Foto Ap, via LaPresse

La compiacenza dell'Onu con la Cina e il caso di Emma Reilly, licenziata

Francesca Marino

L'avvocatessa irlandese è stata per nove anni funzionario alla Commissione diritti umani. Venne licenziata dopo aver denunciato che alcuni funzionari della Commissione diritti umani passavano alla locale ambasciata cinese i nomi dei dissidenti

La notizia è di quelle che fanno, o almeno dovrebbero, fare scalpore: le Nazioni Unite e, in particolare, la Commissione Diritti Umani dell’Onu, da anni collaborano di fatto con il governo cinese contribuendo alla repressione su larga scala in atto ai danni degli uiguri. Come? Passando nomi e indirizzi degli uiguri e di altri dissidenti cinesi chiamati a intervenire e testimoniare durante le sessioni della Commissione. E’ quanto sostiene, con tanto di prove, l’avvocatessa irlandese Emma Reilly, per nove anni funzionario alla Commissione diritti umani.

Assunta nel 2013, dopo poco più di un anno Reilly riceve la mail di un diplomatico cinese con sede a Ginevra in cui si sollecita il “favore” di confermare nomi e identità dei “separatisti cinesi antigovernativi” che avrebbero partecipato al Consiglio di marzo della Commissione. La pratica, espressamente vietata dal regolamento dell’Onu, è chiaramente lesiva dei diritti degli individui ed espone i dissidenti, un certo numero dei quali è attualmente cittadino di paesi europei, a ritorsioni e minacce nei loro confronti e delle loro famiglie rimaste in patria. E tuttavia il diretto superiore dell’avvocato Reilly, Eric Tistounet, non si dimostra affatto sorpreso. Anzi. Impartisce direttive al suo staff perché i nomi in questione siano condivisi con i diplomatici cinesi per “non esacerbare la sfiducia della Cina nei nostri confronti”. Effettuando un controllo sulla passata corrispondenza, Reilly scopre che il “favore” richiesto dal diplomatico cinese è in realtà un fatto di routine: regolarmente, cioè, funzionari della Commissione diritti umani passano alla locale ambasciata cinese i nomi dei dissidenti con cui entrano in contatto.

Seguendo quanto prescritto dal regolamento interno dello staff onu, Reilly stila un rapporto denunciando a chi di dovere i fatti di cui è venuta a conoscenza. Ma i rapporti dell’avvocato cadono nel vuoto. Anzi, peggio. Anche se le stesse Nazioni Unite hanno confermato due volte, nel 2017 e poi nel 2019, la veridicità delle accuse di Reilly. All’inizio, Emma è stata riconosciuta come whistleblower, uno status per il quale le Nazioni Unite prevedono speciali protezioni, e di conseguenza invitano a “risolvere informalmente” la questione “cercando una mediazione”. Di fatto, la Reilly è stata vittima di un raffinato mobbing: ha continuato a percepire uno stipendio ma non le è stata più attribuita, di fatto, alcuna mansione. Non solo, è stata ostracizzata e fatta oggetto di ogni genere di molestie. Le è stato persino impedito di testimoniare durante un incontro per discutere il suo caso davanti a una commissione interna: avrebbe dovuto intervenire in videoconferenza ma, cinque minuti prima dell’incontro previsto, la polizia di Ginevra si è presentata alla sua porta. Dicendo che l’Onu li aveva mandati perché lei poteva essere in pericolo. L’espediente, perché di espediente si trattava, ha funzionato: quando ha spiegato loro che non stava succedendo nulla e che non era in pericolo, la riunione era finita ma lei non aveva potuto intervenire. Alla fine, Reilly è stata licenziata con il pretesto formale di aver violato le direttive impartitele dai suoi datori di lavoro: non parlare dei fatti con la stampa o a mezzo social media. E, secondo Emma, si tratta in ultima analisi di una scusa meno pesante di quella adoperata in genere  per licenziare e screditare di fatto le persone che denunciano, i cosiddetti whistleblower: accuse di cattiva condotta sessuale per gli uomini e di essere mentalmente instabili per le donne.

     

   

La cosa peggiore di tutta questa storia, è che la Commissione per i diritti umani, istituita per proteggere i diritti fondamentali degli individui, si pieghi a minacce e lusinghe della Cina e, molto probabilmente, anche di altri paesi. Non c’è nulla di strano difatti che Pechino cerchi di coprire la repressione sistematica degli uiguri, quella dei tibetani o le minacce, le violenze e le sparizioni di dissidenti e attivisti. E’ indecente, invece, che a conoscenza della pratica siano, oltre ai vertici dell’Onu, anche un certo numero di governi occidentali e che nessuno agisca di conseguenza.

Nel 2019, il direttore esecutivo di Un Watch, Hillel Neuer, ha inviato lettere alle delegazioni di Ginevra di Regno Unito, Stati Uniti, Australia, Canada, Paesi Bassi, Francia, Germania e Svezia, dettagliando i casi in cui i nomi dei dissidenti cinesi sono stati condivisi dall’Onu. Molti funzionari Onu e Ue a Bruxelles dichiarano, in privato, di aver subito pressioni cinesi, pressioni che rasentano a volte il ricatto. Ma una cosa è essere “pragmatici”, come sostengono, e fare piccole concessioni. Una cosa è, come sta accadendo nel caso di Reilly, cercare di insabbiare una pratica sanzionata dalle stesse Nazioni Unite e ridurre l’Unhcr a un fantoccio.

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