Fermare la deriva punitivista

Giovanni Fiandaca

La politica ha delegato le scelte ai giudici e le élite non hanno cultura giuridica

Con ripetuti interventi sul Corriere della sera Angelo Panebianco insiste nel tematizzare il problema dello squilibrio tra politica e giustizia. Questa insistenza è opportuna, e lo è anche perché gli spazi di operatività della macchina giudiziaria sono destinati a dilatarsi ulteriormente a causa l’entrata in vigore, col nuovo anno, della riforma Bonafede che, com’è noto, blocca la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Eppure si ha l’impressione che, di fronte all’incombere di una giustizia penale invasiva al di là di ragionevoli limiti, prevalga nella maggioranza delle persone un atteggiamento, se non di entusiastica approvazione come accade ai non pochi adepti del fanatismo punitivista, di accettazione quasi rassegnata del presente andazzo iper-repressivo. 

 

 

Nei suoi articoli più recenti (rispettivamente, del 9 e 27 dicembre scorsi) Panebianco, da politologo, prospetta ipotesi interpretative che fanno appunto leva sulle cause politiche della situazione attuale. In sintesi, l’idea di fondo è questa: l’enorme e abnorme crescita del fenomeno punitivo, con il connesso estendersi del diritto penale quasi a ogni aspetto della vita pubblica e privata, non sarebbe stato possibile se, specie da un certo punto in poi (com’è intuibile, ci si riferisce alla rivoluzione giudiziaria di Mani pulite e alle sue perduranti ricadute distorsive), non fosse avvenuto “un radicale ribaltamento dei rapporti di forza fra potere politico-rappresentativo e potere giudiziario”. Ma a questa progressiva trasformazione della nostra democrazia in una sorta di democrazia giudiziaria non avrebbe contribuito soltanto il forte indebolimento delle élite politiche. Un’altra causa non meno rilevante, sempre secondo Panebianco, andrebbe individuata nel fatto che un ampio segmento del pubblico italiano (comprensivo sia di elettori comuni, sia di consistenti parti delle stesse élite non solo politiche ma anche intellettuali, del mondo della comunicazione ecc.) difetterebbe in realtà di una autentica e matura cultura democratica: da qui una diffusa incomprensione dei princìpi che presiedono al funzionamento di uno Stato di diritto degno di questo nome e, altresì, una altrettanto diffusa insensibilità rispetto all’esigenza garantistica di sottoporre qualunque potere, incluso quello giudiziario, a limiti e contrappesi volti a prevenirne arbitrari straripamenti. 

 


La crescita di peso del potere giudiziario segnalata da Panebianco e i fattori storici, sociali, culturali, politici e persino psicologici


 

Riguardata con le mie lenti di giurista, e in particolare di penalista, questa analisi di Panebianco mi sembra convincente soltanto fino a un certo punto. Sotto il profilo causale, infatti, si potrebbe per certi versi rovesciare la prospettiva. Nel senso che la progressiva crescita di peso del potere giudiziario è leggibile, piuttosto che come causa principale, anche come effetto di una dilatazione dell’uso del diritto penale a sua volta riconducibile a un insieme eterogeneo di fattori: cioè fattori storici, sociali, culturali, politici e persino psicologici, che stanno a monte o a valle delle dinamiche relative ai rapporti e agli equilibri tra potere politico e magistratura. Insomma, se punire è diventato “una passione contemporanea”, per richiamare il titolo dell’ancora recente saggio di Didier Fassin, ciò si spiega sulla base di processi complessi la cui comprensione rimanda a interazioni causali multiple e al tempo stesso circolari. Ora, tra i fattori storico-politici e socio-psicologici responsabili dell’espansione dell’intervento penale, mi limito qui a menzionare, oltre a una inevitabile crescita delle esigenze di tutela di una società divenuta sempre più complessa, i dati seguenti: la frequente tendenza del potere politico a delegare di fatto al potere giudiziario la soluzione di questioni che esso è sempre meno in grado di affrontare, e la disponibilità per altro verso di una parte almeno della magistratura a svolgere non di rado di propria iniziativa (cioè senza preventive deleghe espresse o tacite) funzioni di supplenza politica e/o compiti di moralizzazione pubblica; l’affermarsi e consolidarsi nella cultura dominante e nella comunicazione mediatica del paradigma vittimario, col conseguente protagonismo delle vittime nella scena pubblica e la loro accresciuta pretesa di ottenere soddisfazione e risarcimenti morali mediante un ricorso il più possibile ampio e rigoroso agli strumenti repressivi; la propensione delle forze politiche non solo a venire incontro alle aspettative delle vittime, ma più in generale a strumentalizzare e manipolare, per facile tornaconto elettorale, i sentimenti e le pulsioni emotive sottostanti ai meccanismi della punizione (alludiamo all’uso politico del diritto penale in funzione di “ansiolitico” collettivo contro l’allarme-criminalità, o di medium anche simbolico volto a canalizzare in forma retributiva o di rivalsa sentimenti di rabbia, frustrazione e rancore socialmente diffusi specie in periodi di crisi come quello in cui viviamo). E il discorso potrebbe continuare, per cui rimandiamo ad ulteriori spunti di analisi e momenti di confronto anche recenti rinvenibili su questo stesso giornale (cfr. ad esempio le diverse opinioni di qualificati interlocutori riportate da Annalisa Chirico in “Contro la Repubbica dei pm”, nel Foglio del 2 dicembre, nonché il dialogo tra Alessandro Barbano e Vittorio Manes pubblicato nell’edizione del 16 dicembre). 

