Le conseguenze storiche dell'impeachment fallito contro Trump. Due scenari

Mattia Ferraresi

L’unico repubblicano a sfilarsi (parzialmente) da questo party-line affair è stato Mitt Romney, che si è così guadagnato il disprezzo del Partito repubblicano trumpizzato e l’accesso a certi circoli presentabili che finora gli erano preclusi

Roma. Mercoledì il Congresso ha assolto Donald Trump dalla doppia accusa su cui era stata istruita la procedura d’impeachment, un risultato previsto data la maggioranza repubblicana al Senato, che si è mossa tutto sommato compatta dopo settimane di pressioni, tatticismi e psicodrammi. Alla fine l’unico repubblicano a sfilarsi (parzialmente) da questo party-line affair è stato Mitt Romney, che si è così guadagnato in un colpo solo il sempiterno disprezzo del Partito repubblicano trumpizzato e l’accesso a certi circoli presentabili che finora gli erano preclusi. Nell’orizzonte breve della mera contingenza politica, Trump incassa una vittoria, con abbondanti festeggiamenti nell’hotel eponimo della capitale, e i democratici accusano un colpo che disgraziatamente si sovrappone al pasticciaccio brutto dei conteggi dell’Iowa.

 

Ma il tentativo di sollevare il presidente facendo leva sui famosi quanto vaghi “high crimes and misdemeanors” previsti dalla Costituzione promette anche di generare conseguenze di lungo periodo, con possibili ricadute sulla struttura stessa del dispositivo escogitato dai Padri fondatori. Com’è noto, l’impeachment è una procedura di garanzia di tipo emergenziale a cui il Congresso ha fatto ricorso nella storia soltanto tre volte, quatto se si considera anche il caso di Nixon, che si è dimesso prima di finire sotto accusa. Questa però è la prima volta in cui l’impeachment viene istruito per un presidente al primo mandato. Fra nove mesi Trump si sottometterà nuovamente al giudizio degli elettori, e il combinato disposto fra l’impeachment fallito e la volontà popolare determinerà uno scenario il cui interesse non pertiene soltanto alla cerchia dei costituzionalisti. Se Trump verrà rieletto a novembre, lui e i suoi sostenitori avranno buon gioco a ritenersi – come hanno fatto del resto finora – definitivamente assolti da tutte le accuse mosse dagli avversari, che in fondo hanno agito a loro volta seguendo le linee della partigianeria politica, visto che l’impeachment è iniziato alla Camera con i voti soltanto dei democratici. Il ragionamento suona così: se perfino Trump, con tutto ciò che è stato in grado di dire, fare e twittare, è sopravvissuto all’ordalia del Congresso ed è stato anche riconfermato dagli elettori, cosa dovrà mai fare un presidente per essere rimosso secondo le prudenti disposizioni costituzionali? L’effetto di questa linea narrativa è di svuotare di significato l’impeachment stesso, restringendo la cerchia dei crimini punibili a pochissimi, implausibili casi di intollerabile gravità e offrendo un lasciapassare su tutto il resto. In questo scenario, un presidente sarà legittimato, se non addirittura incoraggiato, a forzare i limiti del suo potere, nella consapevolezza che anche un eventuale imputazione si tradurrà in un voto senza conseguenze. Il pericolo si presenta al massimo se il partito avverso al presidente controlla i due terzi del Senato, circostanza estremamente improbabile. C’è poi lo scenario opposto, quello in cui Trump non viene rieletto. In questo caso, il significato dell’impeachment viene in parte riequilibrato. I democratici potrebbero sostenere che il processo, benché tecnicamente fallito, ha contribuito a indebolire e sfiduciare un presidente che avrà anche costretto i senatori a difenderlo, ma non può costringere gli americani a votarlo. Alcuni giuristi di scuola liberal con una visione ottimista della natura umana sostengono anche che l’impeachment appena concluso diventerà una specie di deterrente: per non incorrere in una procedura che logora politicamente chi la subisce, i futuri presidenti saranno più cauti nella condotta. In entrambi gli scenari, l’impeachment appena finito non è senza conseguenze, non è un accidente superato il quale lo status quo ante si ricompone. Il rischio, agli occhi della storia, è che possa contribuire a una modifica del senso e della percezione dello strumento istituzionale: concepito come extrema ratio per fronteggiare un pericolo esistenziale, potrebbe retrocedere al rango di impiccio politico superabile.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.