essere processato in abbreviato e per questo la sua posizione è stata separata dal filone principale. Già in primo grado il giudice per l'udienza preliminare Marina Petruzzella e ora in appello il collegio composto da Adriana Piras, Massimo Corleo e Maria Elena Gamberini mettono nero su bianco un'altra verità. Mannino non era finito “nel mirino della mafia a causa di sue presunte ed indimostrate promesse non mantenute (addirittura, quella del buon esito del primo maxi processo) ma, anzi, al contrario, è piuttosto emerso che costui fosse una vittima designata della mafia proprio a causa della sua specifica azione di contrasto a Cosa Nostra quale esponente del governo del 1991, in cui era rientrato dal mese di febbraio di quello stesso anno”.

 

Non c'è è solo la riabilitazione di Mannino, uomo e politico, da venticinque anni sotto processo prima per mafia (assolto) e poi per la Trattativa in un abbreviato dalla storia infinita (il processo è iniziato sette anni fa, nel 2013). È l'intera Trattativa che viene picconata. La storia del 41 bis, il regime del carcere duro, revocato ad alcuni boss – uno dei primi presunti favori ai mafiosi a cavallo delle stragi del '92 – non si può “qualificare come una concessione illogica ed ingiustificata dello Stato a Cosa Nostra, frutto di un patto scellerato”, piuttosto “come una scelta politico amministrativa condizionata da una pluralità di eventi”.

 

I carabinieri del Ros, guidati dal generale Mario Mori, anch'egli condannato in primo grado, non portarono avanti alcuna trattativa segreta con i mafiosi. La loro fu “un’operazione info-investigativa di polizia giudiziaria” che voleva sfruttare l'ex sindaco e mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, come infiltrato in Cosa Nostra per stanare il latitante Totò Riina.

 

Un'operazione di cui tutti, politici inclusi, erano a conoscenza. Lo sapeva anche Paolo Borsellino, la cui morte è stata invece considerata come frutto di una improvvisa accelerazione: "Del resto, appare altamente probabile che gli alti ufficiali del Ros avessero informato di avere preso tale iniziativa anche il giudice Borsellino – che con Mori e De Donno aveva all’epoca un rapporto di assoluta ed esclusiva fiducia”.

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