Il presidente Joe Biden a Blue Bell in Pennsylvania (foto Drew Angerer/Getty Images) 

Il presidente di guerra

Il perfezionismo democratico su Biden rischia di aiutare i barbari

Giuliano Ferrara

La mentalità suicidaria di chi nega che c’è bisogno di Joe Biden per difendere la democrazia mondiale

C’è un’espressione inglese che la dice lunga sulla questione di Joe Biden. “Biden happens to be the President of the United States”. “Happens to be” vuol dire non solo che quel tizio è il presidente, ma che questo è un fatto incontrovertibile anche per chi non mostra di rendersene conto. Intorno a Biden c’è un’aura di irriflessività irrazionale che sconcerta.

 

Vero che la fuga precipitosa da Kabul, originata da decisioni della Casa Bianca sulla scorta di accordi pasticciati fatti con i talebani dal predecessore Trump, è all’origine della crisi di deterrenza in seguito alla quale prima in Ucraina poi in medio oriente le cose si sono messe molto male.

 

Vero che la percezione dell’economia domestica, del bilancio familiare dell’americano medio, è stata influenzata malamente dall’ondata inflazionistica, e che l’incertezza si moltiplica con la gestione ai limiti del marasma dell’immigrazione illegale e dell’ordine pubblico in quel paese.

  
Vero che il presidente è vecchio e stanco e che la sua Amministrazione appare impeccabile nella risposta ai diversi fattori di instabilità e di minaccia ma non sembra avere in mano il pallino, non sembra riuscire a giocare imponendo i suoi tempi e le sue regole, incline piuttosto a un corposo e potente ma prevedibile gioco di rimessa. Tutto vero. Ma he happens to be eccetera.

  
Sostituirlo come candidato democratico opposto molto probabilmente al redivivo Donald Trump, mai così bellicoso e verbalmente provocatorio, ai limiti e oltre ogni possibile decenza del confronto democratico, è più che impossibile oggi, è inimmaginabile. L’alternativa potenziale al secondo mandato non esiste, non si è prodotta, non era nelle cose politiche, risulterebbe divisiva e perdente. Chiedergli, come gli si chiede, di non centrare la campagna sulla difesa della democrazia americana, dunque mondiale, opponendo ai toni e contenuti facinorosi dell’assalto trumpiano una visione calma e convincente del futuro fondata su opzioni strategiche realistiche e rassicuranti, è una ridondanza senza senso, indice di una mentalità suicidaria mascherata da idealismo e perfezionismo democratico.

  
Biden se la vede con Putin, e ha fatto e fa quanto umanamente e politicamente possibile per bloccare il suo sfondamento in Europa, fra alti e bassi, successi e ripiegamenti, soprattutto sul fronte interno e del Congresso americano. Dopo il 7 ottobre e la risposta di guerra a Gaza, avendo Biden rimesso in campo in quell’area fatale del mondo la garanzia della deterrenza militare e politica degli Stati Uniti, il moltiplicatore delle difficoltà è scattato subito. Bisogna limitare i danni di guerra e le perdite sul piano umanitario per non perdere la battaglia dell’opinione pubblica americana e internazionale, per non disgregare l’arco di alleanze democratiche dello stato di Israele. Bisogna difendere gli accordi con gli stati arabi che ci stanno, e mettere le mani in pasta nell’incandescente questione degli ostaggi, dal Qatar al Cairo. Bisogna tenere aperta una prospettiva per il dopoguerra, dando respiro a un cadavere politico di molti anni, la questione della capacità palestinese di esercitare una sovranità non aggressiva e non sanguinaria, bensì di convivenza, nei confronti dello stato ebraico in lotta per la propria esistenza. Bisogna impedire al regime della Rivoluzione islamista iraniana di accorciare il suo percorso verso la costruzione ed esibizione dell’arma atomica, una sfida di deterrenza mortale per Gerusalemme e per tutti. Gestire la moltiplicazione dei fronti di battaglia con Hezbollah nel Libano, gli iraniani in Siria e in Iraq, gli houthi in Yemen e nel Mar Rosso lungo le rotte commerciali più importanti del mondo e le forze jihadiste della Cisgiordania. Bisogna fronteggiare l’alleanza bellica di Teheran e Mosca, e il protettorato di Pechino in seconda ma decisiva linea. Bisogna danzare sull’orlo di un vulcano attivo, che erutta lava e sprizza scintille al cielo.

 
In tutto questo, e credo sia la prima volta a memoria d’uomo che una simile circostanza si verifichi, al presidente di guerra si chiede di avere un atteggiamento serafico verso un candidato che batte all’asta il potere a Washington dall’alto del 6 gennaio 2021, cioè di una tentata insurrezione contro gli organi costituzionali della democrazia americana; e gli si chiede conto, dopo che ha messo il suo paese sulla strada robusta della crescita, dominando l’inflazione, di qualche sognante dettaglio futurologico, salvo ricordargli sempre che ha ottantuno anni. Gli dèi accecano coloro che vogliono perdere, è vero, ma qui la via reale del suicidio di massa e della perdita nel grande gioco mondiale contro autocrazie e barbarie ce la stiamo approntando da soli, senza nemmeno l’aiuto degli dèi.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.