La tirannia democratica di Trump

Giuliano Ferrara

Il presidente è un novello Caligola, può essere esposto, denunciato e criticato duramente dai media, ma nessun meccanismo sembra in grado di metterlo con le spalle al muro. Di fronte a questo spettacolo, noi italiani abbiamo un problema

Heri dicebamus, ieri dicevamo che il voto del Senato americano sull’impeachment di Trump abroga la divisione dei poteri e il loro bilanciamento perché autorizza un capo dell’esecutivo a comportarsi come un estorsore verso un capo di stato estero, condizionando l’invio di aiuti militari e di sicurezza alla sua disponibilità a incastrare con indagini penali un suo rivale politico (“do me a favour”, e intanto sono sospesi i finanziamenti). Questo ieri. Ora dobbiamo dire che Trump si sta comportando come il capo di una banda di malfattori, tutti regolarmente processati e condannati per gravi reati indirettamente o direttamente connessi a comportamenti del presidente sospettati di illegalità, un capobanda che interferisce brutalmente, ripetutamente, pubblicamente con la giustizia federale amministrata dall’Attorney General, un suo lealista da lui stesso nominato che gli ha reso servigi importanti in altri momenti e ora si ribella ai suoi tweet e minaccia di andarsene dopo che tre prosecutor hanno lasciato il caso denunciando la pressione indebita del presidente e uno ha lasciato del tutto il dipartimento di Giustizia. Ce ne sarebbe abbastanza, come nel caso dell’estorsione politica a scopi abusivi contro il presidente ucraino, per una crisi del potere a Washington. Quando Nixon, che era un delinquente politico normale, cercò di torcere il braccio all’Fbi lo scandalo del Watergate toccò un suo culmine, e alla fine il presidente si dimise con scorno certo che sarebbe stato estromesso dal voto del Congresso.

 

 

Trump però non è uno normale, e nemmeno un delinquente politico normale, è una macchina narcisistica di potenza inedita e inaudita; credo si debba risalire all’imperatore romano Caligola, quello che si batté per fare senatore il suo cavallo Incitatus, per una comparazione appropriata. In questa situazione Trump dice: non ho interferito nella giustizia federale (clamoroso rovesciamento e integrale della verità, il suo è un comportamento sotto gli occhi di tutti e tutti i giorni evidente) ma ho il potere legale di farlo, di impicciarmi e dare ordini, sulle pene da comminare, a questo mio consigliere e ministro che è l’Attorney General e ai funzionari del dipartimento. Memento: il condannato che Trump vuole favorire apertamente si chiama Roger Stone, è un suo vecchio amico e consigliori, e la condanna che lo ha raggiunto riguarda gli affari sottoposti a lunga inchiesta del presidente nei rapporti con la Russia Connection (Stone ha intimidito e minacciato un testimone, secondo la sentenza, ha mentito al Congresso, ostacolato la giustizia, dunque teoricamente è uno che “tiene per le palle” il suo capo e referente e vale la pena di essere difeso a spada tratta). Niente, come per l’Ucraina, Trump rivendica e rilancia. Può essere esposto, denunciato, combattuto con mezzi politici e criticato duramente dalla stampa e dalle televisioni, ma nessun meccanismo sembra in grado di metterlo con le spalle al muro nel suo ruolo inciprignito e consapevole, anche inorgoglito, di capobanda che giudica e manda. Solo il voto popolare, distribuito nei collegi elettorali, può estrometterlo. Per il resto, visto che non rispetta la Common law, la Costituzione materiale, e tratta come un dipendente da mettere sull’attenti l’Attorney General e le regole di consuetudine che lo vogliono figura al di sopra delle pressioni dell’esecutivo, Trump nel sistema americano per come si presenta oggi è un tiranno democratico sciolto da ogni riserva di bilanciamento dei poteri e da ogni effettivo controllo. 

 

 

Gli americani vedranno come fare, e per ora le prospettive sono quelle di un disperante trionfo di Caligola a novembre. Noi italiani e europei abbiamo un problema. Qui per difenderci dai Borrelli e dai Davigo abbiamo spesso scritto negli anni: ma eleggiamoli questi magistrati, sottomettiamo almeno al Parlamento le priorità di politica giudiziaria, cassiamo questa finzione ipocrita dell’automatismo dell’azione penale, contestiamo l’onnipotenza dell’ordine giudiziario trasformatosi in potere supplente e invasivo che nega l’autonomia relativa della politica. E siamo reduci da polemiche di vario segno contro “l’uomo solo al comando” e la pretesa di conquistare il governo con il voto per esercitare “pieni poteri”. Di fronte allo spettacolo di un uomo solo al comando che esercita pieni poteri nel paese dotato della Costituzione scritta più antica del mondo e che è stato l’insegna in vessillo della democrazia liberale, che cosa dobbiamo pensare? In che cosa abbiamo sbagliato?

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.