Con il riconoscimento di Donetsk e Lugansk Putin cancella l'Ucraina dalla mappa

Il capo del Cremlino vuole vendere l'invasione ai russi e fa crollare i mercati

Micol Flammini

Il presidente russo annichilisce gli slanci diplomatici, riscrive la storia di Kiev e dei suoi “padroni occidentali” e riconosce l’indipendenza delle due repubbliche finte del Donbass. Era tutto preregistrato

Il presidente russo, Vladimir Putin, ha dimostrato di non aver mai avuto a cuore una soluzione diplomatica del conflitto che da otto anni va avanti nel Donbass e riconoscendo l’indipendenza delle due finte repubbliche di Donetsk e Lugansk ha dichiarato anche la fine degli accordi di Minsk, quei protocolli a cui lui e i suoi funzionari dicevano di tenere molto. Donetsk e Lugansk, per la Russia, ora sono due stati indipendenti, non sono più Ucraina e non sono ancora Russia, ma essendo abitati da russi – russofoni o cittadini che in questi anni hanno fatto richiesta del passaporto di Mosca – sono sotto la zona di sicurezza e di protezione di Mosca, alla quale ora sono legati da un accordo di cooperazione. La decisione, sulla carta, è stata presa dopo un Consiglio di sicurezza straordinario, in cui Putin ha ascoltato i suoi uomini – c’era anche una donna, Valentina Matvienko – che si sono espressi tutti a favore del riconoscimento chiesto ufficialmente poche ore prima dai leader di Donetsk e Lugansk. Ma non c’era nulla di straordinario in quel consiglio, l’orologio del ministro della Difesa, Sergei Shoigu, è spuntato fuori dalla manica della giacca e segnava le 12.45, quando a Mosca erano ormai le quindici passate. Il Cremlino aveva già deciso da tempo cosa fare, nulla di estemporaneo, come invece Putin ha tenuto a sottolineare, e durante la riunione del Consiglio di sicurezza ognuno ha dovuto interpretare il suo ruolo. Putin ha assistito alla riunione come un Re Lear annoiato. Le mani intrecciate sulla pancia, spesso impaziente, a suo piacimento decideva chi ascoltare, chi rimproverare e chi umiliare, come accaduto con Sergei Naryshkin, capo dei servizi segreti Svr. Aveva tutto in mente, ma ha deciso di rimandare l’annuncio a più tardi, con un discorso alla nazione pieno di propaganda,  fatto dopo aver comunicato la sua decisione al cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e al presidente francese, Emmanuel Macron, i due principali mediatori dell’Ue. 

 

Putin ha parlato alla nazione ripercorrendo alcuni passaggi del trattato pubblicato la scorsa estate, in cui delineava il suo pensiero sull’Ucraina. Quando uscì il suo scritto, in pochi lo presero sul serio, invece erano i suoi primi passi verso la decisione di minare l’integrità territoriale dell’Ucraina. Oggi, con un discorso privo di logica, pieno di vaneggiamenti, retorico, il presidente russo ha fatto sapere ai russi e al mondo che per lui l’Ucraina è uno stato che non esiste, uno stato “creato dalla Russia”. Un errore commesso da Lenin, che ne è l’architetto,  e dai bolscevichi. E’ da lì, ha detto Putin, che è nata l’Ucraina, che oggi si affanna a buttare giù le statue di Lenin per mostrare il suo processo di decomunistizzazione: “Vi mostreremo cosa vuol dire davvero la decomunistizzazione”, ha minacciato.  Il presidente russo ha accusato l’Ucraina di essere uno stato corrotto, fallito, comandato dagli americani. Uno stato senza lo stato. Lo stesso ha detto delle altre repubbliche, alle quali “Lenin e i bolscevichi hanno dato troppo potere”, mandando un avvertimento forte anche a Lituania, Lettonia, Estonia, i tre stati che hanno rotto con forza con la tradizione sovietica e  sono entrate nella Nato e nell’Unione europea. Ha parlato dell’Ucraina come di un paese terrorista, nato da un colpo di stato, aggressivo, armato dalla Nato, pronto a essere riempito di armi nucleari.

 

Putin ha descritto il destino della Russia come in balìa della crudeltà di Kiev, che si è ribellata alla fratellanza con Mosca e che anzi, “sta frenando lo sviluppo della Russia” e si presta a essere lo strumento degli Stati Uniti per distruggere il territorio russo. Putin ha mostrato il riconoscimento dell’indipendenza di Donetsk e Lugansk come ineluttabile, infatti  mentre parlava aveva i fogli con la decisione sul riconoscimento già firmati.  Poi le telecamere hanno mostrato Putin seduto con i due leader delle repubbliche separatiste al suo fianco, che erano a Mosca per l’occasione: altro segnale del fatto che non c’è nulla di momentaneo, era una farsa orchestrata da giorni. 

 

Il presidente russo ha accusato l’Ucraina di pianificare un’operazione lampo per riprendere i territori persi nel Donbass, ha detto che se agirà ci saranno conseguenze perché la Russia non può non difendere i suoi alleati e soprattutto non può non intervenire per salvare i russi vittime di un genocidio che nessuno vuol vedere, come accqdde nella Seconda guerra mondiale, ha detto.   Nelle ultime ore i media russi non hanno fatto altro che parlare di attacchi di sabotatori ucraini contro i separatisti e anche contro un posto di blocco sul confine con la Russia. Ma mentre tra la popolazione delle province di Donetsk e Lugansk non ci sono state vittime, soltanto lunedì in Ucraina sono morti un civile e quattro soldati. L’esercito di Kiev non si muove, non risponde per non fornire un casus belli ai russi, ma Putin sta fabbricando da tempo dei pretesti per un’aggressione con la quale intende smembrare l’Ucraina e con questo discorso ha cercato di vendere l’invasione ai cittadini russi. E mentre il presidente russo dichiarava che l’Ucraina è uno stato fallito e malvagio, la Borsa russa ha avuto il suo peggior crollo dal 2008. 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Sul Foglio cura con Paola Peduzzi l’inserto EuPorn in cui racconta il lato sexy dell’Europa, ed è anche un podcast.