Mosca, manifesto che pubblicizza il servizio a contratto nelle forze armate russe, alla fermata dell'autobus (Getty Images) 

Così Mosca invia i migranti dall'Asia centrale a combattere in Ucraina

Davide Cancarini

Al fronte o rimpatrio. Le stime del National Resistance Center of Ukraine parlano di circa centomila lavoratori reclutati finora, più o meno forzatamente, per essere mandati in guerra. Ma i numeri ufficiali potrebbero essere molto più alti

Già prima del febbraio 2022 essere un lavoratore migrante dell’Asia centrale in Russia non era facile. Fatti oggetto di discriminazioni e vessazioni continue, ma fondamentali per portare avanti numerosi settori dell’economia russa – su tutti, edilizia e ristorazione – i milioni di cittadini che ogni anno si spostano da una delle cinque repubbliche regionali verso la Federazione ricevono però ora anche un altro tipo di attenzione: sono presi di mira come potenziali soldati da inviare sul fronte ucraino o, nella migliore delle ipotesi, manodopera a basso costo da utilizzare per la ricostruzione delle aree del territorio dell’Ucraina sotto il controllo di Mosca.


Alcune stime avanzate dal National Resistance Center of Ukraine parlano di circa centomila cittadini dell’Asia centrale o del Caucaso reclutati finora, più o meno forzatamente, e spediti verso il teatro ucraino, anche solo per alterare la composizione etnica di determinate zone. Ma i numeri ufficiali potrebbero essere molto più alti. Se sul fronte statistico c’è incertezza, molta meno ce n’è per quanto riguarda le modalità con cui avviene l’arruolamento. Sono decine le storie che filtrano dal territorio russo e che raccontano, per esempio, di gruppi di migranti presi in custodia durante le preghiere del venerdì nei numerosi punti di preghiera musulmani informali – a Mosca le moschee ufficiali sono cinque, a fronte di una popolazione islamica che dovrebbe aggirarsi attorno ai due milioni di individui. Una volta individuati, vengono portati in centri militari e messi di fronte alla decisione immediata se essere inviati in Ucraina o essere rimpatriati forzatamente. Non si contano poi i raid compiuti dalle forze di sicurezza dei principali centri del paese in strutture come i dormitori, tanto meglio se vicini ai centri di immigrazione. Altre modalità sono ancora più subdole, come i ricatti che si spingono a toccare le famiglie dei potenziali soldati, con minacciate deportazioni e l’applicazione di una costante pressione da parte delle autorità, o come gli spot di propaganda in lingua locale trasmessi nelle stazioni della metropolitana o in altri punti di aggregazione dei migranti. 

   
L’atteggiamento così duro da parte delle autorità russe probabilmente si lega anche allo scarso successo che stanno avendo le iniziative istituzionali messe in campo per spingere i migranti dell’Asia centrale a servire nell’esercito. All’inizio dell’anno, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato una nuova versione del decreto che accelera la concezione della cittadinanza agli stranieri che siglano un contratto volontario di arruolamento di almeno un anno e ai loro familiari più stretti. In parallelo ci sono però le continue dichiarazioni dure rilasciate da politici di primo piano e rivolte ai lavoratori stranieri, descritti spesso come parassiti. Una delle ultime in ordine di tempo è stata quella di Aleksandr Bastrykin, presidente del Comitato investigativo russo, che ha avanzato la proposta di togliere la cittadinanza russa agli immigrati che la possiedono e che si rifiutano di prestare servizio nell’esercito russo. E, al limite, di costringerli a farlo. Un membro della Duma, Mikhail Matveyev, si è invece chiesto sarcastico perché non esistano battaglioni centro asiatici sul fronte ucraino quando in Russia arrivano ogni anno battaglioni di lavoratori migranti, molti dei quali ricevono la cittadinanza. 

  
Questa politica aggressiva sta avendo numerosi effetti, ma nessuno di quelli desiderati dal Cremlino. Da un lato, sta spingendo un numero crescente di lavoratori dell’Asia centrale ad abbandonare la Russia. Costretti a fuggire seppur a fronte della rinuncia ai salari più alti garantiti dall’economia russa. Per centinaia di migliaia di migranti città come Mosca e San Pietroburgo rimangono poli d’attrazione irrinunciabili per garantire un futuro alle famiglie rimaste in patria, ma il trend di allontanamento dal territorio della Federazione non è da sottovalutare. Dall’altro lato, i governi delle repubbliche centro asiatiche, nonostante siano consapevoli della dipendenza economica da Mosca, ribadiscono a più riprese il divieto per i propri cittadini di andare a combattere in Ucraina, una dinamica favorita anche dalla volontà di riaffermare una sovranità nazionale molto spesso messa in discussione dalla Russia. 

 

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