Così muore un mercenario. Il rito e il ricordo degli uomini della Wagner
I reportage di Barabanov con i soldati irregolari di Mosca
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20 MAY 20

Roma. Come si addestrano i mercenari? Come si spostano? Quanto guadagnano? E, come muoiono? I soldati che non esistono ma che ormai sono impegnati in tutte le guerre russe, a volte al fianco dell’esercito regolare, a volte al posto dell’esercito regolare di Mosca, muoiono come tutti i soldati e la Russia, anche se non esistono, ha il suo modo di commemorarli, con chiese e monumenti. Non hanno bandiera ma combattono per il Cremlino, quando finiscono una missione, che dura almeno tre mesi, tornano nella speranza di essere richiamati e, se non tornano, il compenso spetta alle famiglie. Sono tante le inchieste, i giornalisti che si sono messi a seguire gli uomini della Wagner, gli omini verdi, e ultimamente è stato Ilya Barabanov, giornalista della Bbc russa, ad avere tirato fuori alcuni dei reportage più dettagliati e belli sulla vita di queste milizie disconosciute ma centrali, presenti in Ucraina, in Africa, in Siria e adesso anche in Libia. Barabanov li ha contati, in cinque anni sono stati arruolati tra le truppe mercenarie circa 8.000 uomini, si sono fatti conoscere soprattutto dopo l’inizio della guerra in Ucraina orientale e la loro esperienza spesso inizia a Molkino, nella regione di Krasnodar, dove inizia l’addestramento. A Molkino c’è anche una cappella, “un cubo grigio” recintato con al suo interno una statua, un monumento “ai volontari russi”. Del loro addestramento, delle loro partenze e ricompense, della loro presenza in diversi scenari di guerra già si conoscevano alcuni dettagli. Questo esercito parallelo sarebbe gestito da Evgeni Prigozhin, l’uomo conosciuto come il cuoco di Putin e del quale Putin ha detto più volte di sapere poco e sicuramente di non essere un suo amico. Eppure Prigozhin è comparso spesso in alcune occasioni ufficiali, anche quando Khalifa Haftar era andato a Mosca lo scorso anno per parlare della situazione in Libia. Prigozhin spuntava da dietro una porta, faceva un cenno con la testa al generale, salutava, ma le autorità hanno detto che era lì per gestire il catering.
Gli uomini dell’esercito di cui tutti sanno e tutti parlano, anche se non esistono, muoiono. Ed esiste un rito che è dedicato soltanto a loro. Quando uno dei mercenari muore il suo corpo viene riportato in Russia, a Rostov sul Don. Se ne occupa l’organizzazione, anche di chiamare e avvisare le famiglie, anche loro vengono ospitate nella città del sud della Russia, e accompagnate a recuperare le decorazioni e gli effetti personali. Infine viene dato loro il compenso che spetta in caso di morte del combattente, cinque milioni di rubli, 63 mila euro – lo stipendio mensile è di 80 mila rubli, mille euro, il risarcimento in caso di lesioni è di 300 mila rubli, quasi 4 mila euro.
Queste morti silenziose sono avvenute in Ucraina, ma anche in Siria e anche in Libia dove la presenza degli uomini della Wagner è finita al centro di un rapporto del Consiglio di sicurezza delle nazioni Unite a fine aprile. Che in Libia i russi fossero presenti nella forma di mercenari lo avevano detto gli americani, e nel rapporto si legge che il numero dei combattenti va dagli 800 ai 1.200. Questi uomini combattono al fianco di Haftar, con il quale, secondo il documento, inizia a esserci qualcosa che non va: il generale libico accusa gli uomini della Wagner di essere inefficaci. Secondo Barabanov non si sarebbe del tutto sbagliato sulla mancanza di preparazione degli uomini arrivati in Libia, molti sono cosacchi, non tutti hanno avuto un passato nell’esercito, sono stati addestrati in fretta e mandati in Libia e in Siria, due guerre che mancano, nella visione russa, anche di una spinta ideologica, come invece può valere per l’Ucraina orientale, dove a combattere sono andati non soltanto ex soldati in pensione o cosacchi in cerca di un impiego, ma anche scrittori, come Zachar Prilepin.
Le milizie della Wagner, che non esistono ma ci sono, combattono e muoiono e hanno anche dei riti funebri sconosciuti ma dedicati soltanto a loro, attraggono sempre di più l’attenzione, anche quando tentano di non farsi scoprire. Sono dove la Russia vuole essere, ma senza farsi vedere del tutto. Dove vuole controllare, ma impegnandosi a metà. Rimane un segreto, ufficialmente, l’esistenza di questa truppe, pagate per portare avanti le guerre che la Russia vuole combattere, ma con discrezione.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)