Davide Casaleggio (foto LaPresse)

La democrazia sòla al comando

Claudio Cerasa

Casaleggio, il Parlamento da abolire e il dramma di un paese addormentato di fronte ai progetti eversivi

Per descrivere le complicate dinamiche istituzionali italiane, Ennio Flaiano ripeteva spesso con un sorriso che la situazione politica in Italia è grave ma non è seria. Oggi, anche grazie all’illuminante intervista rilasciata alla Verità da Davide Casaleggio, potremmo dire che la situazione politica in Italia, per quanto comica, sia tanto seria quanto grave, proprio perché in molti pensano che in fondo sia solo un po’ comica. Proviamo a ricapitolare per chi si fosse perso qualche passaggio. In Italia, e Davide Casaleggio lo ha confermato in modo esplicito, c’è un disegno eversivo in corso progettato da un comico, elaborato dal capo di una srl privata, osannato dalle piazze, coccolato dalla borghesia, rappresentato in Parlamento da duecentoventidue deputati e centonove senatori che in modo trasparente punta a organizzare un grande Vaffanculo day per sbarazzarsi non di un semplice avversario politico ma del principale strumento che ha un paese maturo per tenere a distanza gli istinti totalitari: la democrazia rappresentativa.

 

Il fatto che non sia più una notizia che i vertici del più importante partito italiano dicano, violando una quantità insensata di articoli della Costituzione, a partire dal numero uno, che “il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile”, che “i grandi cambiamenti sociali possono avvenire solo coinvolgendo tutti attraverso la partecipazione in prima persona e non per delega” e che “tra qualche lustro è possibile che il Parlamento non sarà più necessario” è una notizia che testimonia una patologia della nostra opinione pubblica, che non è un effetto ma è una causa dell’affermazione di una forma progressiva di totalitarismo digitale. Tutto è ormai consentito e tutto è ormai ordinario. Si può aggredire senza scalpore un diritto acquisito (pensate ai vitalizi). Si può teorizzare senza scalpore l’anti parlamentarismo (pensate al vincolo di mandato). Si può spacciare il diritto allo sputtanamento per diritto di cronaca (pensate alle intercettazioni). Si può accettare che un sottosegretario possa minacciare un collega di dover rispondere delle opinioni espresse nell’esercizio delle proprie funzioni (lo ha chiesto due settimane fa l’onorevole grillino Vittorio Ferraresi). Si può infine acconsentire che i vertici del primo partito italiano spaccino il maoismo digitale nella più raffinata forma di evoluzione della democrazia senza che ci sia nessuno che abbia la forza di dire che l’illusione che siano i cittadini a poter decidere senza delega il futuro del paese è un’arma utilizzata per nascondere un meccanismo pericoloso: lo svuotamento della politica, la delegittimazione del Parlamento, l’affermazione del principio che ci sia qualcuno che da dietro le quinte di una srl privata abbia il diritto di eterodirigere una democrazia.

 

Il populismo è un nemico del popolo nella misura in cui, in nome dei cittadini, spaccia la limitazione della libertà nell’affermazione di un nuovo diritto. E se oggi non fa scalpore la notizia che il più importante partito italiano lavori per una democrazia sòla al comando – e se illustri costituzionalisti, illustri magistrati, illustri opinionisti, illustri osservatori dopo aver combattuto per non avere un monocameralismo non si sentono in dovere di combattere per evitare un cameralismo monco – la ragione è spiegabile con la stessa favola di Esopo che molti genitori raccontano la sera ai propri figli: i pastori che urlano al lupo al lupo quando il lupo non c’è non verranno creduti quando poi il lupo arriverà davvero. Sostituite la parola lupo con la parola deriva anti democratica e capirete perché le uniche parole che possono fotografare lo smarrimento di un paese che non si rivolta di fronte a un partito che sogna di sostituire la democrazia rappresentativa con un software della Casaleggio Associati sono quelle usate nel 1922 da Piero Gobetti pochi giorni dopo la Marcia su Roma: “Ci ha amareggiato in questi giorni il vedere con quanta indifferenza siano considerate le libertà più elementari di stampa, di associazione, di parola. Il popolo nostro non le merita, non le sente, perché non le ha conquistate”. Ieri la marcia era su Roma, oggi la marcia è contro la democrazia. Le epoche sono diverse, le simmetrie sono spericolate, le minacce non sono paragonabili ma le domande sono sempre le stesse: fino a quando di fronte a un progetto eversivo si può essere complici e far finta di niente?

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.