Il leader del Move Forward Party, Pita Limjaroenrat. Al centro, con la camicia bianca (LaPresse)

elezioni thai

Il rischio della “sindrome birmana” della Thailandia post-voto

Massimo Morello

Vincono i partiti di opposizione (Move Forward e Pheu Thai) contro quelli dell'attuale governo, avatar della giunta che prese il potere nel 2014. La strada per la democrazia è tuttavia ancora lunga, tra timori di nuove torsioni autoritarie e incertezze relative alla Commissione elettorale

Bangkok. “Cosa succede con le elezioni thai? Il risultato serve alla rivoluzione o alla giunta?”. Questo messaggio di una partigiana birmana arriva nella notte del 14 maggio. In Thailandia le urne sono chiuse da cinque ore e si delinea la vittoria dell’opposizione contro il governo, avatar della giunta che prese il potere nel 2014. “Il risultato serve alla rivoluzione. Sempre che in Thailandia non si diffonda la ‘Sindrome birmana’”. Questa la risposta al messaggio. Il risultato vede l’affermazione di due partiti, il progressista Move Forward, che ha ottenuto la maggioranza dei seggi (151), e il populista Pheu Thai, che lo segue con una minima differenza (141). Una strana coppia coalizzata contro i due generali golpisti, Prayuth Chan-ocha, autore del golpe e attuale primo ministro, e Prawit Wongsuwon, ex ministro della Difesa, a capo di due partiti che rappresentano un antagonismo tutto personale.

 

La Sindrome birmana cui si faceva riferimento è il colpo di stato del febbraio 2021 innescato dal successo del partito di Aung San Suu Kyi nelle elezioni del novembre precedente. Qualcosa di intollerabile per i militari. E’ una coincidenza di vicende non casuale. Non a caso i militari birmani si erano ispirati al golpe thailandese, mentre il generale Prayuth si è ispirato alla Costituzione farsa scritta dai generali birmani per le modifiche alla Costituzione thailandese. Secondo la Costituzione thai del 2017, infatti, per formare il governo è necessaria la maggioranza del Parlamento, ossia dei 500 deputati eletti e dei 250 senatori nominati dal governo in carica. In questo caso dai militari. E così i primi due partiti, che nella Camera bassa hanno ottenuto una maggioranza di 292 voti, sono lontani dai 376 seggi della maggioranza assoluta.

 

A questo punto inizierà una bizantina ricerca di accordi con partiti minori, senatori e deputati. Il vero kingmaker potrebbe essere Anutin Charnvirakul, leader del Bhumjaithai Party, sostenuto dai coltivatori di cannabis, divenuto il terzo partito del Regno. Altro elemento d’incertezza è la Commissione elettorale, nominata dagli ex generali, che si riserva diverse settimane per confermare i seggi. Da ultima, la possibilità che il Move Forward venga sciolto per presunte irregolarità. E’ già accaduto nel 2019, quando il suo predecessore, il Future Forward, venne sciolto con pretesti ridicoli. 

 

Rispetto al passato e alla Birmania, però, la Thailandia del 2023 sembra avere gli anticorpi. Il più forte è il Move Forward, che nel sud-est asiatico rappresenta un’inversione d’intelligenza progressista rispetto a populismi, dittature o democrature. Risulta così attrattivo sia per le élite urbane e intellettuali, sia per l’emergente classe media. Il consenso diventa lo scudo contro un possibile “golpe istituzionale” e probabilmente anche le grandi famiglie che detengono il potere economico vogliono evitare quello che provocherebbe una crisi sociale dirompente. Di segno opposto ma altrettanto forte potrebbe essere la crisi innescata dall’intenzione del Mfb di riformare l’articolo 112 della Costituzione, quello che riguarda il reato di “lesa maestà”, sempre più usato come arma politica. 

La strada per la democrazia è lunga, anche per le differenze tra i due primi partiti. Tanto il Mfb rappresenta una “nuova” Thailandia, quanto il Pheu Thai è il simbolo dei prai, il popolo, nelle sue incarnazioni di agricoltori tradizionalisti. Senza contare che la frontrunner Paetongtarn Shinawatra è figlia di Thaksin Shinawatra, il multimiliardario divenuto primo ministro e deposto da un colpo di stato nel 2006 ma inviso anche ai progressisti per il suo populismo e le sue politiche di “tolleranza zero”.

 

Pita Limjaroenrat, leader di Mfb, sembra deciso a incamminarsi su quella strada a ogni costo, e si sta già proponendo come primo ministro di una Thailandia che rivendica un ruolo internazionale. Nella sua prima conferenza stampa post elettorale, ha dedicato ampio spazio alla politica estera, affermando la necessità di affrontare la questione birmana seguendo anche le linee guida del Burma Act americano, che sostiene i movimenti di resistenza. 
Massimo Morello

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