Il presidente Biden assiste al passaggio delle bare dei soldati uccisi nell'attacco in Giordania, 2 febbraio 2024 (Foto di Kevin Dietsch/Getty Images) 

In Iraq gli americani uccidono l'uomo che coordina gli attacchi con i droni iraniani

Luca Gambardella

Un drone americano colpisce un'auto con a bordo Arkan al Allawi e Wisam al Saadi, considerato l’“ingegnere” degli attacchi lanciati in questi mesi contro le basi Usa in Siria e Iraq. La milizia Kataib Hezbollah promette promette vendetta

Ieri sera un drone americano armato con missili Hellfire ha colpito un’auto che attraversava un quartiere residenziale di Baghdad, in Iraq. Nell’esplosione sono morti due comandanti di Kataib Hezbollah, la più forte milizia che fa parte delle Forze di mobilitazione popolare, l’esercito iracheno che riunisce i vari gruppi armati filoiraniani che sostengono il governo del paese. Si tratta di un ufficiale addetto all’intelligence, Arkan al Allawi, e di Wisam al Saadi. Il vero obiettivo dell’attacco era al Saadi, che è considerato l’“ingegnere” degli attacchi con i droni lanciati in questi mesi dalle milizie contro le basi americane in Siria e Iraq, incluso quello che la settimana scorsa ha ucciso tre militari nella base giordana Tower 22. Secondo un funzionario americano sentito da al Monitor, l’attacco era studiato da tempo ed è collegato alla prima ondata di bombardamenti che venerdì scorso ha colpito le milizie al confine fra Siria e Iraq. La decisione di uccidere al Saadi sarebbe stata avallata dal presidente Joe Biden non appena ci fossero state le condizioni per colpire. 

 
Al Saadi era una figura di alto livello di Kataib Hezbollah ed era inquadrato nelle Forze di mobilitazione popolare. Prima ancora, al Saadi era la guardia del corpo di Abu Mahdi al Muhandis, il fondatore delle Forze di mobilitazione popolare ucciso a Baghdad il 3 gennaio del 2020 dagli americani insieme al comandante delle forze speciali iraniane al Quds, Qassem Suleimani. Pare che nelle riunioni private fra al Muhandis e Suleimani, al Saadi fosse l’unico a cui fosse concesso partecipare, per di più armato. Era anche molto vicino all’attuale segretario generale per le operazioni speciali di Kataib Hezbollah, Hussein al Hamidawi, e grazie a lui era diventato l’anello di congiunzione fra il Fronte e le milizie. Di lui di fidavano tutti, da Teheran alla Siria ed era noto per la spietatezza con cui nel 2019 a Baghdad aveva sedato con violenza le proteste pacifiche del movimento Tishreen. 


Nel frattempo, al Saadi aveva portato avanti il programma degli attacchi con i droni forniti dall’Iran, diventando il supervisore degli attacchi lanciati sia contro gli Emirati Arabi Uniti (nel 2021) e soprattutto contro le basi americane. L’uccisione di al Saadi è un colpo duro per Kataib Hezbollah che stavolta ha minacciato dal sul suo canale Telegram di volere riprendere gli attacchi contro gli americani. “Impostate i vostri orologi per la vendetta”, ha scritto sotto a una foto di al Saadi. Ma al di là degli annunci, la reale volontà della milizia di tornare all’azione dopo avere annunciato la sospensione degli attacchi contro gli americani è tutta da verificare. Finora, Kataib Hezbollah si è sempre dimostrata molto diligente, obbedendo all’ordine impartito dall’Iran di fermare le armi in Siria e Iraq per evitare una guerra ancora più ampia contro gli americani. Una moderazione che la milizia ha mantenuto persino dopo i bombardamenti della settimana scorsa. Più aumentano i colpi inferti dagli americani, più è difficile capire fino a che punto le milizie riescano a restare ferme. Da dieci giorni a questa parte, da quando Kataib Hezbollah ha annunciato la pausa delle sue offensive, gli attacchi alle basi americani in Siria e Iraq sono diminuiti. Ma non si sono interrotti del tutto. Un’altra milizia alleata, Harakat Hezbollah al Nujaba, contesta la decisione di deporre le armi contro gli americani e si sta lanciando in una sorta di competizione con Kataib Hezbollah nel rivendicare più attacchi possibili. Lo ha fatto anche in questi giorni, sebbene spesso le milizie rivendichino sui loro canali social delle operazioni militari che in realtà non si sono mai verificate a soli scopi propagandistici. 


Dopo l’attacco di ieri sera, Nujaba ha emesso un comunicato in cui ha invitato gli iracheni e il governo di Baghdad a insorgere contro gli americani e cacciarli dalla regione. In serata, alcune centinaia di persone si sono date appuntamento a ridosso della Green Zone, il quartiere della capitale irachena dove si trova anche l’ambasciata americana. Al di là delle evoluzioni imponderabili sul campo, il futuro della presenza americana in Iraq è ancora in discussione. Stamattina, l’ufficio del primo ministro Mohammed Shia al Sudani, ha diffuso un comunicato con cui condanna la violazione della sua sovranità territoriale da parte degli americani con un attacco che “minaccia la pace”. Stavolta però le parole scelte son più esplicite nell’attaccare gli Stati Uniti: “Ancora più preoccupante è che la coalizione internazionale abbia deviato dagli obiettivi originari per i quali è presente sul nostro territorio. Questi eventi costringono più che mai il governo iracheno a terminare la missione internazionale che è diventata un elemento di minaccia e instabilità”.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.