Russian Defense Ministry Press Service via AP 

La città fantasma

Per Putin i prigionieri di Mariupol sono terroristi. Aveva fatto un accordo di scambio con Kyiv

Paola Peduzzi

Che ne è stato dei 400 mila abitanti della città portuale? Dopo 82 giorni di assedio e bombe, una stima del “bottino” del capo del Cremlino

Duecentoquarantacinque combattenti ucraini sono stati evacuati dall’acciaieria Azovstal di Mariupol e portati a Novoazovsk, a est della città portuale, in una zona occupata dai russi, e a Olenivka, in Crimea. Più di cinquanta di loro sono feriti, non si sa quanti siano ancora dentro Azovstal. Il ministero della Difesa russo ha pubblicato alcuni video dell’evacuazione, che definisce “resa”: dopo 82 giorni di assedio e bombe, Vladimir Putin può mostrare le immagini di un suo successo, ma non c’è stata una resa. Il governo di Kyiv ha detto che c’era un accordo per uno scambio di prigionieri da finalizzare quando le evacuazioni finite. Qualche ora dopo, il procuratore generale della Russia ha chiesto alla Corte suprema di riconoscere il reggimento ucraino Azov, i cui combattenti erano dentro l’acciaieria, come “organizzazione terroristica”. Se i prigionieri che fino a poco prima erano parte di un accordo di scambio ora sono terroristi, lo scambio non c’è più e il loro destino è segnato. “Gli eroi ci servono vivi”, ha detto il presidente Volodymyr Zelensky, ma  Putin ha trovato il modo per farli sparire.

  
Si è detto molto sul  sacrificio degli uomini di Azov, ma non c’era alcun martirio in corso, la resistenza di Mariupol era una scelta strategica. Finché i russi erano impegnati a Mariupol, restavano  sguarniti sul fronte del Donbas: questi 82 giorni hanno permesso alle armi occidentali di arrivare, all’esercito ucraino di organizzarsi e ai russi di rallentare. E si dimentica spesso che Mariupol era l’obiettivo (mancato) di Putin nel 2014: nella guerra di oggi, il presidente russo la dava per scontata. 

  

Invece Putin ha dovuto radere al suolo Mariupol per conquistarla, e ha dovuto fingere che gli ucraini si consegnassero, quindi si arrendessero, per poter dire di aver portato a compimento quello che era l’obiettivo minimo della sua campagna militare. E come sempre accade quando c’è qualche movimento più rilevante nel sud-est dove l’esercito russo si è “riorganizzato”, cadono bombe altrove, in modo che l’Ucraina non si senta mai al sicuro. Ieri è stata colpita Chernihiv, a nord di Kyiv, liberata a inizio aprile: sono morte dodici persone. La conquista di Mariupol è naturalmente importante per Putin, altrimenti non si spiegherebbe l’accanimento: permette di collegare la Crimea al Donbas e di consolidare il territorio occupato a est e a sud. La strategia putiniana che si fonda sul principio che sono gli ucraini stessi a voler essere liberati dai “nazisti drogati” che governano a Kyiv ha al contrario subìto una sconfitta disumana. Poiché Putin non sa conquistare i cuori e le menti degli abitanti delle città che invade, a Mariupol ha deciso di farli fuori tutti. Qui, prima della guerra, c’erano circa 400 mila persone: una parte è scappata subito, una parte è stata uccisa (il 12 aprile, quindi più di un mese fa, il sindaco aveva detto che c’erano 21 mila vittime, chissà adesso), una parte è stata evacuata in zone  sotto il controllo ucraino (sono i cosiddetti fortunati: molti di loro hanno raccontato la loro “fortuna”, fatta di buio, fame, terrore), una parte è ancora in città non si sa in quali condizioni, una parte è stata deportata. Secondo l’intelligence britannica, ci sono sessantasei campi di “smistamento” in Russia dove sono detenuti circa 95 mila abitanti di Mariupol. Il loro destino è incerto. 

 

Poiché la città resterà sotto il controllo dei russi, non avremo contezza di quel che è successo davvero: abbiamo solo le immagini satellitari di alcune fosse comuni e dei palazzi distrutti. Dove i russi si sono ritirati abbiamo scoperto l’orrore: è stato ed è doloroso, ma le vittime sono state riconosciute e hanno avuto sepoltura. Ai cittadini di Mariupol è stata tolta la vita e ora anche la dignità della morte.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi