Manifesto della disperazione

Giuliano Ferrara

È soffocata nella sua culla moderna la democrazia liberale, nei suoi presupposti decisivi, e il ghigno orrendo della dittatura della propaganda trionfa. Da Washington un’ombra lunga si dispiega su tutti noi. Trump e il Grande fratello al potere

“Rosicare” è parola debole, eufemistica, ridicola se usata a connotare lo stato d’animo con cui una persona normalmente ragionevole accoglie l’assoluzione di Trump da parte del Senato americano. La parola giusta è: “Disperare”. Per la generazione che ha vissuto il Watergate, dalla parte giusta anche senza coltivare le illusioni del moralismo imbizzarrito, non c’è altra scelta che disperare. Nixon fu obbligato a dimettersi per una incursione notturna, ovviamente illegale, dei suoi boy negli uffici del Partito democratico, allo scopo di trovare materiale infamante capace di avvantaggiarlo nelle elezioni, e per il cover up contro il procedimento di giustizia conseguente. Trump ha fatto esattamente la stessa cosa, con l’aggravante della pistola fumante, la trascrizione della sua telefonata al presidente ucraino Zelensky in cui gli chiede “il favore” di aiutarlo a infangare il figlio di un suo rivale elettorale, Joe Biden, e gli atti ufficiali che espongono il mezzo di estorsione verso lo stato ucraino, il blocco dei finanziamenti per la difesa militare dall’aggressione russa. La stessa delinquenza anticostituzionale di tricky Dick, con annesso tradimento del giuramento presidenziale sulla lealtà verso la legge, ma con in più, rispetto al Watergate, un pregiudizio evidente della sicurezza del paese e delle sue alleanze. Quanto al cover up, è sotto gli occhi di tutti il blocco di testimonianze a carico e di atti utili all’inchiesta della Camera dei rappresentanti.

    

  

Dove sta la differenza? Nell’esito assolutorio per Trump e nel modo in cui ci si arriva, visto che quanto alla materia c’è un identico attentato alla Costituzione americana e alla regola basilare di etica politica di una presidenza che non sia illegittima. La differenza sta nel fatto che Nixon si dimise perché sapeva perfettamente che sarebbe stato condannato dal Senato, dopo essere stato impeached dall’altro ramo del Congresso, mentre Trump si avvia, con un discorso grottesco di autoesaltazione trionfalistica, a una campagna elettorale che si presenta sulla carta vittoriosa, e che sarà fondata sulla sua capacità di infangare chiunque i democratici scelgano come suo avversario (ricordate il grido barbarico “Lock her up” scatenato contro la Clinton nel 2016), oltre che dal narcisismo propagandistico di un’America tornata grande grazie allo “stable genius” che la guida con mano ferma e autoritaria, compiacendosene.

      

Ma questa differenza storica non è così semplice, sarebbe in fondo consolante se fosse così. Questa “storia altra” e senza lieto fine, cinquant’anni dopo, è composta di ingredienti tremendi e disperanti, velenosi più che indigesti. Il Partito repubblicano, a parte la solitaria testimonianza di lealtà da parte di Mitt Romney, non ha soltanto abrogato con il suo comportamento partigiano, vendendo l’anima al diavolo per paura e convenienza opportunistica, una tradizione e una cultura: ha reso letteralmente possibile l’affossamento della divisione dei poteri. La certezza di avere contrappesi al delirio sempre dietro l’angolo di un potere esecutivo che si fa onnipotente è sepolta nella melma dal voto pavido dei trumpisti senatoriali. Uno dei pilastri della democrazia liberale nel mondo è crollato. L’Italia in cui si trovano magistrati e giudici disposti, nonostante le campagne di intimidazione populiste, a sfidare il disprezzo della legge di un ministro dell’Interno che si credeva in diritto di sequestrare su una nave i naufraghi e gli equipaggi è un esempio di rule of law e di separazione dei poteri che fa impallidire la performance da bruti dei senatori repubblicani americani, e ho detto tutto. In tutta la vicenda americana si sono salvati alcuni decenti funzionari federali che deponendo alla Camera secondo giustizia e ragione hanno tutelato la loro funzione pubblica, ma è troppo poco. 

    

Poteva accadere che, pur non estromesso dalla Casa Bianca, Trump fosse umiliato, nel senso positivo del termine, da una vittoria ai punti e da una crisi feconda del blocco repubblicano che lo sostiene, in nome di ragioni più forti della sua esibizione di impunità e di forza. Non è successo. Peggio, molto peggio. Nancy Pelosi, che nell’immaginario della oscena base trumpiana (altro che deplorable) non è il capo della maggioranza democratica della Camera ma una strega californiana che esprime i sentimenti di minoranze oppressive dei diritti del più forte, è stata costretta a un gesto umano ma sterile di stizza e di sconfitta, stracciando il bombastico discorso presidenziale sullo stato dell’Unione. In Iowa non ha malfunzionato solo una App: per quanto ciascuno possa sperare nel socialismo di Sanders o nell’obamismo moderato di Buttigieg, è evidente che per adesso siamo tenuti a disperare atrocemente per il minoritarismo tribale che affligge i concorrenti di Trump sulla via delle elezioni del prossimo novembre.

    

Questo è quanto. È soffocata nella sua culla moderna la democrazia liberale, nei suoi presupposti decisivi, e trionfa di fronte al mondo il ghigno orrendo della dittatura della propaganda nella sua forma contemporanea: sappiamo tutti come sono andate le cose, sono squadernate davanti a noi da quel pallido riflesso della realtà superstite che è la libera stampa alternativa al nuovo codice della barbarie, e sappiamo che il peggiore vince, anzi stravince, contro tutte quelle regole basilari che nessuno è più in grado di far rispettare. Lo sappiamo tutti, comunque abbiamo votato, comunque voteremo e comunque la pensiamo su tante altre cose. Lo sa anche chi si avvantaggia di questa mostruosità. Bastano nomignoli e tweet perché la loro infrazione sia celebrata nel culto della personalità di chi le infrange con un sistematico abuso di potere e di menzogna. Il Grande fratello è al potere. Dalla Washington degli ultimi due giorni un’ombra lunga si piega su tutti noi. E a Trump per vincere non resta, come al suo avo Riccardo duca di Gloucester, che spiare la sua ombra nel sole e discantare la sua stessa deformità.

Di più su questi argomenti:
  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.