 


E’ necessario sviluppare la discussione pubblica sulle cause e sui rischi della gravissima nevrosi punitiva che da tempo ci affligge


 

Tutto ciò premesso, penso tuttavia che Panebianco abbia senz’altro ragione nel denunciare la scadente cultura democratica di una parte non piccola delle élite del nostro paese. Dal canto mio, aggiungerei che risulta scarsa la cultura (non solo politica, ma) anche “giuridica”, oltre che dei ceti dirigenti, dei cittadini in genere. Come ho avuto più volte occasione di sperimentare, molte persone, pure se appartenenti agli strati più colti, non hanno idee chiare sui principi basilari della responsabilità penale, e neppure sulle implicazioni derivanti dal principio costituzionale della divisione dei poteri. Questa ignoranza giuridica di fondo spesso induce a considerare “giusta” anche in diritto la soluzione desiderata in base ad aspettative politiche o a premesse morali; oppure, ad esempio, a considerare normale, anzi meritorio che un pubblico ministero occupi la scena politico-mediatica come un tribuno del popolo e simili. Così stando le cose, si comprende bene allora come le contrapposte tifoserie pro-giudici e anti-giudici abbiano potuto prendere il piede che hanno preso per lo più sulla scorta di motivazioni per dir così eteronome, cioè che nulla o poco hanno a che fare con il diritto o la giustizia in sé considerati. 

 

 

In conclusione riterrei, dunque, che un recupero dei principi della democrazia liberale abbia tra i suoi presupposti un miglioramento qualitativo sia della cultura politica, sia delle conoscenze giuridico-costituzionali dei ceti dirigenti (e – direi – dei cittadini in genere). Da professore ormai di lungo corso, vagheggio da tempo l’idea che le stesse università dovrebbero farsi carico di rendere obbligatorio per tutti gli studenti – a prescindere dallo specifico indirizzo di studio prescelto – l’apprendimento dei principi di fondo del sistema costituzionale e dell’intero ordinamento giuridico, compresi – e non ultimi – quelli relativi alla materia dei delitti e delle pene (che ve ne sia estremo bisogno possiamo tra l’altro desumerlo dall’increscioso scivolone in cui è incappato persino il ministro della Giustizia Bonafede, il quale nel corso di una trasmissione televisiva ha mostrato di non conoscere elementari regole di disciplina relative al dolo e alla colpa!). Antidoto efficace o misura illusoria? Forse, varrebbe la pena discuterne. Ma credo che sia necessario, soprattutto, sviluppare la discussione pubblica sulle cause e sui rischi della gravissima nevrosi punitiva che da tempo ci affligge e che purtroppo minaccia di aggravarsi. In mancanza di analisi sempre più approfondite, da condurre secondo prospettive disciplinari differenti e concorrenti, risulterà più difficile escogitare terapie idonee a farci raggiungere l’obiettivo cui dovremmo responsabilmente tendere: bloccare – prima che sia troppo tardi – l’avanzata di una deriva punitivista che, come un cancro produttivo di metastasi in più organi vitali del sistema sociale e politico complessivo, può infine danneggiare in modo irreversibile il funzionamento della democrazia italiana.