La pandemia è stata un test sulla scuola

Priscilla Ruggiero

Con le chiusure scolastiche legate al Covid è stato fatto un involontario esperimento sugli studenti. Le conseguenze

“Stop a questi esperimenti crudeli sull’educazione dei nostri figli”, è il titolo dell’editoriale pubblicato da Andreas Kluth su Bloomberg venerdì scorso. Kluth chiama le chiusure delle scuole in tempi pandemici un “involontario esperimento socioeconomico sui giovani che in circostanze normali sarebbe proibito perché crudele e disumano”. L’Ocse, in collaborazione con l’Unesco, l’Unicef e la Banca mondiale, ha monitorato la situazione degli studenti nel mondo lasciati fuori dalle loro scuole (1,5 miliardi in 188 paesi) e raccolto dati e sondaggi in un rapporto. “E’ come se avessero deciso di testare cosa accade a lungo termine a individui, società e nazioni quando alcuni bambini vengono privati dell’educazione: è ovvio che le conseguenze per molti di loro saranno gravi”, scrive Kluth.

 

Un nuovo studio uscito il 30 novembre e pubblicato dall’Ifo institut di Monaco, mette a confronto  sei paesi rappresentativi dell’Unione europea, nel periodo tra gennaio 2020 e maggio 2021: Polonia, Germania, Francia, Spagna, Svezia, Austria e Paesi Bassi. Dallo studio spicca la Svezia, che si è astenuta dalle restrizioni e ha tenuto aperte le scuole per quasi tutto il periodo. Anche Francia e Spagna, nonostante siano state duramente colpite dalla pandemia, hanno cercato di mantenere il più possibile i bambini a scuola. Le nazioni con più giorni di chiusura sono invece la Germania e la Polonia; da questi sondaggi i genitori dei bambini hanno confermato che più i figli rimangono a casa, meno tempo dedicano all’apprendimento. 

 

Un altro fattore negativo per l’apprendimento non è solo la quantità dei giorni di chiusura fisica ma la qualità della tecnologia digitale dei paesi. Anche in ambito digitale la Svezia è la nazione apripista: l’80 per cento dei dirigenti scolastici svedesi ha affermato che quando è scoppiata la pandemia era immediatamente pronto con un sistema di apprendimento online. Ultima la Germania, con solo un dirigente scolastico su tre in grado di affermare lo stesso: “I bambini tedeschi hanno perso due volte: nella quantità e nella qualità dell’insegnamento”.

 

Uno studio olandese pubblicato ad aprile mostra come le chiusure nei Paesi Bassi nella primavera del 2020 abbiano portato a una perdita di apprendimento equivalente al 20 per cento dell’anno accademico, peggiore del 60 per cento per i bambini provenienti da famiglie meno istruite. Ancor più allarmante è se pensiamo che tale percentuale è più alta nei paesi che hanno chiuso le scuole per un periodo maggiore, che sono state meno preparate alla didattica online e che registrano un livello di istruzione più basso rispetto al paese olandese.

 

“La domanda pedagogica più interessante è se potremo mai aiutare i bambini a compensare queste perdite. In alcuni casi, la risposta è sì”, dice Kluth, portando l’esempio della Francia che ha apparentemente colmato parte delle lacune risultate dalla prima chiusura delle scuole (almeno per gli studenti provenienti da famiglie meno istruite). In molti casi e soprattutto quando si tratta di bambini più poveri sarà invece più complicato. 

 

“Gli effetti socioeconomici della chiusura delle scuole sopravviveranno di gran lunga al virus. A parità di condizioni, è facile indovinare che gli svedesi di tutto il mondo in molti ambiti faranno meglio dei tedeschi”. A pandemia tutt’altro che finita, l’editorialista di Bloomberg fa tre considerazioni: “Primo, l’istruzione è il più grande vantaggio disponibile per gli individui e le società, allo stesso livello della salute, e non va sprecata mai più. Secondo, se ancora non conoscete il mondo digitale, non dovreste essere affatto nel mondo dell’educazione. Terzo, se mai doveste rifare un involontario esperimento socioeconomico, fatelo con gli adulti che possono votare, non con i bambini".

Di più su questi argomenti: