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I dannati della gogna

Il calvario giudiziario di Mori e De Donno: “Continueremo a combattere” 

Per anni hanno combattuto Cosa Nostra, anche al fianco di Falcone e Borsellino. Poi il processo sulla cosiddetta trattativa e la gogna, “frutto di un rapporto insano e assolutamente illegittimo tra giornalismo e magistrati”

12 Giugno 2019 alle 06:00

“Sono stato colpito in quelli che sono i sentimenti più personali per un uomo delle istituzioni, cioè della fedeltà allo Stato. Questo non lo posso consentire e quindi mi batterò fino in fondo. Ecco perché devo vivere a lungo, perché devo vedere sconfitti i miei nemici”. E’ con queste parole del generale Mario Mori, ex comandante del Ros dei Carabinieri ed ex direttore del Sisde, che si apre la prima puntata de “I dannati della gogna”, la docu-serie targata Il Foglio dedicata alle vittime della gogna mediatico-giudiziaria. Protagonisti della puntata il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno, anch’egli ex ufficiale del Ros. Insieme per anni hanno combattuto Cosa Nostra e contribuito all’arresto di decine di mafiosi (tra cui il superboss Totò Riina), lavorando anche al fianco di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Eppure, da 25 anni, su di loro si è scagliata l’accusa più infamante per degli uomini delle istituzioni: quella di aver tradito lo Stato e di aver favorito la mafia. Oggi sono imputati nel processo di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, in cui sono stati condannati in primo grado.

   

Intervistati da Ermes Antonucci, Mori e De Donno ripercorrono le tappe dell’eterno calvario giudiziario, raccontando le conseguenze subite sul piano personale, professionale e sociale a causa del linciaggio mediatico (Mori è già stato accusato e poi assolto in via definitiva sia per la mancata perquisizione del covo di Riina che per la latitanza di Bernardo Provenzano).

  

“Di fronte a una vicenda che ormai ha assunto quasi le forme di una persecuzione, uno o si deprime e arriva al suicidio, oppure cerca di reagire. Io ho cercato di reagire, di farmi una ragione di tutto questo, forte della mia sicurezza di essere stato un funzionario dello Stato onesto, e quindi continuo a combattere”, dice Mori. “Per le attività che ho fatto e che abbiamo fatto con il Ros forse pensavo di dover ricevere qualche ricompensa”, afferma con sconforto De Donno, rigettando ogni accusa sul suo operato: “Molta gente parla senza conoscere i fatti. E’ totalmente in cattiva vede perché legge e ricostruisce le vicende a senso unico, senza raccontare l’assetto globale. Ad esempio, la sentenza Borsellino IV dedica alcune centinaia di pagine al lavoro che abbiamo fatto io e il generale Mori e addirittura ci indica come le persone di cui Cosa Nostra aveva paura che tornassero a lavorare con Borsellino all’inchiesta mafia e appalti”.

    

Invece per entrambi è arrivata la gogna, “frutto di un rapporto insano e assolutamente illegittimo tra giornalismo e magistrati” e “indegno di un Paese civile” per De Donno, e “degrado di un modo di fare politica, giornalismo e di tenere i rapporti interpersonali” per Mori. Una persecuzione mediatica spesso realizzata persino dagli stessi magistrati che da tempo cercano di farli condannare: “Il pubblico ministero è un ufficio impersonale. Mi sta bene che i pm che mi hanno accusato abbiano fatto bene il loro lavoro e abbiano ottenuto nell’ultimo caso anche dei risultati. Quello che non mi sta più bene è che dopo il giudizio continuino a fare considerazioni sul mio comportamento. Questo sta a dimostrare che non è una gestione professionale della vicenda, ma ideologica. E questo non lo ritengo giusto e corretto”, attacca Mori.

   

Così, se la condanna in primo grado subita a Palermo nel processo sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, vista l’assenza di elementi concreti, ha sorpreso sia Mori che De Donno, ora sull’esito del processo di appello (cominciato lo scorso fine aprile) entrambi si dicono pessimisti: “L’appello sarà fatto nel brodo di cultura palermitano – spiega De Donno – Essendo una Corte d’Assise, in cui ci saranno anche giudici popolari che inevitabilmente saranno vittima di un tam tam mediatico enorme, sull’appello sono pessimista. Credo che questo giudizio si risolverà in Cassazione”. Ed entrambi vogliono continuare a combattere.

Ermes Antonucci

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