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Davvero non possiamo perdonare Lance Armstrong?

Per il Tour de France e per molti appassionati di ciclismo il texano non esiste, è un omissis nell'albo d'oro della Grande Boucle. Il documentario di Marina Zenovich, la memoria cancellata e quel senso di tradimento che ancora proviamo

26 Maggio 2020 alle 18:58

Davvero non possiamo perdonare Lance Armstrong?

Lance Armstrong non esiste. Lance Armstrong è un buco nero nella storia del ciclismo. A scorrere l’albo d’oro del Tour de France dal 1999 al 2005 se va bene c’è un nome barrato, se va male un vuoto o una scritta: “Non assegnato”. Resistono i secondi, i terzi, un lungo elenco di battuti, ma non un vincitore. “Non assegnato” è diventato lo pseudonimo del corridore americano. 

 

Lance Armstrong non esiste perché è un pugno sulla bocca dello stomaco, una pagina da dimenticare di un romanzo avvincente, quello del ciclismo. Come fosse un incubo dal quale ci si risveglia e che solo a ricordarlo fa paura. E allora è meglio cancellarlo, eliminarlo dalla memoria sperando che tutto possa tornare a essere quello che è sempre stato. Perché Lance Armstrong è stato un bluff mondiale, l’uomo sopravvissuto al cancro che non solo è tornato a correre in bicicletta, ma che è stato capace di tornare a essere protagonista, a battere tutti, a vincere sette Tour de France consecutivi. Come, l’abbiamo scoperto dopo. “Epo, ma non molto, trasfusioni di sangue e testosterone. Il piano era conservativo, per niente rischioso e matematico”, confessò a Oprah Winfrey nel 2013. 

 

Una menzogna in bicicletta, come tante. Ma peggiore delle altre. Perché se è vero che a pane e acqua difficilmente si va e quasi mai forte, se è vero che la chimica – in un modo o nell’altro – va in bicicletta dalla fine dell’Ottocento, è altrettanto vero che in pochi sono diventati metafora della speranza, incarnazione di una possibile redenzione dalla malattia. Perché Lance Armstrong era stato dato per spacciato a causa di un tumore ai testicoli, che ha combattuto, vinto, reso passato. Il texano su questo ha costruito la sua immagine, per questo ha raccolto fondi e donazioni, dopo questo è tornato a correre. Allo stesso modo di prima, dopandosi. Non era il solo. Eppure la quasi la totalità degli appassionati di ciclismo non gliel’ha mai perdonato. Non dopo le confessioni a Oprah, non adesso che è uscito “Lance”, il documentario diretto da Marina Zenovich, andato in onda ieri su Espn.  

 

 

Perché non si può perdonare chi si è fatto beffa della fiducia, chi ha infranto la speranza di una seconda possibilità, chi ha infangato la credibilità dei sopravvissuti. Perché la gente è disposta a perdonare tutto, “mai però i mendaci racconti di un sopravvissuto. A loro, e forse solo a loro, si richiede un’onestà totalizzante”, scrisse Friedrich Dürrenmatt. Per lo scrittore e drammaturgo svizzero per le persone non c’è colpa più grande di un modello di resistenza che mente, perché “erode la base del romanzo di speranza che la maggior parte delle persone si racconta per convincersi che domani sarà un giorno migliore”. Gli eroi, d’altra parte, sono sempre serviti a questo. 

 

Lance Armstrong non ha fatto nulla per non vestire i panni dell’eroe, anzi a volte se li è messi addosso da solo. Diceva, e continua a dire, di essere stato “una speranza di una vita migliore per milioni di persone”. E in fondo lo è stato. Ha detto che “molte persone hanno beneficiato dei fondi che la fondazione che ho istituito ha dato a favore ricerca sul cancro”. E anche in questo ha ragione. Ma a che prezzo? 

  


Foto LaPresse


 

Gli eroi però non si formano da soli. È sempre la gente che li evoca e gli invoca. E ciò vale anche per Lance Armstrong. Piaccia o no. Il texano è servito al ciclismo per superare la pagina nera che si era aperta al Tour de France del 1998, quello vinto da Marco Pantani, quello dello scandalo Festina, quello della perdita della verginità del ciclismo. È nel luglio del 1998 infatti che il doping si è trasformato da presenza silenziosa a spettro urlante. A tutti serviva un diversivo per non rompere il giocattolo e questo diversivo, più nel male che nel bene, è stato Lance Armstrong. 

 

Sapevano tutti del bluff? Forse no. Ma ai più è andato bene. Chi ne ha messo in discussione la sacralità è stato emarginato. Ne sa qualcosa Filippo Simeoni, tra i primi a scoprire il vaso di pandora e tra i primi a subire l’esilio. “Mi hanno insultato, come se fossi un traditore, un reprobo da gettare nelle fogne”, ha detto a CyclingNews. Eppure è proprio Filippo Simeoni a dire: “È un uomo che ha sbagliato, ha ammesso i suoi errori e ha pagato. Ora è giusto che volti pagina. Tutti meritano una seconda possibilità. Gli hanno portato via sette Tour, ma chiunque sia appassionato di ciclismo sa chi ha vinto quei Tour. Probabilmente li avrebbe conquistati anche senza doping, anche se per lui sarebbe stato molto più difficile”. 

 

Non è obbligatorio perdonare Lance Armstrong. Quello che è necessario però è non fare finta che non sia esistito. Non si può elidere una parte della storia di questo sport, sebbene traumatica, deve essere affrontata e la versione del texano, invece che schifare e spaventare, dovrebbe darci lo spunto per capire che, soprattutto lo sport, non genera eroi, che si può tifare, esultare, gioire per le vittorie altrui, ma che queste rimarranno sempre e soltanto vittorie. “Volevo vincere e ho fatto di tutto per farlo. Anche ciò che era vietato”, d’altra parte “l’Epo era dappertutto, non potevi dire di no al doping se volevi vincere”. 

 

Armstrong nel documentario di Marina Zenovich appare per quello che è: un uomo alle prese con la sua rovina, una figura triste che si pone al di sopra di tutto e di tutti, convinto di essere ancora un superuomo non capito, non compreso, vittima della crudeltà del mondo: “L’Italia ha ucciso Pantani, la Germania disprezza Ullrich e gli americani mi odiano. Per tre come noi non ci sarà redenzione”. Non è così, abbiamo capito che così non è mai stato.  

 

Armstrong non è Pantani, abbandonato sì da chi lo aveva innalzato a mito non appena le cose si sono messe male – la squalifica di Madonna di Campiglio al Giro d’Italia del 1999 –, ma mai dimenticato da chi lo ha visto correre. E non è neppure Jan Ullrich, straordinario corridore incapace di esserlo davvero e di essere amato per quello che meritava. Armstrong ha provato a cavalcare l’onda che lo ha posto nel trono degli eroi e, una volta scoperto il bluff, come eroe ha fallito. Va preso atto di questo fallimento. Eliminarlo dalla memoria comune non ha senso. 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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