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Nel fallimento di Kamala Harris emerge la crisi della leadership identitaria

Mattia Ferraresi

La versione femminile di Obama prometteva bene, un tempo

Roma. Dopo un summit con la famiglia e la cerchia ristretta dei consiglieri davanti al tacchino di Thanksgiving, Kamala Harris ha deciso di abbandonare la campagna elettorale. La senatrice democratica ha analizzato la situazione da “ogni angolatura possibile”, concludendo che non c’erano le condizioni per andare avanti nell’affollata contesa delle primarie: “La mia campagna semplicemente non ha le risorse finanziarie necessarie per continuare”, ha spiegato ai suoi sostenitori. La mancanza di fondi è il motivo contingente del fallimento di una campagna iniziata l’estate scorsa sotto auspici più che promettenti; ma le cause remote della decisione sono legate alla crisi del paradigma identitario nella costruzione della leadership politica. Sulla carta, Harris aveva caratteristiche ineguagliabili per creare un impianto narrativo convincente e accendere entusiasmi elettorali. Donna, figlia di madre indiana e padre giamaicano, è stata la prima senatrice di colore di uno degli stati più progressisti d’America, dove ha ricoperto anche la carica di procuratore generale, un altro record. Ha 55 anni, età perfetta per opporsi alla gerontocrazia dei vari Biden, Sanders e Bloomberg senza cadere nella trappola dell’inesperienza.

  

Dalla sua elezione al Senato, nel 2016, si parla di lei come della versione femminile di Obama, e ha mostrato di possedere tanto l’eloquio sermonistico per arringare quanto la verve del procuratore per mettere all’angolo e stanare le contraddizioni dell’avversario. E’ un’incarnazione delle virtù dell’America multiculturale accoppiata al carisma, alla competenza e a un solido ancoraggio di valori progressisti che l’hanno portata, tanto per fare un esempio, a scrivere un disegno di legge sulla “equità climatica” con Alexandria Ocasio-Cortez, eroina della sinistra-sinistra. Date queste premesse, Harris ha lanciato la campagna elettorale da Oakland, in California, davanti a 20 mila persone e si è mossa con entusiasmo per tradurre questa epica della predestinazione in una campagna elettorale solida.

  

Quando nel primo dibattito democratico ha attaccato Joe Biden per la sua passata opposizione al trasporto scolastico integrato, nefasto retaggio della segregazione, il suo indice di gradimento è salito all’istante e molti erano certi che fosse nata una stella. Ma la stella è tramontata nel giro di pochi mesi. Le campagne elettorali sono esercizi con un grande numero di variabili, è difficile isolare con certezza i fattori che ne determinano il successo o il fallimento – specialmente in primarie caotiche e affollate come quelle attuali – ma l’era di Obama sembrava aver dimostrato in maniera definitiva che la creazione della leadership politica contemporanea si fonda sulla costruzione di una narrazione che ha a che fare con l’identità. A fare la differenza non sono i dettagli del programma politico, ma la capacità di generare empatia, di oliare meccanismi di identificazione, il talento di ispirare e far sognare, la likability e altre qualità che nell’America delle minoranze costantemente corteggiate e alienate dalla politica possono forse aprire la strada verso il successo. A Kamala tutto questo non solo non è bastato, ma si è dimostrato un fardello nella competizione intrademocratica, dove invece si fa largo uno come Mike Bloomberg, tecnocrate a sangue freddo estraneo alle logiche identitarie che si presenta come pragmatico problem solver per l’America trumpizzata.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.