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Il cambiamento è lo sputtanamento

Claudio Cerasa

Trasformare il sospetto nell’anticamera della verità. Usare il fango come un’arma della lotta politica. Sputtanare il prossimo. Un post-it per gli avvocati del popolo che aggrediscono lo stato di diritto giocando con gogna, giustizia e intercettazioni

Il professor Giuseppe Conte si è presentato sulla scena politica offrendo per se stesso la definizione di “avvocato del popolo” e a due mesi esatti dalla nascita del governo quell’espressione sta assumendo una connotazione finalmente chiara, che forse vale la pena esplicitare. Per quanto possa essere ironico, il ruolo di avvocato del popolo, per il presidente del Consiglio, oggi è più urgente che mai e la ragione è legata al fatto che il popolo italiano si ritrova di fronte a una minaccia che coincide esattamente con il profilo del governo del cambiamento. E più passano i giorni e più risulta chiaro che per l’avvocato del popolo il compito più complicato nei prossimi mesi sarà quello di difendere il popolo dal governo da lui stesso guidato. Il ragionamento vale quando parliamo di economia e quando parliamo di quanto peserà per le casse dello stato la progressiva perdita di affidabilità del nostro paese. Il ragionamento vale quando parliamo di lavoro e quando parliamo di quanto peserà sulla bilancia dell’occupazione la scelta di combattere il precariato con strumenti legislativi utili a far aumentare la disoccupazione. Ma il ragionamento vale soprattutto quando parliamo di giustizia e le parole consegnate in questi giorni ai cronisti dal ministro Alfonso Bonafede sono la spia di un’emergenza destinata a pesare sul futuro del paese non meno del pericolo di collasso dell’economia. Se è vero che il populismo è nemico del popolo nella misura in cui toglie delle libertà al popolo fingendo di dargliene delle nuove, la storia dell’agenda Bonafede è il manifesto perfetto di come la demagogia populista sia un pericolo per la libertà di un paese.

 

L’Italia, lo sappiamo, ha dei gravi problemi legati a processi che durano troppo, a sovraffollamenti carcerari che trasformano le pene in torture, a un sistema giudiziario che alimenta la mostruosa macchina della gogna e come se nulla fosse il ministro Bonafede nelle ultime settimane ha promesso che da qui alla fine dell’anno lavorerà per aumentare i tempi della prescrizione (e dunque dei processi), per bloccare qualsiasi tentativo di incentivare l’uso di pene alternative al carcere (i termini per approvare il primo decreto attuativo della riforma del sistema penitenziario voluta dal governo precedente scadono il 3 agosto) e per eliminare ogni paletto capace di combattere l’utilizzo selvaggio delle intercettazioni penalmente non rilevanti (il processo mediatico sta al grillismo come l’estetista a Casalino). Quest’ultimo passaggio è stato esplicitato con orgoglio negli ultimi due giorni dal ministro della Giustizia che nell’indifferenza generale ha ammesso che il faro della sua azione di governo coinciderà con uno dei princìpi del vangelo secondo Davigo: “Non esistono innocenti, esistono solo colpevoli non ancora scoperti”. E così, con nonchalance, Bonafede ha messo in cantiere una controriforma della Giustizia finalizzata a eliminare ogni provvedimento capace di mettere un filtro tra le intercettazioni usate per indagare e le intercettazioni usate per sputtanare.

 

Nella legislatura precedente, il governo approvò una legge per regolare in modo soft l’utilizzo delle intercettazioni al fine di impedire la trascrizione delle conversazioni irrilevanti negli atti dei processi, “per escludere ogni riferimento a persone solo occasionalmente coinvolte dall’attività di ascolto e, in generale, il materiale d’intercettazione non rilevante a fini di giustizia, nella prospettiva di impedire l’indebita divulgazione di fatti e riferimenti a persone estranee alla vicenda oggetto dell’attività investigativa”. La riforma non sarebbe stata sufficiente per debellare alla radice la macchina del fango della gogna ma quantomeno indicava una direzione contro la quale il nuovo governo ha invece deciso di opporsi. E lo ha fatto per una ragione semplice: con quella “legge bavaglio”, ha detto ieri il ministro Bonafede, “sarebbe stato impedito ai cittadini di ascoltare le parole dei politici indagati o dei politici quando sono al telefono con persone indagate”. Si potrebbe replicare a Bonafede che in base a questo principio anche il ministro della Giustizia avrebbe il dovere morale di pubblicare su Facebook la cronologia delle sue telefonate con il dottor Luca Lanzalone (ops!) ma la ragione per cui la controriforma inserita dal governo Conte nel prossimo milleproroghe è una classica forma di populismo che toglie delle libertà al popolo fingendo di dargliene delle nuove è legata ad alcune questioni che si trovano al centro della orrenda grammatica sfascista.

 

Non serve ricordare che in Italia ogni anno vengono fatte 132.749 intercettazioni che coincidono a quattro volte il numero di intercettazioni compiute in Francia e quaranta volte il numero di captazioni effettuate in Gran Bretagna e negli Stati Uniti (escluse le attività compiute dai servizi segreti). Non serve ricordare che l’Italia è da anni il paese con il più alto numero di intercettazioni pro capite (76 ogni 100 mila abitanti contro le 23,5 della Francia, le 15 della Germania, le 6 della Gran Bretagna, le 0,5 degli Stati Uniti, i dati sono stati diffusi nel 2004 dal centro studi tedesco Max Planck Institute for Foreign and International Criminal Law). Ciò che serve ricordare è che la libertà personale di ciascun cittadino, quando si parla di giustizia, è direttamente proporzionale alla capacità che ha una società di combattere la cultura del sospetto. E una classe politica che decide di trasformare la cultura del sospetto in una bandiera da sventolare con orgoglio non fa che alimentare un meccanismo mostruoso all’interno del quale per essere condannati non è necessario arrivare a una sentenza, ma è sufficiente “spuntare” per una qualsiasi ragione all’interno di un’intercettazione. Non è rilevante se l’intercettazione sia penalmente irrilevante o se la trascrizione sia legittima oppure no. Ciò che è rilevante è se l’intercettazione possa essere o no una notizia utile a infangare qualcuno. Il ministro Bonafede non poteva dirlo in modo più chiaro – non si può impedire a un cittadino di ascoltare le parole di politici quando sono al telefono con persone indagate – e la sua fasulla difesa del diritto di cronaca in realtà non è che la difesa di un altro diritto: il diritto di poter sputtanare il prossimo, il diritto di trasformare il sospetto nell’anticamera della verità e il diritto di usare le intercettazioni come un’arma non convenzionale della lotta politica. “Datemi sei righe scritte dal più onesto degli uomini – diceva il cardinale Richelieu – e vi troverò una qualche cosa sufficiente per farlo impiccare”.

 

Nei prossimi mesi gli avvocati del popolo avranno molti problemi da risolvere. Ma uno di questi coincide con un gioco di parole e con una equazione forse impossibile da negare: dimostrare che il governo del cambiamento non è il governo dello sputtanamento. Perché limitare la pubblicazione delle intercettazioni irrilevanti non è un bavaglio: è un argine contro gli sciagurati velinari delle procure che si divertono a giocare con le vite degli altri.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.