Un saggio

Contro il “pregiudizio illiberale” dei giornali che hanno paura delle idee

Paola Peduzzi

James Bennet dovette dimettersi dal New York Times per aver pubblicato l'articolo di un senatore conservatore. Oggi scrive il racconto di quei giorni e si interroga sullo stato di salute del suo ex giornale, dell'informazione, del dibattito pubblico. 75 minuti di lettura 

James Bennet è il responsabile delle pagine delle opinioni del New York Times che pubblicò, nel 2020, un editoriale del senatore conservatore Tom Cotton – che proponeva di inviare le truppe contro chi commetteva reati durante le proteste per l’uccisione di George Floyd da parte della polizia – e che per questo fu costretto a dimettersi. Oggi Bennet è l’autore della rubrica americana dell’Economist, Lexington, e ha pubblicato un saggio in cui si toglie i sassolini – sono tantissimi – accumulati dopo la pubblicazione di Cotton e si interroga sullo stato di salute del Nyt, del giornalismo, del dibattito pubblico, sulla morte del pluralismo soprattutto.

L’Economist scrive uno spaventevole tempo di lettura: 75 minuti, che è già una sintesi di quel che Bennet vuole dire contro il modo di fare informazione in cui i lettori sono trattati come bambini, in cui si propinano paccottiglie da digerire in poco tempo (poco tempo di cui si va orgogliosi: in massimo tre minuti sai tutto del conflitto israelo-palestinese), tutte uguali, tutte omologate.

Bennet lo chiama “pregiudizio illiberale” ed è evidente che c’è molto di personale in quel che dice e che deve urlarlo, anche a distanza di anni, che i suoi capi e il suo editore si sono piegati a questo illiberalismo costringendolo a dimettersi (lui inizialmente aveva detto: dovrai licenziarmi tu, poi sentendosi nobile ha deciso di andarsene lui, e poi si è sentito un cretino), perché il consenso interno era più importante del dibattito pubblico, perché gli abbonati sono diventati più importanti degli inserzionisti e bisogna assecondarli e loro – così dicono tutti, ma Bennet no – vogliono un pensiero semplice e mainstream che “faccia giustizia” e non che faccia pensare.

Bennet è ancora arrabbiato e questo gli permette di raccontare con una perfidia meravigliosa le ore e i giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Cotton, le riunioni con la redazione in cui gli era stato chiesto di scusarsi e lui non capiva di cosa, di aver pubblicato un’opinione?, e lo scandalo causato dal fatto che lui non avesse letto il famigerato articolo: spiega che funziona così, nel mondo adulto, i suoi collaboratori cercano di risolvere i problemi e solo se non ci riescono, vanno da lui. E lì i toni eccessivamente polemici di Cotton erano stati tolti, le verifiche necessarie erano state fatte: non c’era omesso controllo, c’era solo un’idea diversa.

Bennet dice molte cose, tra cui che l’obiettività non esiste, esiste la lealtà; che “la lotta indefessa contro i pregiudizi e i preconcetti è quel che conta, ben più dell’ottenimento di un’onniscienza oggettiva superumana”, che l’obiettivo non è dire ai lettori come pensare, questo lo fanno i regimi, ma aiutarli a formarsi un’opinione, “cercare la verità più che la giustizia aiuta sia la verità sia la giustizia”; che se un giornalismo d’opinione – le idee – non causa sconvolgimento non serve a niente; che “gli americani possono sbraitare quanto vogliono sulla libertà di parola ma non supereranno mai le differenze, né altri problemi, se non imparano ad ascoltarsi di nuovo”. Il New York Times ha negato la crisi, dicendo: abbiamo persino pubblicato l’articolo di un talebano che aveva rapito un nostro giornalista. Bennet ribatte dicendo che il problema era che Haqqani, l’autore dell’articolo, aveva ucciso degli americani, conosco il giornalista in questione, David Rohde, e so per certo che “non si spaventerebbe mai per un editoriale”.

E per concludere: dopo la pubblicazione dell’articolo di Tom Cotton, l’idea di mandare le truppe per strada collassò nei sondaggi e il dibattito aperto da quella proposta la rese meno popolare: forse se i giornali riponessero maggiore fiducia nella capacità dei lettori di distinguere un’idea da un’altra, invece che censurarne arbitrariamente una, anche la fiducia di ritorno aumenterebbe.
 

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi