(foto EPA)

L'odio dei popoli

Russia, Usa e Cina campioni mondiali di nazionalismo. Che fine ha fatto quello europeo?

Siegmund Ginzberg

I russi di oggi come i tedeschi di ieri sbraitano contro l’occidente che cospira e agisce contro i propri popoli. Eppure i nazionalismi, sempre necessari ma spesso letali per la convivenza civile, hanno anche padri nobili

Leggo che il numero due di Putin nel Consiglio di sicurezza della Russia, Medvedev, avrebbe così commentato sulla piattaforma web Telegram la conclusione dell’ultima riunione dell’Unione europea: “Ci odiano tutti. Queste decisioni si basano sull’odio per la Russia, per i russi, per il popolo russo. Odiano la nostra cultura. Ecco perché hanno cercato di cancellare il lavoro di Tolstoj, Cechov, Cajkovskij e Šostakovic. Odiano la nostra religione – ecco perché hanno fatto questo, vogliono distruggere la Chiesa ortodossa russa e imporre sanzioni ai patriarchi. E’ sempre stato così”. Ho pensato e sperato per un attimo che potesse trattarsi dell’altro Medvedev, del tennista Daniil, assurto alle cronache per aver dato degli idioti al pubblico di Melbourne per i fischi durante il match con Nadal: “Imbecilli, perché non mi amate?”. Comunque sia, questo è il clima. 

  

A me fa venire in mente Hitler e Goebbels. I quali, mentre avevano già deciso, e anzi mettevano in pratica la “soluzione finale”, sbraitavano contro coloro che “odiano il popolo tedesco”, contro l’occidente che cospirava e agiva, di concerto con la “barbarie” slava e asiatica, per “sterminare tutti i tedeschi”, per cancellare la loro cultura. Ce l’avevano con gli ebrei, naturalmente, e con i banchieri di Londra e New York, con i Bolscevichi e con Stalin. Tutti quanti avatar, alter ego dell’ebraismo mondiale. Tutti a odiare visceralmente la loro vittima designata, il Deutsche Volk, il popolo tedesco. Capi in testa di questo odio un paio di non ebrei: quel “vecchio demente” di Roosevelt e quell’“ubriacone” avvinazzato di Churchill (parole del Führer). 

  

Il nazionalismo russo ha naturalmente anche padri un po’ più nobili dei siloviki, degli uomini degli apparati di sicurezza di Putin. Il più grande e amato poeta russo, Puškin, sognava e difendeva un nazionalismo russo imperiale, di conquista. Coinvolto da giovane nel complotto dei “decabristi”, avrebbe potuto finire, come molti suoi amici, al patibolo, o in Siberia. E invece gli capitò uno zar intelligente, Nicola I, che amava definirsi “Primo lettore del Primo poeta”, e sapeva far buon uso degli intellettuali. Gli faceva comodo uno che cantasse (e magnificamente) le sue conquiste “Da Perm alle sorgenti della Tauride, dai gelidi monti della Finlandia al calore infuocato della Colchide, dal Cremlino alla muraglia immobile della Cina”. Nel 1831 scrisse un poema appassionato contro “I calunniatori della Russia” in cui si ammoniva l’occidente a “non minacciare anatemi contro la Russia”, a “lasciar perdere, non immischiarsi” in una vecchia disputa, in una “faida di famiglia”, in una controversia annosa tra slavi, tra tribù di uno stesso popolo che si sono a lungo combattute tra loro. “Cos’è che vi fa tanto inutilmente arrabbiare? Forse l’offesa all’orgoglio della Polonia?”.

 

Si riferiva alla brutale repressione della rivolta polacca contro uno zar che non avevano mai riconosciuto. La ribellione polacca aveva commosso e indignato l’Europa. Di lì a poco avrebbe mobilitato l’intero Vecchio continente a rivoltarsi contro i propri tiranni, i propri assolutismi reazionari, a fare insomma il ’48. “Ci odiate…” recita uno dei versi. “Dovremo forse affrontare l’intera Europa coalizzata contro di noi?”. E poi un rimprovero, che risuona tale e quale dopo due secoli: “Avete già dimenticato il sangue che noi abbiamo versato tanto copiosamente per acquisire [qualcuno traduce “comprare”] pace e libertà all’Europa?”.  Abbandonate le vostre inutili illusioni, voi che siete forti solo a parole, i nemici della Russia saranno distrutti, “come Napoleone”, da una muraglia d’acciaio, dagli “innumerevoli guerrieri”, dagli “eroi” che la Russia ha già dimostrato di saper mettere in campo, il senso minaccioso dei versi che seguono. 

