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Cosa dimentica Travaglio sul caso Mario Oliverio

Ermes Antonucci

Secondo la Corte di Cassazione, che ha revocato l’obbligo di dimora al presidente della Regione Calabria, ci sarebbe stato “chiaro pregiudizio accusatorio” contro di lui

In un lungo editoriale pubblicato mercoledì, dal titolo “Ma la Calabria è Italia?”, il direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio ha attaccato il Partito democratico per non aver ancora chiesto le dimissioni del presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, indagato per abuso d’ufficio e corruzione per alcuni appalti regionali. Dimissioni che Travaglio considera doverose, visto anche il passo indietro fatto a maggio dalla governatrice dell’Umbria Catiuscia Marini (sempre del Pd) in seguito all’indagine sui presunti concorsi sanitari truccati: “Vista la disparità di trattamento che il Pd riserva alle accuse (ben più lievi) per la umbra Marini e a quelle (ben più gravi) per il calabrese Oliverio, siete informati che la Calabria è in Italia?”, ha scritto Travaglio rivolgendosi ai vertici del Pd, rispolverando la sua teoria giustizialista secondo la quale “se emergono condotte già provate o altamente probabili che sono incompatibili, per ragioni penali o etiche, con l’adempimento di pubbliche funzioni ‘con disciplina e onore’ (art. 54 della Costituzione), non occorrono condanne, ma nemmeno avvisi di garanzia, per imporre le dimissioni”.

 

Insomma per imporre le dimissioni a Oliverio, secondo Travaglio è sufficiente la richiesta di rinvio a giudizio avanzata lunedì scorso nei confronti del governatore dalla procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri. C’è però un elemento, di non poco conto, che Travaglio dimentica. E cioè che l’impianto accusatorio proposto dai pm di Catanzaro è stato demolito con decisione lo scorso marzo dalla Corte di Cassazione, che ha revocato l’obbligo di dimora che per tre mesi ha confinato il presidente della Regione nel suo comune di residenza.

 

Se secondo la procura dalle indagini dell’inchiesta “Lande desolate” sarebbero emersi illeciti nella gestione da parte della Regione degli appalti riguardanti l'aviosuperficie di Scalea, l’ovovia di Lorica e il rifacimento di Piazza Bilotti di Cosenza, secondo i giudici di Cassazione “manca la gravità indiziaria” e anzi si rileva un “chiaro pregiudizio accusatorio” ai danni di Oliverio. Secondo i giudici, quelli a carico di Oliverio sono “elementi indiziari desunti dalle intercettazioni di conversazioni” di altri indagati, “alle quali non prende mai parte il ricorrente” (Oliverio). Intercettazioni che “vengono lette ed interpretate senza considerare la intonazione canzonatoria e irriverente assunta dagli interlocutori sintomatica del compiacimento per essere riusciti a persuadere il presidente della Regione della bontà dei loro progetti e della serietà della operazione imprenditoriale”. In sostanza, si legge nelle motivazioni del provvedimento della Cassazione, “la chiave di lettura delle conversazioni muove dal chiaro pregiudizio accusatorio che anche il ricorrente avesse condiviso le modalità fraudolente con cui dovevano essere finanziate le opere appaltate”.

 

I giudici di Cassazione criticano anche altri aspetti del quadro accusatorio disegnato da Gratteri e dai suoi colleghi: “Ulteriore errore di valutazione è quello che emerge dall’enfatizzazione del ruolo di ‘unico proponente’ della delibera di competenza della Giunta regionale, trattandosi di un dato solo formale, non adeguatamente approfondito sotto il profilo della rilevanza del concreto ruolo svolto dal ricorrente nella verifica della correttezza dell’iter amministrativo seguito”.

 

Anche sull’accusa mossa nei confronti di Oliverio di aver sollecitato il rallentamento dei lavori per il rifacimento di piazza Bilotti, in modo da colpire politicamente l’allora sindaco uscente e ricandidato Mario Occhiuto, la Cassazione sottolinea: “L’acritica unilateralità della lettura di tale vicenda pone fondati dubbi sull’effettiva valenza indiziaria del compendio probatorio posto a fondamento dell’ordinanza cautelare e renderebbe pertanto doverosa una ulteriore e più approfondita valutazione, che è tuttavia preclusa dall’insussistenza delle esigenze cautelari”.

 

Insomma, le uniche “condotte già provate o altamente probabili” (come scrive Travaglio) di tutta la vicenda, risultano essere quelle relative alla bocciatura senza sconti, da parte della Cassazione, delle accuse mosse dai pm contro Oliverio. Un elemento che dovrebbe indurre ancora di più a difendere il principio di presunzione di non colpevolezza previsto dall’articolo 27 della Costituzione del nostro Paese, ma costantemente ignorato da Travaglio. Da qui la domanda: “Ma il Fatto quotidiano è Italia?”.