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L'ultimo atto di Marco Pantani

Vent'anni fa il Pirata conquistava la sua ultima vittoria da professionista. Lo fece a Courchevel, la montagna del sogno socialista francese tramutatosi in un pascolo per ricchi in vacanza

16 Luglio 2020 alle 06:00

Quando Marco Pantani chiese informazioni sulla salita conclusiva della quindicesima tappa del Tour de France tutti alla Mercatone Uno gli diedero la stessa risposta: regolare. Poi una precisazione: il tratto duro è tra i diciotto e i quindici chilometri dall’arrivo. Il sottointeso era: la differenza la si può fare lì e lì solo.

  

Qualche ora dopo, quando la strada sotto le ruote del gruppo ritornò a salire, dopo la lunga discesa che dalla cima del Col de la Madeleine portava a Aigueblanche e Moûtiers, Marco Pantani si guardò attorno e scosse la testa con un’espressione mortificata, come se ciò che gli stava attorno non fosse di suo gradimento. Sbuffò più di una volta. Poi si levò la bandana con rassegnata ostinazione. Sapeva cosa doveva fare, era certo che quello fosse il momento giusto, anche se quello non era il posto giusto.

 

La montagna a Courchevel è solo uno sfondo. Le creste alpine tagliano l’orizzonte, certo, la vegetazione è quella montana, vero, la strada sale, non c’è dubbio, ma tutto è posticcio. Courchevel è un esperimento tradito. Doveva essere la montagna di tutti, o almeno così l’aveva concepita nell’immediato dopoguerra il Consiglio provinciale della Savoia: “Un luogo dove ogni cittadino avrebbe potuto trovare aria buona indipendentemente dalla condizione sociale e dal reddito”, insomma una montagna socialista. L’urbanista Laurent Chappis aveva iniziato a lavorarci per questo. Partì dalla strada. La mulattiera che saliva verso il Pas du Lac, venne allargata e spianata, addolcita in una pendenza costante per permettere a chiunque di salire con i grandi bus che la provincia avrebbe messo a disposizione. Poi arrivarono i primi condomini. E con loro le prime attività commerciali.

 

Solo pochi anni dopo le buone intenzioni si tramutarono in buone occasioni. I condomini divennero alberghi, le attività commerciali banche, boutique e ristoranti di lusso e quella strada pensata per i bus divenne un serpentone cavalcato da auto di grossa cilindrata. La montagna del popolo fallì in un’orgia di capitali, vip in vacanza e bottiglie di champagne da migliaia di franchi.

 

Fu tra i boschi che precedevano le selve di casermoni e grandhotel che Marco Pantani si alzò sui pedali e scattò. Mancavano sedici chilometri all’arrivo. Con lui rimasero in pochi: Kevin Livingston, Richard Virenque e Lance Armstrong. Il Pirata abbassò la testa quasi a non volere vedere la montagna usurpata, la sua era una scalata espiatoria contro ciò che in quella salita non riusciva a trovare: la rarefazione della urbanizzazione.

 

Livingston e Virenque si persero per strada, lasciando il posto di incomodo a un Roberto Heras apparso dalle retrovie. La resa dei conti tra Armstrong e Pantani non poteva non avere un testimone. Lo scalatore romagnolo aveva mal digerito le mezze parole dell’americano in cima al Ventoux. Il texano si era infastidito per gli scatti del Pirata sull’Izoard il giorno prima. Sperava di avere nell’italiano un alleato per staccare Jan Ullrich. Uno da accontentare con vittorie parziali. Ma Pantani vassallo non era mai stato.

 

Su fianchi di quella montagna urbana, colma di esclusività danarosa, Pantani decise che era il tempo di rendere nudo il re e rendersi parte integrante di ciò che gli stava attorno, mettere sui pedali tutta quell’esclusività. Non scattò quella volta. Incrementò il ritmo gradualmente ma così a lungo che a chi gli stava a ruota non rimanevano che due possibilità: o scoppiare o staccarsi. Scelsero entrambi la seconda opzione.

 

Marco Pantani si girò solo dopo un centinaio di metri. Prese atto della nuova situazione e continuò. L’impensabile si era realizzato: Lance Armstrong, che sino ad allora non era mai stato staccato da nessuno, si trovava a inseguire. Il Pirata raggiunse anche José Maria Jimenez, l’ultimo degli avanguardisti del mattino. Non lo guardò nemmeno, continuò per la sua via, pedalando di furia e di rabbia. Non aveva tempo per le gentilezze, scappava da uno spettro mentre cercava di agguantare ciò che sperava lo potesse salvare: un’impresa, la certezza di essere il migliore. Voleva ciò che Armstrong indossava e nemmeno quei dieci minuti di ritardo dal texano gli facevano paura.

 

Pantani lo striscione d’arrivo di Courchevel lo attraversò per primo. Si limitò ad alzare una mano. Non sorrise neppure. Si era accontentato di rinascere quel giorno dopo la squalifica di Madonna di Campiglio dell’anno prima. A sorridere c’avrebbe pensato un’altra volta, alla prossima vittoria.

 

Un’altra vittoria però non ci sarebbe mai stata. Il 16 luglio del 2000, vent’anni fa, Marco Pantani mise in scena il suo ultimo capolavoro.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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