 

Il padre nobile del nazionalismo russo: Puškin, il più grande e amato poeta dello zar, aveva scritto un’ode contro gli europei


Era fresca l’invasione della Russia da parte della Grande Armée, un quarto della quale era composta da volontari polacchi. Ci si ricorda meno che la campagna di Russia di Napoleone era stata lanciata in difesa di una delle ricorrenti rivolte polacche contro lo zar. L’imperatore dei francesi si presentava come liberatore dei polacchi. “E non si tratta solo della resurrezione della Polonia, attendono la liberazione anche gli abitanti di altre terre. Siano Lituania, Samogitia, Vitebsk, Polatsk, Mahiliou, Volnia, Ucraina e Podolia ispirati dallo spirito di libertà che ho incontrato qui in Polonia”, aveva detto Napoleone rivolgendosi alla Dieta polacca a Varsavia. Da Varsavia i resti delle armate napoleoniche sarebbero ripassate dopo la catastrofica ritirata. L’ultima battaglia fu combattuta tra cavalleria polacca e cosacchi dello zar. I cosacchi di lì a non molto avrebbero abbeverato i propri cavalli nelle fontane di Parigi. Anche l’attacco alla Russia nel 1941 da parte di Hitler sarebbe stato presentato come “liberazione” dell’Ucraina, della Bielorussia, delle province moldave, della Romania dall’oppressione russa. C’è da stupirsi se l’aggressione all’Ucraina viene ora spacciata come “liberazione” dall’oppressione da parte dei “nazisti” e “corrotti” di Kyiv? Non c’è più distinzione tra aggressione e liberazione. E nessuno ovviamente si è premurato di sentire il parere dei “liberati”.

  

L’odio e il nazionalismo traboccano, tracimano oltre ogni argine. Gli ucraini odiano i russi (e dio solo sa se con qualche ragione). I russi odiano i “fratelli” ucraini. Non ci sono sondaggi a proposito, ma azzarderei che i russi in Ucraina, anche i russi del Donbas, o di Mariupol, odino i loro “liberatori” russi più di quanto ce l’abbiano con i loro vicini ucraini. Il nazionalismo è la guerra, bellezza! Il nazionalismo esasperato sragiona, ed è impossibile ragionare con chi sragiona. Il nazionalismo è facile scusa per gli errori di calcolo che hanno portato a decisioni catastrofiche per lo stesso popolo che si dice di voler difendere dall’odio altrui. In nome del nazionalismo si sono giustificati le peggiori atrocità, gli orrori più indicibili.    

“Le nationalisme, c’est la guerre!” diceva nel 1995 François Mitterrand. La Francia era a un passo dal votare contro Maastricht

 
“Le nationalisme, c’est la guerre!” diceva nel 1995 François Mitterrand. Ero stato appena spostato da New York a Parigi. Decisi di seguire il presidente socialista francese, che si stava avviando alla fine del suo mandato, in una trasferta nel nord. Glielo sentii dire per la prima volta da un palco improvvisato all’aperto, in una giornata molto grigia, con sulla sfondo un’immane struttura da miniera, arrugginita. Il nord della miseria operaia, dei “Cahiers de doléances” su cui poi si fece la Rivoluzione francese, della rivolta cieca e feroce nel Germinal di Zola. Quel nord stava ripiombando nel disarmo industriale e nel mugugno. Ce l’aveva con il resto d’Europa, ritenuta responsabile dello sfacelo. La Francia era a un passo dal votare contro Maastricht, dal cedere ai populisti, alle loro proteste che allora avevano anche radici di sinistra.  Mi sorprese che Mitterrand, anziché lisciargli il pelo, gli parlasse contro il nazionalismo. 

 

Avrebbe ripetuto e approfondito lo stesso concetto davanti al Parlamento europeo a Strasburgo: “I casi della vita hanno voluto che nascessi mentre era in corso la Prima guerra mondiale, e che abbia fatto di persona la Seconda. Ho dunque vissuto la mia infanzia in ambienti familiari lacerati, che piangevano i propri morti e nutrivano un rancore, a volte un odio profondo contro il nemico. Il nemico di sempre! Anche se di nemici ne abbiamo cambiati, secolo dopo secolo! Ho già avuto occasione di dirvi che la Francia aveva combattuto contro tutti i Paesi d’Europa, con la sola eccezione della Danimarca. E perché poi? La mia generazione ha compiuto il suo corso. Questo è uno dei miei ultimi atti pubblici. Bisogna quindi assolutamente che vi trasmetta. Siete numerosi a custodire l’insegnamento dei vostri padri, ad aver provato le ferite subite dai vostri rispettivi Paesi, ad avere conosciuto il dolore delle separazioni, la presenza della morte. E tutto questo semplicemente a causa dell’inimicizia tra gli uomini d’Europa. Ebbene, dobbiamo trasmettere, non questo odio, ma al contrario l’occasione delle riconciliazioni di cui siamo debitori, bisogna pure dirlo, a coloro che nel 1944-1945, ancora insanguinati, lacerati nella loro vite personali, hanno avuto l’audacia di concepire un avvenire più radioso, fondato sulla riconciliazione e sulla pace”.

  

Un presidente francese, che non può che essere, per definizione, nazionalista, simbolo della “grandeur” della sua Francia, si congedava dall’Europa esaltandone l’unità che le aveva garantito, dopo due guerre mondiali, mezzo secolo di pace (e ora abbiamo superato i tre quarti di secolo).  Ho conosciuto molti nazionalismi. Quello francese mi fa quasi tenerezza. Tendo ad associarlo al retaggio ribellistico del 1789, a De Gaulle (a proposito del quale mi aveva colpito, visitando la Francia ancora ragazzo, l’assoluta libertà della satira diretta contro la sua nient’affatto sacrale persona). L’orgoglio della Francia per me è l’invettiva di Cambronne, lo sberleffo di Jarry, l’ironia di Prévert, o quella del suo compagno di passeggiate parigine Robert Doisneau, sulle cui foto è in corso a Roma una bellissima mostra all’Ara Pacis. 

 

Il nazionalismo italiano è all’acqua di rose rispetto agli altri. Forse non ci siamo ripresi dal trauma storico di quando il Duce si incatenò a Hitler

 


Ho conosciuto il nazionalismo turco. Ho fatto le elementari in una scuola pubblica di Istanbul. Ogni mattina cantavamo inni schierati di fronte alla bandiera e al busto di Atatürk. La recita scolastica prevedeva che noi maschietti ci esercitassimo con un fucile, le femminucce accudendo una bambola. Dovemmo lasciare la Turchia dopo i pogrom anti-greci di Istanbul del 1955. Ultrà nazionalisti linciavano e incendiavano chi non esponeva una bandiera turca. Prima che ci imbarcassimo sulla nave nera che ci avrebbe portato in Italia, mio padre aveva avuto l’accortezza di mettere in valigia una bandiera italiana. Non si sa mai, gli avevo sentito dire. In Italia non avemmo, per fortuna, mai bisogno di esporre una bandiera, o di esibire il colore della pelle, o un passaporto di origine. Spero proprio che non ce ne sia bisogno nemmeno in futuro, anche se pochi anni fa sembrava che ci si avviasse in quella direzione.

