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Dentro la crisi

I janjaweed sul confine tra Sudan e Libia e i soldi dell'Ue

Enrico Pitzianti

L'escalation sudanese ha molto a che fare con le vicine frontiere: è lì che bisogna guardare per capire ciò che sta succedendo nel paese africano. Il peso dell'immigrazione e il ruolo ambiguo dell'Unione europea

Quella sudanese è descritta e raccontata un po’ ovunque come una crisi interna, ed effettivamente lo scontro tra il generale dell’esercito regolare Abdel Fattah al Burhan e il suo vicepresidente, Mohamed Hamdan Dagalo (che invece comanda le Forze di Supporto Rapido), sembra proiettato verso una guerra civile tutta sudanese. Eppure, questa crisi, ha molto a che fare coi confini. A nord-ovest, in particolare, c’è quello con la Libia. Sono poco meno di 400 chilometri disposti ad angolo retto: è una frontiera che gli analisti definiscono “porosa”, perché è desertica, difficile da monitorare e senza quasi nessuna infrastruttura di controllo. Ed è a questi confini che bisogna guardare per provare a capire quello che succede oggi in Sudan. Lo sostiene tra gli altri Marc Lavergne, ricercatore al Centro nazionale per la ricerca scientifica (Cnrs) di Parigi. Secondo Lavergne per chi attacca il governo (Dagalo, detto anche “Hemedti”) ciò che conta è “il controllo del flusso di denaro... cioè i migranti”. Oltre all’oro “che va a Dubai, la droga e le armi”. In altre parole le centinaia di morti civili dentro e fuori la capitale Khartoum sarebbero un fenomeno che riguarda un’area ben più ampia del solo Sudan. Soprattutto perché il paese connette l’Africa subsahariana, quella da cui molti migranti partono, con la Libia, cioè da dove i migranti cercano di imbarcarsi verso l’Europa.

 

In un report recente l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) scriveva che alla metà del 2022 in Libia si contavano quasi 680 mila migranti, di oltre 41 nazionalità. Molti di questi – e qui sta il punto – erano provenienti proprio dal Sudan. E il motivo ha di nuovo a che fare coi confini sudanesi: a sud c’è quello col Sud Sudan, lo stato più povero al mondo. A est invece ci sono quelli con Eritrea ed Etiopia: rispettivamente una delle dittature più repressive del pianeta e il secondo paese più popoloso di tutto il continente africano. Anche i migranti somali sono obbligati a questo percorso, attraverso il Sudan, per cercare di arrivare alle coste del Mediterraneo. Controllare alcuni dei confini sudanesi, quindi, significa poter sfruttare uno dei traffici più remunerativi di tutto il nord Africa, quello dei migranti. Stando a testimonianze dirette i trafficanti in Sudan operano esattamente come quelli libici: monitorano le aree di transito dei migranti e da loro estorcono denaro con minacce e torture. Riuniscono gruppi di migranti e ad alcuni, pubblicamente, infliggono violenze di vario tipo, comprese amputazioni e stupri, così da inculcare un terrore generalizzato. Successivamente fanno telefonare ai migranti le proprie famiglie così da estorcere altro denaro. Qui si chiude il cerchio: a controllare ampi tratti di questi confini con fini affaristici ci sono proprio le Forze di Supporto Rapido di Mohamed Hamdan Dagalo. Quelle che oggi attaccano aeroporti e sedi governative.

 

Già a partire dal 2015, quando queste milizie erano ancora formalmente indipendenti dall’esercito regolare e si chiamavano “Janjaweed”, l’allora dittatore sudanese Omar al-Bashir decise di schierarle a nord, a monitorare proprio il confine con la Libia. Non era ancora finita la guerra del Darfur che alle milizie responsabili della pulizia etnica e delle stragi di civili nell’ovest del Paese fu già dato un ruolo chiave. Un altro dato significativo è che sarebbero oltre 160 i milioni di euro di fondi dell’Unione europea arrivati alle milizie che in Sudan controllano i confini. Comprese quelle (oggi golpiste) comandate da Dagalo. La cifra viene da una stima del think tank olandese Clingendael, ed è affidabile. Ancora oggi non possiamo escludere che, sebbene indirettamente, fondi dell’Unione europea continuino ad arrivare alle milizie sudanesi. Di certo c’è che il tentativo dell’Ue, proprio come in Libia, era quello di arginare i flussi migratori. E così le Forze di supporto rapido, nonostante il loro ruolo negli orrori nel Darfur e l’influenza che si spinge fino all’est del Ciad, avrebbero avuto accesso per anni, almeno fino al 2019, ai finanziamenti europei proprio in nome del loro essere “forze di confine”.

 

La miopia europea è sempre quella: voler credere di star finanziando una stabilità e un controllo delle frontiere mentre invece, nei fatti, si sta dando la possibilità a milizie, torturatori e paramilitari di espandere il proprio potere in aree a rischio. Potere che, sotto forma di ricatto, viene esercitato verso la stessa Ue. Una lettera aperta firmata da associazioni per i diritti umani sudanesi ed eritree, e inviata a inizio 2019 all’allora presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, recitava così: “Durante il suo mandato di presidente del Consiglio europeo, l’Ue e i suoi Stati membri hanno esternalizzato la politica migratoria attraverso la cooperazione diretta e indiretta con regimi e milizie del tutto inaffidabili”. Ci si riferiva anche alle milizie sudanesi che collaborano col gruppo Wagner russo e che ora – salvo miracoli diplomatici – porteranno il Sudan a una nuova lunga guerra.

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