(foto Ansa)

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Il Papa rivendica la strategia diplomatica con Xi, mentre Tajani atterra a Pechino e va a messa

Matteo Matzuzzi

La Cina vieta ai vescovi di andare da Francesco, che intanto lancia nuovi messaggi al leader cinese. "La Chiesa non ha una agenda politica" afferma il Pontefice nel discorso dalla Mongolia

Il viaggio in Mongolia di Papa Francesco ha avuto un convitato di pietra: la Cina. Pechino ha nuovamente concesso all’aereo papale di sorvolare il proprio territorio per raggiungere Ulan Bator, ma a differenza del precedente datato 2014, quando Francesco attraversò il grande paese orientale per raggiungere Seul, stavolta le autorità cinesi hanno risposto al saluto del Pontefice. Parole cordiali quelle del ministro degli Esteri Wang Wenbin: la Cina, ha detto, è pronta “a continuare a lavorare con la Santa Sede per impegnarsi in un dialogo costruttivo, migliorare la comprensione e rafforzare la fiducia reciproca”. Di qui l’auspicio di migliorare “le relazioni tra i due paesi”. E mentre il Papa lasciava la Mongolia con un ultimo saluto al “nobile popolo cinese”, a Pechino il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani partecipava, appena atterrato, alla messa nella chiesa retta dai padri salesiani, non prima d’aver reso omaggio alla tomba del gesuita Matteo Ricci, il grande missionario che aprì le porte della Cina alla Chiesa di Roma. Segnali importanti (non si sa quanto apprezzati in Vaticano, data la loro pubblica rilevanza in un’epoca in cui oltretevere si preferisce il low profile su determinati dossier, come quello cinese), soprattutto per sottolineare quanto prioritaria sia considerata a Palazzo Chigi e alla Farnesina la difesa e la promozione della libertà religiosa. Non è un inedito: lo fece nell’agosto del 2008 anche George W. Bush, all’epoca presidente degli Stati Uniti, seppure a fine mandato, che entrò in una chiesa protestante di Pechino per rivendicare quanto al mondo libero stesse a cuore la libertà di religione. E su questo principio si negozia e lavora fra la Santa Sede e la Cina di Xi Jinping. Qualcosa dal primo approccio del 2014 è cambiato, a cominciare dalla stipula dell’Accordo provvisorio del 2018 che resta tuttora segreto, malgrado sia stato rinnovato due volte su decisivo impulso del Papa, che non ha badato troppo alle perplessità – espresse in pubblico – dei vertici della Segreteria di stato, che ritenevano necessari alcuni cambiamenti e miglioramenti. Se le parole di Wang rappresentano una novità, non va dimenticato che nel frattempo proprio le autorità cinesi hanno in almeno due circostanze – solo nell’ultimo anno – violato l’Accordo, prima nominando senza trattativa mons. Giovanni Peng Weizhao vescovo ausiliare di Jiangxi (sede che Roma non riconosce), quindi installando a Shanghai mons. Giuseppe Shen Bin, ratificando una decisione presa dal Consiglio dei vescovi cinesi, emanazione diretta del Partito comunista. La Santa Sede ha manifestato irritazione, ma lo stesso cardinale Parolin ha poi chiarito che il percorso d’avvicinamento è lungo e incidenti saranno ancora possibili, è nell’ordine delle cose. Anche perché la Cina resta la meta ideale del gesuita missionario Bergoglio, il sogno del suo pontificato. Lo ha ripetuto conversando con i giornalisti sul volo di ritorno dalla Mongolia: “I canali sono molto aperti per la nomina dei vescovi e c’è una commissione che da tempo lavora con il governo cinese e con il Vaticano. Poi ci sono alcuni preti o intellettuali cattolici che sono invitati spesso nelle università cinesi a tenere corsi. Credo che dobbiamo andare avanti nell’aspetto religioso, per capirci di più e perché i cittadini cinesi non pensino che la Chiesa non accetti la loro cultura e i loro valori e dipenda da un’altra potenza straniera”. 

“Questa strada amichevole – ha aggiunto il Pontefice – la sta facendo bene la commissione presieduta dal cardinale Parolin, stanno facendo un bel lavoro. Anche da parte cinese i rapporti sono in cammino”. Cina che però, proprio in vista del viaggio in Mongolia, ha vietato ai vescovi del paese di recarsi a Ulan Bator. A rivelarlo, citando fonti vaticane, è stata la prestigiosa rivista gesuita America. Presente in Mongolia era però il prossimo cardinale Stephen Chow, vescovo di Hong Kong, pragmatico sostenitore dell’avvicinamento di Roma a Pechino ma senza concessioni che sappiano da appeasement (non a caso, lo scorso gennaio, anche il cardinale Joseph Zen ha ringraziato il Papa per la nomina di mons. Chow). Nel secondo discorso pronunciato, sabato scorso, Francesco ha lanciato messaggi alla Cina, pur senza nominarla. Rivolgendosi ai missionari presenti in Mongolia, Bergoglio ha chiarito che “è una testimonianza che voi dovete dare, perché il Vangelo non cresce per proselitismo, ma per testimonianza. Il Signore Gesù, inviando i suoi nel mondo, non li mandò a diffondere un pensiero politico”. “I governi e le istituzioni secolari non hanno nulla da temere dall’azione evangelizzatrice della Chiesa, perché essa non ha un’agenda politica da portare avanti”. Perché, come ha detto al termine della messa celebrata a Ulan Bator, “ai cattolici cinesi chiedo di essere buoni cristiani e buoni cittadini”.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.