L'Europa in India in cerca di una sponda solida contro la minaccia russa (e cinese)

Giulia Pompili

Delhi vuole autonomia, ma anche contare di più. E gioca a chaturanga con l’Ue. Ieri la capitale indiana ha accolto alla conferenza di diplomazia e sicurezza Raisina Dialogue almeno 14 ministri degli Esteri europei

New Delhi, dalla nostra inviata. La ministra degli Esteri finlandese, Elina Valtonen, arriva a Delhi a distanza di poche ore dal suo collega svedese, Tobias Billström. Non sono i soli: ieri la capitale indiana ha accolto all’hotel Taj Palace, dove si è aperta la conferenza di diplomazia e sicurezza Raisina Dialogue, almeno 14 ministri degli Esteri europei. “E’ la prima volta che vedo tanti rappresentanti di alto profilo europei”, commenta con il Foglio un diplomatico indiano.  

 

La maggior parte dei ministri arriva dai paesi del nord, i baltici, la Polonia, la Germania, i Paesi Bassi ma anche Romania, Albania, Repubblica ceca e Slovacchia. Ieri tutti aspettavano la ministra finlandese Elina Valtonen, al suo primo viaggio in India da membro effettivo della Nato, e Billström, dopo la notizia del voto di lunedì, in Ungheria, per decidere sul via libera di Budapest all’ingresso della Svezia nell’Alleanza atlantica. E soprattutto la ministra della Difesa dei Paesi Bassi Kajsa Ollongren, una specie di rockstar tra gli analisti internazionali, che l’altro ieri ha detto che il suo paese sta già fornendo droni all’Ucraina e presto fornirà anche gli F-16, e che se Trump vuole uscire dalla Nato sarà un problema, ma basterà raddoppiare noi le spese per la Difesa. A due anni dall’inizio della guerra, con il pessimismo che avanza dagli Stati Uniti e dal possibile ritorno di Trump, adesso è soprattutto l’Europa  a voler parlare con l’India, cercare di tirarla dentro nelle pressioni contro la Russia e nella difesa dell’Ucraina. Non solo.  Molti dei rappresentanti che hanno deciso di intraprendere il lungo viaggio dall’Europa verso Delhi sono allo stesso tempo molto attivi anche nel riconoscere la Cina come sfida europea e globale. 

 

Sulla guerra della Russia contro l’Ucraina il governo del primo ministro Narendra Modi, candidato alle prossime elezioni generali in primavera, ha sempre cercato un certo grado di autonomia. L’India ha molti affari commerciali con Mosca, commentano tra i corridoi del Taj Palace analisti e diplomatici, e cerca di giocare a “chaturanga”, un gioco da tavolo tradizionale indiano precursore degli scacchi, che dà il nome anche a questa edizione del Raisina Dialogue organizzato annualmente dal think tank indiano Observer Research Foundation e dal ministero degli Esteri di Delhi. Qualche giorno fa alla conferenza sulla Sicurezza di Monaco l’ha ripetuto anche Dr. S. Jaishankar, ministro degli Esteri indiano e vero stratega della politica estera indiana in questo momento. Seduto accanto al segretario di stato americano Antony Blinken e alla sua omologa tedesca Annalena Baerbock ha risposto a una domanda diretta sul voler scegliere partner, alleati e cause da combattere: “Abbiamo molte opzioni? Direi di sì. E questo è un problema? Perché dovrebbe esserlo, anzi, se sono così intelligente da crearmi molte opzioni dovreste ammirarmi”. Per quanto riguarda la Repubblica popolare cinese, invece, in India il riconoscimento del problema è più che una chiacchiera di corridoio: la tensione sul confine di Ladakh periodicamente aumenta, ma per ora Delhi e Pechino tengono sotto controllo gli scontri, iniziati nell’estate di quattro anni fa, con periodici colloqui militari – l’ultimo round c’è stato proprio qualche giorno fa.

 

“L’India non si fida della Cina, non si fiderà mai. Ma non citarmi!”, dice al Foglio un ricercatore indiano che lavora anche ai dossier del ministero degli Esteri. E spiega che il problema di incomunicabilità, tra Europa e India, è sempre lo stesso da decenni: i problemi indiani restano sempre regionali, mentre quelli occidentali “in un modo o nell’altro diventano subito globali”. Forse però qualcosa è cambiato. L’approccio europeo è diventato più d’ascolto, e ne è dimostrazione anche quello che è successo a Monaco, dove il ministro degli Esteri cinese Wang Yi è tornato a parlare di “pace” senza offrire soluzioni concrete per il conflitto in Ucraina, nonostante l’amicizia “senza limiti” del leader Xi Jinping con il presidente russo Vladimir Putin. Ieri è arrivato l’accordo sull’annunciato tredicesimo round di sanzioni alla Russia, e per la prima volta ci sono anche quattro aziende cinesi accusate di eludere le sanzioni contro Mosca e aiutare la macchina della guerra di Putin, ma pure una indiana. Il chaturanga tra Europa e Delhi è appena iniziato. 
 

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.