manifesto jihadista

Le nuove basi in Afghanistan del terrorismo islamico mondiale 

Cecilia Sala

Ventitré anni dopo gli attentati dell'11 settembre, continuano i reclutamenti e gli attacchi lontani dai suoi confini: così lo Stato Islamico della provincia del Kohrasan ha superato il suo maestro, l'Isis. È il costo del ritiro americano del 2020

Nell’estate del 2021 in cui la coalizione militare internazionale ha lasciato l’Afghanistan le domande erano due. La prima era come sarebbe cambiata la vita delle afghane e degli afghani, e la risposta è arrivata presto. La seconda era se l’Afghanistan sarebbe tornato a essere un buco nero dove i jihadisti potevano ideare attacchi oltre confine e addestrarsi per compierli. Gli esperti avevano già dato la loro risposta da tempo, venerdì sera è stata chiara a tutti. La domanda era se le montagne abitate da fondamentalisti nella regione afghana del Nangarhar, al confine con il Pakistan, sarebbero tornate a essere una piattaforma per il terrorismo internazionale come lo erano prima del 2001, quando lì si addestravano gli uomini di al Qaida che dirottarono gli aerei contro le Torri gemelle e contro il Pentagono l’11 settembre. I terroristi che venerdì sera hanno ammazzato centoquaranta russi inermi durante un concerto al Crocus City Hall di Mosca erano dell’Iskp, lo Stato islamico afghano che si fa chiamare “della provincia del Khorasan” – una regione che esisteva all’inizio della storia dell’islam a cavallo tra l’Afghanistan, il Pakistan, l’Iran, il Turkmenistan e un pezzo di Tagikistan, che è il paese d’origine degli attentatori di Mosca.
 

Nel 2016 l’Iskp aveva cominciato ad alzare la testa dopo essere stato addestrato dai colleghi più famosi dell’Isis, quelli che combattono in Siria e in Iraq. Ma nel 2017 una campagna di bombardamenti americani, famosa perché gli Stati Uniti avevano usato anche la più potente delle loro armi convenzionali (la Gbu soprannominata “la madre di tutte le bombe”), aveva fermato la crescita del gruppo e la sua capacità di compiere attentati.
 

Tutto è cambiato dopo il ritiro. A partire dal 2021 l’Iskp si è allenato ammazzando afghani sciiti (che considera alla stregua degli eretici) nelle moschee e nelle scuole a ritmo di una bomba a settimana, colpendo anche l’ambasciata russa e il ministero degli Esteri nel centro di Kabul. E con l’attentato all’aeroporto internazionale Hamid Karzai durante le evacuazioni, che il 26 agosto 2021 uccise tredici soldati americani e quasi duecento afghani mentre chiedevano alla coalizione internazionale di portarli via da lì, di salvarli dal collasso del loro paese caricandoli sugli aerei cargo diretti in Europa, in America e in Turchia.
 

A distanza di neanche tre anni da quelle evacuazioni disastrose lo Stato islamico afghano ha superato il maestro, l’Isis, nella capacità di compiere attacchi all’estero. E in tutta la galassia globale del gruppo islamista, l’Iskp è quello che si è occupato di definire il posizionamento e la propaganda dello Stato islamico rispetto alla guerra in Ucraina. Lo ha fatto con un numero del 2022 di Voice of Khurasan, la rivista ufficiale in lingua inglese dell’Iskp, dal titolo: “The black hole in Ukraine”, “Il buco nero in Ucraina”. I terroristi presentavano l’aggressione russa come una buona notizia perché “i crociati – i cristiani, gli infedeli, quelli che dal punto di vista del gruppo hanno storicamente le mani sporche di sangue musulmano – adesso si ammazzano tra loro”. E invitava tutti i radicalizzati del mondo a non partecipare alla guerra e lasciare che i crociati – che sono tutti colpevoli e quindi nessuno meritevole di aiuto – si uccidessero. Il manifesto sul conflitto era un appello soprattutto agli eventuali jihadisti che odiano i russi per molte ragioni, anche recenti: per gli almeno seicentomila morti afghani nell’invasione sovietica che era finita appena 12 anni prima che cominciasse l’invasione americana, per le stragi di Putin in Cecenia, per le bombe russe sganciate sui sunniti e sullo Stato islamico in Siria. Sei anni fa i russi annunciarono di aver ammazzato il leader storico dell’Isis, Abu Bakr al Baghdadi: non era vero, ma ci avevano provato. Al Baghdadi disse in un suo discorso famoso: “Vi promettiamo – per grazia di Allah – che tutti coloro che partecipano alla guerra contro di noi la pagheranno. Quindi: Oh America, aspettaci! Oh Europa, aspettaci! Oh Russia, aspettaci! Oh sciiti (l’Iran è il più grande paese sciita), aspettateci! Oh ebrei, aspettateci!”
 

Tre mesi fa lo Stato islamico afghano ha ammazzato quasi cento persone a Kerman, in Iran, sulla tomba del generale pasdaran Qassem Suleimani. Perché per i miliziani dello Stato islamico un russo o un iraniano o un ucraino morto sono una cosa buona tanto quanto un francese morto. Nel 2023 in Germania ci sono stati i primi arresti europei di terroristi dell’Iskp che pianificavano attentati in occidente. All’inizio di marzo i servizi segreti russi hanno ucciso i membri di una cellula dell’Iskp che voleva piazzare una bomba in una sinagoga della capitale. Di recente in Austria e in Germania sono stati scoperti in anticipo e sventati due attacchi dello Stato islamico afghano. Ventitré anni dopo l’11 settembre, tre anni dopo il ritiro, il fondamentalismo islamico con le basi in Afghanistan è di nuovo protagonista dei massacri lontani dai suoi confini.

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