Un'immagine satellitare del comando americano AFRICOM della base aerea di Jufra, in Libia. Sulla pista, in un box, un MiG-29

Quanto è credibile Sisi quando minaccia di intervenire in Libia

Luca Gambardella

Da mesi parla di "linee rosse" da non varcare. Ora ribadisce che è pronto ad attaccare Sirte. Ha avuto difficoltà con l'Isis in Sinai, difficile credere che possa fare meglio contro i turchi e i mercenari siriani

La settimana scorsa sui social è stato diffuso un video che mostrava un gruppo di anziani seduti in un aereo in partenza da Benghazi. Ripresi dalla telecamera, tutti insieme cantavano cori che inneggiavano al generale della Cirenaica Khalifa Haftar e al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. Quella che sembrava ritrarre un'allegra compagnia di vecchietti e nulla di più, in realtà era una delegazione ufficiale di cinquanta capitribù della Libia orientale. Il loro viaggio organizzato aveva come destinazione il Cairo, dove Sisi li aveva invitati per partecipare a una conferenza sulla Libia. In quell'occasione i cinquanta capitribù – in diretta sulla televisione di stato egiziana – hanno dato luce verde a Sisi per un suo intervento armato in Libia, contro “l'invasione dei terroristi turchi”. La “linea rossa”, hanno ricordato i libici, è Sirte, sulla costa, e la base aerea di Jufra, nell'entroterra. Se le forze del governo di unità nazionale (Gna) sostenute dai droni e dalla Marina turca decidessero di lanciare un'offensiva verso le due postazioni, l'Egitto dovrebbe intervenire in difesa dell'Libyan National Army (Lna) di Haftar.

  

  

Sisi ha gradito l'invito. Con toni più istituzionali rispetto a quelli spicci dei suoi interlocutori libici, ha spiegato che “le 'linee rosse' che avevamo già annunciato erano in realtà un appello alla pace e alla fine del conflitto in Libia”. Ma subito dopo il presidente ha aggiunto: “L'Egitto non resterà inerme davanti alle minacce dirette lanciate alla sua sicurezza strategica e al suo confine occidentale, visto specialmente che le operazioni militari vicino a Sirte si stanno intensificando”. “Se vogliamo, possiamo cambiare rapidamente la situazione sul terreno”, ha aggiunto il presidente che all'occorrenza sa rispolverare i toni da generale. Poi, in uno slancio democratico, il presidente ha chiarito che “la questione sarà prima sottoposta al Parlamento”, che comunque Sisi domina indisturbato.

 

 

Le parole spavalde del presidente egiziano vanno interpretate. Difficile credere che non tema un esercito forte e organizzato come quello turco, rimpolpato da droni e mercenari siriani. Tanto per farsi un'idea: da quando Sisi è salito al potere, le sue forze armate hanno incassato perdite sostanziose nel Sinai contro i miliziani dello Stato islamico, che spesso mancavano di mezzi e addestramento adeguati, oltre a essere numericamente irrilevanti. In Libia, per “cambiare rapidamente la situazione sul terreno” – come promesso da Sisi – servirà ben altra tempra.

 

Jalel Harchaoui, ricercatore della Conflict Research Unit del Clingendael, un istituto di ricerca con sede all’Aia, è convinto che il Gna non abbia troppo interesse a lanciare un'offensiva verso est in questo momento. Ma se così fosse, spiega al Foglio il ricercatore, l'ipotesi di un intervento militare egiziano in Libia non sarebbe da scartare. “L'importante per lui sarà avere sempre una exit strategy a disposizione. Per farlo – spiega Harchaoui – dovrà evitare il confronto diretto con il nemico. Ci sono due modi per farlo: sconfinare nella Cirenaica orientale, ma tenendo comunque i suoi uomini lontani dalla linea del fronte e mettendo solamente pressione al Gna e ai turchi. Oppure con i bombardamenti dei suoi Mirage e Rafale. In entrambi i casi si tratterà di complicare la vita ai turchi, piuttosto che di dare una spallata definitiva”. Quella della exit strategy è la maggiore preoccupazione per Sisi. E sembra quasi che i turchi lo sappiano: "L'intervento egiziano in qualsiasi forma in Libia comporterà conseguenze anche peggiori dell'avventura di Gamal Abdel Nasser nello Yemen", ha minacciato la settimana scorsa il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavuşoğlu. Tradotto: cari egiziani, Sirte sarà il vostro Vietnam.

 

Ma per quale motivo Sisi ha tanto a cuore Sirte? Nel 2013, l'anno del colpo di stato, l'ex generale portò alla rimozione dell'allora presidente Mohamed Morsi, rappresentante politico dei Fratelli musulmani e protetti dalla Turchia (oltre che dal Qatar). Oggi, il Cairo (e non solo) ritiene che il Gna sia influenzato, e molto, dal movimento islamista in Libia. Ebbene, la Fratellanza è vista da sempre come fumo negli occhi da molti leader mediorientali. Da Sisi in Egitto, ad Assad in Siria passando per l'Algeria e gli Emirati Arabi Uniti. “Prendiamo Abu Dhabi, per esempio. Con il suo sostegno a Haftar non intende solamente limitare l'influenza dei Fratelli musulmani a Tripoli. Piuttosto, il suo obiettivo è sradicarli del tutto”, spiega Harchaoui. Non è tanto la loro natura islamista a preoccupare i leader arabi, quanto “la loro natura rivoluzionaria e destabilizzante”. Ma questa, dice ancora il ricercatore, “è solo una parte della storia. L'altra, ancora più importante di quella ideologica, riguarda gli interessi strategici: quello che più banalmente interessa agli egiziani in Libia è il petrolio e il controllo del territorio compreso nella cosiddetta Oil Crescent”, la fascia costiera che va dallo stabilimento di As Sidr al porto di Zueitina e che include Brega e Ras Lanuf.

 

Anche le altre potenze straniere coinvolte nel conflitto libico guardano con interesse alla prossima mossa di Sisi. Per farsi spiegare cosa stesse succedendo, la scorsa settimana il nostro ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha incontrato a Roma Aguila Saleh, presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk. Nell'incontro riservato i due hanno parlato senza dubbio delle “linee rosse” di Sisi e della sua reale volontà di intervenire. “Saleh è ancora più filo egiziano di Haftar – ci dice Harchaoui – perché l'ex generale sa bene che il Cairo, così come Mosca del resto, non si fida di lui. Come mai preferiscono Saleh? Semplicemente perché, oltre a essere più giovane, la sua migliore qualità è quella di non essere Haftar”. Nel frattempo, “l'uomo forte della Cirenaica” aspetta di sapere se, nel caso in cui i turchi e il Gna dovessero attaccarlo a Sirte, potrà fare ancora affidamento sull'aiuto, anche solo indiretto, degli egiziani. Probabilmente sì, ma lo faranno a denti stretti.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it