Il vero ostacolo al negoziato non è il no di Zelensky al dialogo con Putin: è Putin

Luciano Capone

Con l'annessione dei territori ucraini lo Zar si è bruciato i ponti alle spalle: la sua Costituzione gli proibisce la cessione, e quindi di negoziare. Zelensky ha risposto con l'indisponibilità al dialogo con Putin, che è un tentativo di separare il destino della Russia da quello del suo presidente

Non si tratta con Putin. Intervenendo in videoconferenza al summit del G7, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto che “non ci può essere alcun dialogo con l’attuale leader russo, che non ha futuro. Dobbiamo riconoscere questa ovvietà. Ci possono essere colloqui solo con un altro leader della Russia, che rispetti la Carta delle Nazioni Unite, i principi fondamentali dell’umanità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, o in una configurazione diversa, in modo che il leader terrorista non abbia l’opportunità di influenzare decisioni chiave”. Il presidente dell’Ucraina non ha fatto altro che ribadire il contenuto di un decreto, approvato il 30 settembre, subito dopo i referendum farsa con cui la Russia ha annesso quattro regioni ucraine, in cui si affermava “l’impossibilità di condurre negoziati con il presidente della Federazione russa V. Putin”. Questa presa di posizione da parte ucraina è stata interpretata, da parte di diversi commentatori e organi di informazione, come una chiusura della leadership ucraina al negoziato pari, se non superiore, alle azioni e decisioni unilaterali di annessione da parte russa. Insomma, Putin e Zelensky pari sono: nessuno dei due vuole la “pace”.

 

Le cose non stanno affatto così. Non solo dal punto di vista politico-morale per le ragioni che motivano gli uni e gli altri, ma anche perché le rispettive decisioni si pongono su due piani giuridici differenti. Zelensky può tornare sui suoi passi, Putin no. O quantomeno, non così facilmente. La chiusura al dialogo con Putin da parte ucraina è una risposta all’annessione illegale di circa un quinto del territorio ucraino da parte russa. Se le circostanze politico-militari dovessero cambiare, l’Ucraina potrebbe decidere di aprire un negoziato. Al presidente basterebbe firmare un nuovo decreto che annulli il precedente. D’altronde, ancora a maggio Zelensky si diceva disponibile a parlare con Putin a patto che si ritornasse alle condizioni del 24 febbraio 2022, ovvero prima dell’invasione.

 

Per Putin, invece, non è così semplice tornare indietro. Anzi, è tecnicamente quasi impossibile. L’incorporazione delle regioni di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia, la cui costituzionalità è stata sancita dalla Corte costituzionale russa, è un punto di non ritorno. Anche per l’inquilino del Cremlino. Perché la Costituzione russa, emendata nel 2020 da Putin, prevede il divieto di cedere territorio russo. E non si tratta del normale principio di difesa dell’integrità territoriale, sancito in quasi tutte le costituzioni, ma di qualcosa di più. Secondo il nuovo art. 67, comma 2, sono precluse “tutte le azioni (tranne la delimitazione, demarcazione, ri-demarcazione del confine di stato della Federazione russa con gli stati confinanti) finalizzate all’alienazione di una parte del territorio della Federazione russa, nonché gli inviti a tali azioni”.

 

Questo principio, indicato come uno degli “emendamenti ideologici” della riforma costituzionale putiniana, ha trovato immediata attuazione con una legge approvata nel luglio del 2020 che punisce come “attività estremista” (fino a 10 anni di carcere) chi vuole cedere parte del territorio russo. La legge aveva lo scopo di colpire chiunque intendesse mettere in discussione l’annessione della Crimea, e a maggior ragione vale oggi. L’unico spiraglio costituzionale è l’eccezione sulla “ri-demarcazione” dei confini, prevista in ottica della risoluzione della controversia con il Giappone sulle isole Curili. Anche perché i confini delle regioni ucraine annesse non sono stati ancora definiti. Ma, in ogni caso, almeno un pezzo dei quattro oblast annessi dovrebbe restare russo. Ciò, però, vuol dire che neppure Putin, se anche cambiasse idea, potrebbe revocare le annessioni. Per farlo dovrebbe cambiare la Costituzione, un processo complicato e dall’esito non scontato, perché avverrebbe per forza di cose in un contesto di sconfitta militare o di debolezza istituzionale. Inoltre, il solo tentativo di cambiarla per cedere territorio potrebbe costargli un’incriminazione, visto che la legge punisce qualsiasi tentativo volto a violare l’“integrità territoriale” russa.

 

Insomma, con l’annessione delle regioni ucraine lo Zar si è bruciato i ponti alle spalle. Putin, l’annessione delle regioni ucraine e la Costituzione – riformata a sua immagine e somiglianza, secondo la sua ideologia e per tenerlo al potere fino al 2036 – simul stabunt simul cadent. In questo senso, le azioni dei due presidenti non sono per nulla equiparabili. Anzi, la dichiarazione di Zelensky di impossibilità a trattare con Putin, ma di apertura al “dialogo con un altro presidente”, è un tentativo di separare il destino di Putin da quello della Russia. Lasciando così aperto uno spiraglio per un negoziato su nuove basi, che per la Russia sarebbero anche basi costituzionali nuove.

 

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali