La stretta di mano fra Joe Biden e Volodymyr Zelensky (Lapresse)

La triangolazione

La grande lezione di Zelensky, Biden e Meloni oltre ogni tabù

Claudio Cerasa

Alla luce degli incontri a cui Kyiv ha assistito ieri e assisterà oggi, non ci poteva essere forse un trio migliore per mostrare al mondo cosa significa, dodici mesi dopo l'invasione russa, mettere il proprio paese al fianco di chi difende la libertà

Il primo, in questi dodici mesi, ha dimostrato cosa significa mettere in gioco la propria vita per difendere la libertà, ha ricordato al mondo che proteggere le democrazie può avere un costo e ha trovato una chiave straordinaria per mettere insieme due concetti che fino a qualche anno fa sembravano essere uno in contraddizione con l’altro: la compatibilità assoluta tra la difesa della patria e la difesa dell’Europa. Il secondo, in questi dodici mesi, ha dimostrato cosa significa difendere la società aperta, ha ricordato al mondo cosa è necessario fare per combattere i regimi illiberali e ha trovato una chiave straordinaria per mettere tutti gli estremismi politici, di destra e di sinistra, di fronte alla domanda delle domande: l’occidente è disposto o no a unirsi, a farsi forza, a proteggere i propri confini e a mettere da parte il proprio sonnambulismo secolare contro i suoi nemici, contro i nemici della libertà e contro i nemici della democrazia? La terza, in questi dodici mesi, ha fatto anche lei qualcosa di importante, a suo modo unico. Ha dimostrato cosa vuol dire difendere un principio a prescindere da ciò che suggeriscono i sondaggi, ha ricordato al suo mondo di riferimento perché cambiare idea non è sempre una cattiva idea e ha trovato una chiave straordinaria per mettere i suoi alleati di fronte a una scelta importante: restare ancorati, con le parole, a una stagione di equidistanza che non c’è più, oppure sfruttare la nuova fase storica, fase aperta dall’invasione della Russia in Ucraina, per mostrare di sapersi adattare a un mondo che cambia.

 

Per onorare l’anniversario del primo anno di guerra in Ucraina, del primo anno di eccidi compiuti dalla Russia di Vladimir Putin contro un popolo che da un anno cerca di difendersi da un criminale macellaio giustamente definito terrorista dall’Unione europea, non ci poteva essere una triangolazione migliore rispetto a quella a cui Kyiv ha assistito ieri e rispetto a quella a cui Kyiv assisterà oggi: il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il presidente americano Joe Biden, il presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni. Quelle di Biden e Meloni, naturalmente, sono storie diverse, sono profili diversi, sono leadership diverse, ma entrambe sono accomunate da un filo conduttore importante che li ha portati a sfidare i tabù delle proprie parti politiche. Joe Biden lo ha fatto sfidando la sinistra del suo partito, e di riflesso anche le sinistre dei paesi che si riconoscono nel Patto atlantico, a riconoscere la necessità di difendere una democrazia non solo a parole ma anche, se necessario con le armi. Di riflesso, Meloni ha a sua volta sfidato un tabù altrettanto importante presente all’interno della destra sovranista europea e un anno fa, all’indomani dell’aggressione subita dall’Ucraina, è stata la prima leader di un partito nazionalista, con molti scheletri putiniani nell’armadio, a rinnegare il proprio passato, a sfidare i propri elettori e a costringere anche i propri alleati a scegliere da che parte stare senza troppe ambiguità. Zelensky, Biden, Meloni: in questo triangolo c’è l’istantanea importante di tutto ciò che la guerra in Ucraina ha insegnato all’occidente.

 

C’è la storia della più grande democrazia del mondo, quella americana, che ha ridato senso alla Nato, ha rimesso gli Stati Uniti al centro della storia e ha guidato le società aperte nella difesa della libertà di un paese aggredito. C’è la storia di una grande democrazia, come l’Italia, che prima con Draghi e oggi con Meloni ha sfidato i fantasmi del passato, confinando parte dell’estremismo italiano in un angolo della storia. Un patriota che trasforma l’Europa nella culla della difesa delle libertà. Un progressista che trasforma la difesa armata dell’occidente in una prerogativa della sinistra. Una nazionalista che trasforma la difesa dell’Ucraina in un’occasione per fare i conti con il passato tossico del sovranismo. Zelensky, Biden, Meloni: non ci poteva essere forse un trio migliore per mostrare al mondo cosa significa, dodici mesi dopo, mettere il proprio paese al fianco di chi difende la libertà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.