  

Il nazionalismo italiano è all’acqua di rose rispetto agli altri. Forse non ci siamo ripresi dal trauma storico di quando, in nome delle antiche glorie imperiali, e per accattare qualche briciola al sognato futuro tavolo della spartizione delle spoglie, il Duce si era incatenato a Hitler. Oppure perché, al contrario, non siamo mai riusciti a realizzare una vera unità nazionale. Il nostro nazionalismo si fa sentire quando gioca la nazionale. Ma con entusiasmo minore di quando si fa il tifo per la propria squadra del cuore. Il vecchio Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord, della bandiera italiana invitava a fare usi impropri. Il suo successore Matteo Salvini, per far scordare di essere stato nel libro paga di Putin, non ha trovato di meglio che cercare di trattare direttamente con la Russia scavalcando il governo della cui maggioranza fa pure parte. Hanno dovuto sbeffeggiarlo dal suo stesso partito. E ha dovuto prendere le distanze anche l’alleata in “sovranismo” e antieuropeismo, e prossimo capo del governo in pectore, anzi in sondaggi, Giorgia Meloni. Chissà se riuscirà a far dimenticare che in politica estera finora si era fatta notare solo come la migliore amica di Orbán. 

  

Il lettore avrà capito che non amo i nazionalismi. Malgrado il cognome un po’ ostrogoto (è di origine ebraica, diffusissimo nelle “terre di mezzo” in cui infuria ora la guerra) mi sento però profondamente italiano. Sono senza se e senza ma dalla parte del mio paese di adozione. Mentre scrivo queste righe in tv c’è la diretta della parata del 2 giugno. Ebbene, mi commuove, davvero. 

 

Imbattibile l’“eccezionalismo” di America e Cina: credono di essere diversi e migliori degli altri, più di quanto traspaia tra Russia e Ucraina


Non ho conoscenza diretta del nazionalismo russo, né di quello ucraino. Ho avuto occasione di conoscere l’orgoglio, anzi la vera e propria arroganza nazionale dell’Iran, a tutt’oggi fondata sulle antichissime tradizione imperiali più ancora che sulla in fin dei conti recente svolta islamica. Ma mi è capitato di conoscere bene, e frequentare intensamente per molti anni, due altri nazionalismi, ancora più marcati e radicati. Mi è capitato di fare il corrispondente dalla Cina per 7 anni (dal 1980 al 1987), e poi per quasi un decennio dall’America. Ebbene, in nessun’altra parte del mondo ho trovato nazionalismi, orgoglio di bandiera, miti di superiorità rispetto al resto del mondo intero così profondamente radicati nel sentire popolare, così costantemente esibiti e sentiti. Vi sembrerà bizzarro, anzi paradossale. Ma i nazionalismi del più antico degli imperi e di quello più giovane sono speculari, quasi gemellari.

 

Se vi andasse di approfondire l’argomento, vi segnalo che lo tratto nel capitolo conclusivo del mio Colazione a Pechino, nelle librerie per Feltrinelli in questi giorni. Oserei dire che ho visto più nazionalismo in Cina e in America, di quanto ne traspaia in Russia e Ucraina. Una delle ragioni è forse nell’“eccezionalismo”, nella convinzione di essere diversi, appunto eccezionali rispetto agli altri. C’è un fortissimo eccezionalismo cinese, già nel nome: Zhongguo, Paese di mezzo. Così come c’è un prepotente “eccezionalismo americano”. Si definiscono “Terra dei Liberi”, sentono come missione sacra il garantire (e, nel caso imporre) la libertà e la democrazia nel resto del mondo. Analoghe radici profonde ha l’eccezionalismo russo. Gli eccezionalismi, la convinzione di essere meglio, più avanti, più civili degli altri, saranno anche una bella cosa. Ma sono stati sempre fonte di guai, talvolta guai grossi.

   

Senza un minimo di orgoglio nazionale si combina poco. Troppo orgoglio può portare alla perdizione. La cosa che mi inquieta per il futuro è l’assenza di un nazionalismo, un patriottismo europeo. Ma non è detta l’ultima parola. L’Europa un po’ s’è desta. Alla faccia di chi le voleva male. Alla faccia del “Fuck Europe!” dei nostri amici americani. Alla faccia di Putin che finanziava ogni tipo di destra, di populisti e ultrà pur di destabilizzare l’Europa. Alla faccia di Trump, al quale Putin aveva tirato la volata. Questa bistrattata Europa è riuscita a battere un colpo nella crisi Covid e nella crisi ucraina. Speriamo riesca a combinare qualcosa anche di fronte all’imminente tempesta perfetta in economia.

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