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La redenzione di Velasco nel Trofeo Laigueglia che non molla

La corsa ligure era apertura necessaria, il World Tour l'ha ridotta a impegno accessorio. Per fortuna il percorso e i corridori continuano a renderla una corsa da seguire

18 Febbraio 2019 alle 16:34

Oltre quaranta chilometri a sfidare la solitudine, avanti a tutti, resistendo a tutto: al vento, al continuo saliscendi della riviera ligure, alla compagnia di Jacopo Mosca (D’Amico – Um Tools), Andrea Toniatti (Team Colpack) e Alexander Cataford (Israel Cycling), andati in fuga con lui sulle pendici della Colla Micheri, all'inseguimento di Giulio Ciccone (Nazionale italiana), Matteo Montaguti (Androni Sidermec) e Davide Gabburo (Neri Selle Italia), infine al forcing di quel che restava del gruppo. Simone Velasco della Neri Selle Italia – Ktm lo striscione d'arrivo del Trofeo Laigueglia l'ha attraversato a braccia alzate, dopo un'avventura lunga più di un'ora, quattro strappi vissuti da avanguardista dopo tre anni di professionismo che avevano messo in dubbio le sue capacità, eccellenti, messe sul palcoscenico del ciclismo giovanile.

 

Non aveva mai vinto il corridore nato a Bologna, ma elbano da sempre. D'altra parte in questi anni aveva lavorato spesso per altri. D'altra parte in questi anni si era trovato alle prese con una serie di problemi fisici che metà sarebbero bastati – dalla monucleosi alla tendinite, passando per qualche caduta di troppo. D'altra parte in questi anni aveva sempre cercato di attaccare, senza risparmiarsi, senza nemmeno pensare che potesse esistere un momento giusto. Il momento giusto l'ha trovato ieri.

 

"Ho provato, pur avendo un capitano come Visconti. Pensavo di poter dire la mia per aiutare Giovanni, ma ho cominciato a guadagnare", ha detto a SpazioCiclismo. Poi ha aggiunto: "Venendo dalla mountain bike so che quando prendo il mio ritmo riesco a rimanere in ‘acido’ per tanto tempo. Non pensavo davvero di riuscire ad arrivare alla fine così. Ho sempre creduto all’esistenza delle favole e ho oggi ne ho avuto risposta".

 

Le favole sono fatte per non esistere, ma per essere raccontate. Le fughe invece sono fatte per esistere e per essere raccontate. Sono atti di coraggio a pedali, forme d'azzardo in bicicletta, salti nel vuoto, una forma di resistenza al volere del gruppo, molte volte la legge del più forte, in alcuni casi, i migliori, la legge del più folle. Negli oltre quaranta chilometri griffati Velasco il Trofeo Laigueglia ha trovato la dimensione a cui dovrebbe appartenere come corsa. Quella dell'inizio, quella dell'incontro, quella dell'incanto. Perché è anticipazione di una stagione intera, perché è un mescolarsi di strade che richiamano pomeriggi sanremesi e fatiche coppiane, perché è un intricato reticolo di salite e discese capaci di riassumere storie ciclistiche.

 

Questa corsa se l'erano inventata negli anni Sessanta perché laggiù in Riviera svernavano i campioni, perché laggiù in Riviera c'era il terreno giusto per divertirsi faticando e divertire un pubblico esigente. Questa corsa era diventato preambolo di stagioni e di carriere, perché da qui per forza si iniziava, perché su questi terreni si vinceva solo se si correva forte, per forza. Qui nel 1975 apparve Gianbattista Baronchelli che ancora non era nessuno, neppure Gibì, solo Tista, ma per gli amici. Qui nel 1977 apparve Giuseppe Saronni che era la sua prima gara tra i pro: fu secondo, battuto soltanto dal campione del mondo Freddy Maertens. Qui nel 1993 si presentò al ciclismo Lance Armstrong. Qui hanno gioito Eddy Merckx e Roger De Vlaeminck, Franco Bitossi e Michele Dancelli, Johan Museeuw e Rolf Sorensen, Italo Zilioli e Michele Bartoli.

 

Era apertura necessaria, le squadre del World Tour l'hanno ridotto a impegno accessorio. Ai nastri di partenza di ieri c'erano soltanto la Ag2r e la Groupama tra le formazioni della serie A del ciclismo. Le altre? non pervenute. C'era la Nazionale italiana a rimpolpare un parterre non di prima fascia che però si è trasformato come sempre in eccellente, perché ha lottato, ha corso, si è dannato l'anima in una gara come spesso capita difficile, complicata, difficilmente controllabile, animata di tifo. Perché per fortuna, al di là delle logiche commerciali di una federazione internazionale che sembra voler far di tutto per trasformare il ciclismo in un prodotto da esportare dove il ciclismo quasi non esiste, dimenticandosi di quelle zone dove ancora si sforza di essere amato, corse come il Laigueglia continuano a resistere.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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