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Gli ucraini colpiscono il ponte in Crimea e l’orgoglio di Putin
I bombardamenti alla struttura che collega la penisola ucraina alla Russia hanno un valore militare importante per Kyiv e anche un forte richiamo simbolico. I fatti, le strategie e i precedenti

Con l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte del Cremlino, il ponte è diventato un bersaglio legittimo, perché non viene utilizzato soltanto dai civili, ma lungo le sue imponenti corsie si muovono i mezzi militari, corrono i rifornimenti per l’esercito che riforniscono il già grande arsenale della Crimea, che Mosca riempie di armi ormai da nove anni. Subito dopo la notizie delle esplosioni, la Russia ha accusato Kyiv di terrorismo. Putin ha detto di aver messo i servizi segreti al lavoro, la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha accusato la Gran Bretagna e gli Stati Uniti di aver aiutato l’Ucraina a realizzare quello che ha chiamato “un attacco terroristico” con il sostegno di “un gruppo criminale internazionale”. Dmitri Medvedev, ex presidente ed ex premier della Russia, ha suggerito una soluzione contro “i terroristi”: “E’ necessario far saltare in aria le loro case e quelle dei loro parenti... Ma la cosa principale è distruggere i vertici delle formazioni terroristiche, non importa dove si nascondono questi insetti. E’ difficile, ma possibile”. Facendo finta di collegarlo ai bombardamenti al ponte della Crimea, il Cremlino ha notificato che non intende rinnovare l’accordo sul grano, ma sono settimane che la Russia porta avanti questa minaccia, cerca di ottenere di più dall’Onu e dalla Turchia, che hanno patrocinato gli accordi che permettono la navigazione del Mar Nero, e probabilmente, tornerà ad aderirvi quando avrà avuto delle concessioni e quando si faranno forti le pressioni di nazioni vicine a Mosca come Cina e Arabia Saudita che non vogliono problemi legati alla mancanza di grano. L’idea di poter collegare il diniego a un rinnovo del patto all’attacco al ponte era però un’occasione che la propaganda russa non poteva non usare.
La reazione ucraina è stata invece più schietta del solito, sono mancate le conferme ufficiali e una fonte ha raccontato alla Cnn che l’attacco è stato un’operazione congiunta tra i servizi di sicurezza dell’Sbu e dalle forze navali ucraini. Alcuni funzionari del governo si sono limitati a osservare quanto la giornata estiva fosse particolarmente bella e soleggiata nella parte meridionale del paese, dove ormai da qualche settimana sul ponte c’è un discreto traffico di russi che vanno in Crimea per le vacanze estive, cosa che facevano prima della guerra e ancora prima dell’annessione. Le autorità di Mosca hanno consigliato a chi va dalla Russia alla penisola di utilizzare le altre regioni occupate, hanno pubblicato delle mappe per mostrare le strade alternative, promettendo che il traffico sul ponte sarebbe ripreso in fretta. Non è la prima volta che l’Ucraina colpisce il ponte, era già successo a ottobre, il giorno dopo il compleanno di Vladimir Putin, ed era sempre accaduto di notte, quando il traffico è meno intenso. Gli ucraini, allora come ieri, hanno reagito con l’ironia – su Twitter il profilo di Saint Javelin si è divertito a mettere in fila una serie di meme, il migliore è quello che allude a una passione nata su Tinder e durata più di una notte tra i missili ucraini e il ponte – per loro colpire quella linea che collega la penisola alla terraferma significa molto. Ha un valore militare, ma anche simbolico. Serve a minare la presenza russa in Crimea e a colpire personalmente Vladimir Putin.
Il presidente russo aveva inaugurato il ponte nel 2019, era salito su un trattore per mostrare la resistenza dell’asfalto e aveva percorso quei 19.000 metri come se, chilometro dopo chilometro, stesse tessendo un legame di acciaio tra la terraferma e la penisola. I ponti in generale hanno un valore importante in Russia, e prima di Putin era Stalin che si era intestato la politica dei collegamenti arditi. Però, nonostante ci avesse pensato e ripensato, il dittatore sovietico non era riuscito a erigere un ponte in Crimea. Ci è riuscito invece Putin, e ogni missile è un danno, un segno che un colpo alla volta, quel legame abusivo verrà giù.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)




