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Il Cremlino vuole oscurare Telegram, ma rischia di farsi male da solo
La battaglia di Putin contro l'app di messaggistica e il suo creatore Pavel Durov non è nuova: tutto iniziò con il "Facebook russo" VKontakte. Il primo blocco nel 2018 e la creazione di una super app statale che ricalca la cinese WeChat
La piattaforma di messaggistica Telegram era rimasta una delle poche ancora disponibili in Russia a operare senza il controllo statale. Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina, Mosca ha accelerato i suoi sforzi per rafforzare il controllo e la creazione di un “internet sovrano”, introducendo limitazioni più o meno graduali contro YouTube, Instagram e Whatsapp. Da qualche giorno i russi stanno segnalando problemi di traffico anche su Telegram.
La Roskomnadzor, l’organo che controlla le comunicazioni in Russia, ha accusato l’app di non rispettare la legge russa e ha dichiarato con una nota – dopo aver negato i rallentamenti – che “continuerà a introdurre restrizioni graduali”, proprio come ha fatto con YouTube, ormai inaccessibile se non tramite l’utilizzo di una rete virtuale privata (Vpn). La battaglia del Cremlino contro Telegram e il suo creatore Pavel Durov non è nuova: il programmatore insieme a suo fratello Nikolai inventò nel 2006 il social che venne chiamato il Facebook russo, VKontakte, che divenne presto lo spazio di libertà dentro una Russia sempre più autoritaria: su VKontakte ci si scambiava opinioni sulla Russia e ci si metteva d’accordo su come e quando vedersi per manifestare contro Putin. Presto i due fratelli furono costretti a vendere le loro quote e a uscire dal paese, dando vita a un altro spazio “di libertà di parola e privacy”, Telegram: sin dalla sua fondazione nel 2013, Mosca ha più volte messo alle strette Durov per cedere i dati degli utenti e collaborare con l’Fsb, i servizi di sicurezza russi. Il programmatore si è sempre opposto, nel 2017 l’app è stata multata, poi nel 2018 subì un primo blocco scatenando delle proteste molto accese.
In pochi anni l’app è diventata la più popolare nel paese con 100 milioni di utenti russi e uno spazio cruciale per il dissenso, con i suoi canali legati alla rete di Alexei Navalny e ad altre figure dell’opposizione in esilio. Putin sa però che un blocco completo come quello di WhatsApp sarebbe controproducente per il Cremlino stesso: sull’app fanno affidamento anche i propagandisti, i funzionari pubblici e i soldati che negli ultimi giorni hanno avvertito che un blocco di Telegram potrebbe ostacolare anche la difesa aerea russa agli attacchi dei droni ucraini. Durov ha accusato le autorità russe di spingere i cittadini a usare “un’app controllata dallo stato, creata per la sorveglianza e la censura politica”, cioè l’app Max, sponsorizzata da Mosca e sviluppata proprio da VKontakte, ora di proprietà statale.
“Limitare la libertà dei cittadini non è mai la soluzione giusta”, ha scritto, paragonando il tentativo di censura russo a quello iraniano, che “con con pretesti inventati ha cercato di costringere le persone a passare a un’alternativa statale. Nonostante il divieto, la maggior parte degli iraniani continua a usare Telegram (aggirando la censura) e lo preferisce alle app sorvegliate”. Dopo il primo blocco dell’app il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, aveva assicurato ai russi che Mosca non si sarebbe ispirata alla Cina per creare un firewall nazionale e bloccare Telegram. Otto anni dopo, non solo ha studiato attentamente il sistema di censura di Pechino, ma ha acquistato la sua tecnologia e ha lanciato una “super app” statale per sostituire qualsiasi altra piattaforma proprio come la cinese Wechat.