L'Unione europea guarda a oriente

Giulia Pompili

Il primo summit dell'Ue con i partner dell’Indo-Pacifico diventa un Xi e Putin contro tutti

La prima riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione europea e quelli dei paesi partner dell’Indo-Pacifico, che si è tenuta ieri a Parigi, avrebbe dovuto essere un gigantesco passo in avanti per la costruzione di una politica estera asiatica unitaria dell’Ue. Ma tutta la strategia è stata messa in ombra dalle notizie che venivano dal vicino più ingombrante: la Russia. Così il primo Forum ministeriale per la cooperazione nell’Indo-Pacifico si è trasformato in un dialogo tra le istituzioni europee e i rappresentanti di trenta paesi su un tema ben più ampio, ovvero l’alleanza tra Mosca e Pechino e la necessità, sempre più urgente, di costruire una alternativa credibile all’influenza delle potenze autoritarie. “La convergenza tra Cina e Russia è importante per l’Indo-Pacifico. Questa alleanza sfida l’ordine multilaterale ed è un’altra ragione per essere più presenti nell’area”, ha detto  il capo della diplomazia dell’Ue, Josep Borrell. 


Sono passati cinquant’anni da quando l’allora presidente americano Richard Nixon è atterrato a Pechino per tentare di reclutare la Repubblica popolare cinese nell’alleanza contro l’Unione sovietica. All’epoca la Cina di Mao vedeva il Cremlino come un nemico “più grande dell’imperialismo”, e lo “split” ideologico – che si tramutò, non a caso, in un problema territoriale e in un conflitto sul confine russo-cinese – fu usato strategicamente dall’America e dai suoi alleati per allontanare la Cina dalla Russia. Cinquant’anni dopo, però, Vladimir Putin e Xi Jinping sembrano più alleati che mai, soprattutto contro il modello occidentale, con l’unica differenza che oggi a essere più forte è la Cina. Eppure, sull’Ucraina, Pechino si trova in una situazione particolarmente complicata: non vuole deteriorare ancora di più i rapporti con l’America, non vuole perdere economicamente l’Europa; non vuole una guerra, che significa instabilità, ma non vuole nemmeno dover scontentare la Russia. E’ in questo dilemma diplomatico tra Pechino e Mosca che vorrebbe inserirsi l’Ue e la sua politica sull’Indo-Pacifico. 

 


Il Forum di ieri è uno dei tasselli della più ampia strategia europea nell’area asiatica, pubblicata a settembre 2021 e che si servirà  del Global Gateway, un progetto da 300 miliardi di euro alternativo a quello della Via della Seta cinese, con relazioni commerciali ma anche investimenti e progetti sostenibili. La strategia è stata sostenuta anche e soprattutto dalla presidenza francese dell’Ue, perché il presidente  Macron è sempre stato molto attento ai rapporti con i paesi del Pacifico e ha soprattutto interessi nazionali diretti: la Polinesia francese, Wallis e Futuna, Clipperton e la Nuova Caledonia, quest’ultima particolarmente interessante perché si trova a 1.200 chilometri dalle coste australiane (per tre volte, negli ultimi quattro anni, i cittadini della Nuova Caledonia sono andati a votare per l’indipendenza dalla Francia, per tre volte ha vinto il no). E’ una strategia benedetta anche dall’America, che non è stata invitata al Forum di ieri – come pure Cina,  Russia e  Regno Unito, per evitare che un protagonismo pesasse più dell’altro. Secondo una fonte del Foglio, l’Amministrazione Biden avrebbe chiesto ai partner europei di andare fino in fondo con il Global Gateway in modo indipendente, e di renderlo anzi complementare, nell’Indo-Pacifico, alla strategia chiamata Blue Dot Network, il piano d’azione condiviso da America, Giappone e Australia. Ma può funzionare? 


Una delle criticità più evidenti è che l’Europa conosce poco il quadrante asiatico e le sue dinamiche. E poi ci sono le rivalità: dopo la firma dell’Aukus, il patto di Difesa tra America, Regno Unito e Australia, Canberra ha avuto parecchi problemi con Parigi, tanto che non era stata invitata al Forum di ieri. Poi, a fine gennaio, la Francia ha ceduto alle pressioni del resto dell’Unione e ieri la ministra degli Esteri australiana Marise Payne era nella capitale francese. L’Italia, unico paese del G7 ad aver aderito alla Via della Seta cinese, ieri era rappresentata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio che si è seduto solo al tavolo dei “problemi globali” – il nostro paese non ha partecipato invece agli altri due tavoli di lavoro, quello sulla Difesa e quello sulla Connettività. Il ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar ha detto ieri ai rappresentanti delle istituzioni europee che la Cina è una sfida molto più complicata della Russia, e il suo omologo giapponese Yoshimasa Hayashi ha fatto notare quanto la strategia di militarizzazione della Cina nel mar cinese meridionale sia simile a quella russa in Europa orientale:  anche se è lontana, non vuol dire che non ci riguardi.
 

Di più su questi argomenti:
  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.