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sabotaggi e confini •
Cosa volevano quaranta uomini armati nella regione russa di Bryansk
Un gruppo armato russo con legami con l'Ucraina afferma di aver preso il controllo di due villaggi per spronare le persone a ribellarsi. Kyiv parla di "provocazione deliberata", Mosca di terrorismo

Alle 11.30, ora di Mosca, il governatore della regione di Bryansk, Aleksander Bogomaz, ha comunicato che il villaggio di Ljubechane era stato violato da un “gruppo di sabotaggio e ricognizione” proveniente dall’Ucraina. Il racconto del governatore continuava: i “sabotatori” hanno sparato contro un’auto, uccidendo un civile e ferendo un bambino. Da questo momento, le ricostruzioni si contraddicono e si affastellano tra resoconti dei media e comunicazioni istituzionali. I “sabotatori” sono stati identificati in un numero che va da quaranta a cinquanta e i villaggi sono diventati due: a Ljubechane si è aggiunto Sushani, a venti chilometri l’uno dall’altro. Poi gli uomini arrivati in Russia si sarebbero scontrati con la Guardia nazionale. I servizi di sicurezza hanno affermato che stavano lavorando per “distruggere i nazionalisti ucraini armati”. Nel primo pomeriggio, il governatore della regione ha detto che il numero delle vittime era salito a due e, secondo una fonte dell’agenzia Tass, gli uomini avevano già abbandonato il territorio disseminando mine. Il racconto si muove su quattro piani: le dichiarazioni locali, quelle di Mosca, la rivendicazione finale e la posizione di Kyiv.
Mentre le autorità di Bryansk annunciavano e smentivano i media, al Cremlino circolava una parola che nella politica russa vuol dire moltissimo: terrorismo. Il significato di terrorismo per Mosca ha molte sfaccettature perché è stato utilizzato da Vladimir Putin per giustificare operazioni militari e strette sui diritti civili. A inizio settimana il presidente russo si era presentato davanti ai suoi ex colleghi dell’Fsb dicendo che bisognava pensare alla sicurezza contro i terroristi, soprattutto i neonazisti, che vogliono dividere la società. Putin ha cancellato i suoi impegni, era atteso a Stavropol, ha convocato il Consiglio di sicurezza per oggi e ha tenuto una breve dichiarazione, dicendo che a Bryansk era in corso un attacco terroristico e poi ha detto, rivolto ai sabotatori: “Li schiacceremo”. Tutte le autorità moscovite, senza indugi, hanno accusato l’Ucraina di aver orchestrato l’attacco. Kyiv ha smentito, ha parlato di una “provocazione deliberata” da parte di Mosca. Nel frattempo, da tutta la Russia sono arrivate notizie di esplosioni, attacchi con droni – uno dei quali sarebbe stato contro un edificio residenziali proprio a Sushani – e incendi.
Alla squadra di giornalisti di Ria Novosti che osserva il Cremlino e ogni giorno documenta i particolari più curiosi dei discorsi di Putin non è sfuggito un dettaglio: durante la sua dichiarazione, sul retro dei fogli che teneva in mano, il presidente russo aveva scritto: Darja Aleksandrovna Dugina. Il nome della figlia di un noto propagandista russo uccisa in agosto. Quel giorno il Cremlino si sentì molto vulnerabile.
Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)




