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Per una parola di troppo. La vittoria di Pantani sul Ventoux e la prima crepa di Armstrong

Vent'anni fa il Pirata conquistava la decima tappa del Tour de France 2000 davanti all'americano in maglia gialla dopo una rimonta insperata

13 Luglio 2020 alle 06:00

I faggi e i cerri ancora facevano bella presenza a bordo strada. Le loro ombre si mescolavano, confondendole, a quelle brevi e nervose che seguivano lateralmente i corridori. Da lì a pochi chilometri sarebbero rimaste soltanto le figure dei ciclisti a macchiare l'asfalto bollente della strada che conduceva verso la cima. Ancora pochi minuti e un vuoto lunare avrebbe circondato tutto, inghiottito tutto. Perché lassù, passati i 1.500 metri del Mont Ventoux, nessuna forma di vita resiste. O almeno nessuna forma di vita che non abbia una buona motivazione a stare lì. E la bicicletta, si sa, è sempre una buona motivazione.

 

Tra le chiome arboree che resistevano, sopravvivevano soltanto poche chiome umane. Sei teste scurite da capelli tagliati corti, unico rimedio al caldo che arrostiva la Francia. Sei teste e un'assenza, anzi una doppia assenza: un cranio completamente rasato, quello che tutti speravano fosse lì tra i migliori, ma che in pochi, in realtà, aspettavano davvero. Perché ciò che era stata una certezza, si era trasformata in una chimera dopo una dannata mattina di inizio giugno a Madonna di Campiglio. Marco Pantani era sparito da allora, aveva fatto perdere le sue tracce, perdendosi lui stesso in un vortice di desolazione. La stessa che avrebbe incontrato da lì a poco lungo la strada che attraversava la pietraia del Ventoux.

 

Il Pirata era da mesi che si augurava una rinascita francese, ma alla prima occasione buona aveva subito l'onta di uno schiaffo dritto in muso. Era successo appena tre giorni prima verso Hautacam, la montagna sopra Lourdes. La Madonna non aveva fatto il miracolo. E poco importava se la superiorità ascensionale di Lance Armstrong fosse più chimica che divina, il Pirata quel giorno finì a oltre cinque minuti, con le gambi pesanti e il morale sotto i tacchi.

 

Aveva detto a tutti che c'avrebbe riprovato. Aveva sussurrato a se stesso che non poteva finire così. Ma anche quel giorno, quel 13 luglio del 2000, vent'anni fa, Pantani era rimasto indietro non appena la velocità si era fatta più sostenuta.

 

Si era fatto staccare e per di più sul suo terreno d'elezione. Ma non aveva staccato. Era rimasto a qualche decina di secondi di ritardo, aggrappato come un naufrago alla speranza che il maltempo potesse passare. Speranza vana, ché quei sei salivano regolari e veloci. Ma pur sempre una speranza era. E quando vide che i secondi da una trentina divennero una ventina, la speranza si trasformò in intolleranza verso il destino baro e il suo presente lento. Marco Pantani sbuffò, si levò sui pedali, accelerò alla vecchia maniera, come fosse in testa a tutti. Uno, due, tre accelerazioni. Poi il paesaggio si spogliò di qualsiasi orpello. Un richiamo, un invito a fare lo stesso. Le pietre invasero i suoi occhi, la sua testa iniziò a brillare sotto il sole, mentre i suoi pensieri a poco a poco iniziarono a disegnare una folle idea: se li riprendo li stacco.

 

E quando li riprese mantenne la promessa. Prima guadagnò la testa del gruppetto, poi, mani basse sul manubrio, iniziò a ballare sui pedali come solo lui sapeva fare: una danza di rapida cattiveria e delicata armonia. E quando a cinque chilometri mise un po' di vuoto tra sé e gli altri quella speranza a cui si era appeso Pantani, invase tutte le televisioni e si sedette sui divani ormai sgombri, alle spalle di persone in piedi a saltare e a urlare. Come se fosse il risveglio da un brutto sogno, il saluto definitivo di un cattivo pensiero.

 

Quegli ultimi cinque chilometri che portavano ai 1.912 metri dell'osservatorio meteorologico furono velocissimi ed interminabili. Pantani scattò quattro volte a vuoto, rischiò di pagare lo sforzo, tirò il fiato qualche centinaio di metri, poi si trovò solo. Al quinto tentativo quel vuoto rincuorante che sapeva aprire tra sé e gli altri si ripropose. Per poco più di un minuto il Pirata rimase solo. Fu solo allora che Lance Armstrong, stanco di aspettare una reazione di Jan Ullrich, decise che la sua maglia gialla doveva far coppia con la maglia rosa della Mercatone Uno in trasferta. L'americano di cattiveria salutò i suoi avversari e si mise a inseguire il Pirata. Lo raggiunse con facilità. Andarono avanti di comune accordo, ognuno tirando il collo all'altro come è giusto che sia. Si stimavano allora i due, avevano pianto assieme alla notizia della morte di Fabio Casartelli, avevano vissuto sfortune che avevano messo in pericolo la loro vita.

 

Quel senso di vicinanza finì lungo gli ultimi metri della decima tappa del Tour de France. Pantani passò per primo il traguardo in cima al Ventoux. Stremato davanti a un Armstrong stremato. La maglia gialla non attaccò negli ultimi metri, sancì con il secondo posto la legge del Ventoux, quella che aveva scritto scattando a ripetizione Pantani. Fu il giusto finale. Un epilogo che forse sarebbe potuto essere diverso, ma che diverso non fu. La conclusione perfetta di una tappa meravigliosa.

 

Ci pensò il texano a rovinare tutto. "Pantani ha attaccato tante volte, era giusto che vincesse lui, anzi aveva il diritto di vincere, per come ha corso e per quello che rappresenta", disse. Un modo garbato per dire che sì il Pirata era andato forte, ma che era stata una sua concessione il risultato finale. Una carezza violenta, uno sputo in faccia travestito da bacio, una crepa in quel quadro di grande campione che l'americano si stava costruendo. Perché agevolare la vittoria di qualcun altro è prassi normale nel ciclismo "urlarlo ai quattro venti è però non solo una mancanza di stile, è soprattutto una mancanza di rispetto", disse oltre oltre cinquant'anni prima Gino Bartali.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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