Haftar il generalissimissimo

Daniele Raineri

Il generale fa un golpicchio in Libia perché non vince nulla e sente che i suoi sponsor lo abbandonano

Roma. In Libia il generale Haftar lunedì sera ha dichiarato che gli accordi di Skhirat non sono più validi, come aveva già detto nel 2017, e ha dichiarato anche che la Libia sarà ora guidata da un regime militare con a capo Haftar, come aveva già dichiarato nel 2014. Il generale libico ha questo modo di fare ricorrente, specie quando si sente in crisi, e tenta sempre di resettare la situazione con un coup – di teatro o militare, per lui sono più o meno la stessa cosa. Se si sente in crisi vuol dire che per una volta ha fatto una valutazione corretta della situazione. I suoi grandi sponsor internazionali, gli Emirati Arabi Uniti, la Russia e l’Egitto, lo hanno sostenuto per anni ma ora meditano di abbandonarlo. Il generale, come dice la perfida boutade su di lui, non riuscirebbe a vincere la guerra civile in Libia nemmeno se avesse a disposizione l’esercito della Cina. Il 4 aprile 2019 diede l’ordine di attaccare Tripoli per prenderla nel giro di due giorni, ma come tutti possono constatare la capitale è ancora nelle mani dei suoi rivali più di un anno dopo e l’unico risultato è stato uno spreco orrendo di vite e di risorse. Vale la pena ricordare che Haftar in teoria prima dell’offensiva era considerato un interlocutore indispensabile nel processo di pace libico, ma con l’aggressione militare ha rinunciato a qualsiasi possibilità di negoziare con il governo di Fayez al Serraj a Tripoli. Non gli importava molto, lui contava di vincere. Grazie all’aiuto degli Emirati, che hanno mandato in Libia un centinaio di aerei cargo carichi di materiale bellico in violazione dell’embargo delle Nazioni Unite e generosi finanziamenti in denaro, e grazie all’aiuto dei contractor russi mandati da Mosca, il generale era riuscito a circondare la capitale e a prendere anche il tratto costiero che va verso il confine con la Tunisia. Era quasi a buon punto. Ma poi sono arrivati i militari turchi mandati da Erdogan, che hanno preso l’iniziativa mentre l’Europa e l’America si limitavano a emettere flebili note diplomatiche e hanno ribaltato la situazione. I droni della Turchia hanno fatto il tiro al bersaglio con le forze di Haftar e le hanno costrette alla fuga verso Tarhouna, una città a est di Tripoli dove oggi sono assediate – se gli assedianti diventano gli assediati la guerra per loro sta andando male. Nell’animo dei suoi sponsor ha cominciato a nascere un rammarico strategico. Il settantaseienne Haftar aspira a diventare l’uomo forte della Libia, ma non è forte abbastanza.

  

 

Per tutti questi motivi il generale, dopo avere esperito le sue classiche mosse militari come dichiarare che “l’ora zero” della battaglia per Tripoli “è arrivata” – ma i droni turchi non badano alla retorica e continuano a colpire – ha scelto di dichiarare che tutto il potere va al Comando generale, cioè a lui, perché è il popolo libico che lo chiede. Vuole essere considerato qualcosa di più di un semplice comandante militare, vuole un riconoscimento politico, perché i comandanti militari sono facili da rimpiazzare ma i leader politici – questo il suo ragionamento – sono più difficili da liquidare. Dal punto di vista tecnico l’autorità del generale deriva dalla Camera dei rappresentanti, l’assemblea legislativa eletta nel 2014 a Tripoli con elezioni a cui partecipò soltanto il 18 per cento dei votanti. Non è un mandato fortissimo e sono passati sei anni. Ora che vuole i pieni poteri entra in collisione con Aguila Saleh, capo della Camera dei rappresentanti, che vorrebbe più potere per i civili. Attenzione: Haftar adesso è in conflitto con la sua stessa parte, la parte per la quale in teoria combatte. Sono finezze politiche, perché il generale il suo potere lo esercita grazie alle milizie che terrorizzano gli oppositori ed esercitano un controllo soffocante sulla città di Bengasi, il centro del suo potere, e non in virtù di un mandato che non significa molto. Russia, Stati Uniti e Unione europea hanno già detto che non riconoscono il suo nuovo ruolo. Il fatto che anche Mosca non approvi e che anzi si dichiari “sorpresa” dall’annuncio è un pessimo segnale per Haftar. Nel 2014 il discorso televisivo che annunciava il suo coup militare fu accolto da pernacchie e risate – fallì tutto ancora prima di cominciare. Oggi è un Haftar diverso, molto più potente anche se in crisi. Anche adesso che rigetta gli accordi e si proclama capo di una giunta militare in Libia sarà considerato un interlocutore legittimo.

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  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)