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Sovranisti, non combinerete mai nulla

Il discorso (fischiatissimo) di Raphaël Enthoven di fronte alla destra francese marionista mostra il grande fallimento dei nostalgici della Tradizione: la società liberale, libertaria e nichilista del progressismo ha già combinato tutto e tornare indietro proprio non si può

2 Ottobre 2019 alle 06:00

Sovranisti, non combinerete mai nulla

Raphaël Enthoven (foto LaPresse)

Questo discorso ha qualcosa di stravagante, di ambiguo, di esibizionista. E sa di una sottile riproposizione del cliché ideologico sulla fine della storia. Raphaël Enthoven è un quarantenne di buona famiglia e di buoni studi e di buona carriera tra insegnamento della filosofia, attivismo pubblicistico e letterario, vita privata ad alta gradazione pubblica. L’endogamia è la sua cifra di riferimento: figlio di Jean-Paul, letterato come lui eccezionalmente bello e dandysticamente superdotato, Raphaël ha ereditato dal padre, in successione, un amore con Carla Bruni, dalla quale ha avuto un figlio. Aveva sposato la figlia di Bernard-Henry Lévy, Justine, e la fine del loro matrimonio fu occasione di una storia di depressione (di lei) approdata dalla vita all’editoria, al récit. Bhl era il miglior amico e compagno del padre, con il quale Raphaël ha scritto un dizionario proustiano, mentre è con la madre, buona pianista, che ha rappresentato varianti della sonatina di Vinteuil, celebre passaggio delle petites phrases nella Recherche, lui leggendo e lei alla tastiera. C’è molto altro, ma sempre tutto in palcoscenico, nel profilo di questo intellettuale e performer nichilista.

 

L’ultimo palcoscenico, con boati di disapprovazione, è stato la convenzione della destra maresciallista o marionista, da Marion Maréchal (Le Pen), la nipote di Marine impegnata con un personale politico e culturale mezzo nuovo nel tentativo di creare una destra di governo, un campo largo, come direbbero Bettini e Zingaretti. Come vedrete se leggerete (lo trovate qui), il discorso è stato l’occasione per sbattere in faccia ai nostalgici dei “valori” e della Tradizione, nel momento del loro massimo sforzo per proporsi come forza potenzialmente egemone nella politica e nell’ideologia francese, l’idea che non combineranno mai nulla perché la società liberale libertaria e nichilista del progressismo ha già combinato tutto, in modo irreversibile. E la nostalgia non è più quella di un tempo. La Restaurazione non si porta più, definitivamente.

  

 

Già è curioso e paradossale, ma fecondo, che un intellettuale del campo progressista decida di farsi fischiare dai suoi amici e dai suoi nemici andando a parlare a questi ultimi, per comunicare loro che sono in un vicolo cieco, possono forse conquistare la destra ma la destra dei valori non può conquistare il governo di una società totalmente disincantata e secolarizzata dai suoi diritti, né ora né mai. Enthoven è intelligente, duttile come rètore, dispone di un profluvio di argomenti e immagini, e li squaderna senza complessi. Si muove come un acrobata, sul filo. Il filo dell’ambiguità avalutativa. Io non vi giudico, non vi faccio la morale, siete liberi di pensare all’opposto di quel che penso io su tutti i grandi temi etici e politici, dall’Europa ai non-negoziabili cosiddetti, ma non caverete un ragno dal buco, e vi spiego fattualmente il perché. Il mondo i valori li ha annullati o trasvalutati in diritti dai quali non tornerà indietro per alcuna ragione. Destra e sinistra hanno cessato di esistere radicalmente, e sola resta una società intimamente liberale, non identitaria (l’identitarismo è un comunitarismo sia nella versione della diffidenza per l’altro sia nell’abbraccio dello straniero, sia nel fantasma di destra sia in quello di sinistra).

 

Non mi sembra molto importante stabilire ora se Enthoven abbia torto o ragione. Ma il suo modo di interagire provocatoriamente con quella che si vorrebbe una forma evoluta di populismo nazionale e identitario è interessante. E la sua evocazione del nulla nostalgico di un vecchio paradigma classico della storia, a vantaggio di un vorace nulla contemporaneo che su quella storia fa calare il sipario, è un effettaccio che associa al clamore ostentatorio un assetto di idee non banali (meno banale dell’eterna ripetizione italiana di savianismi vari e cacciarismi).

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • oliolà

    02 Ottobre 2019 - 18:47

    A simili conclusioni sono arrivato anche io, senza mai uscire di casa e senza camminare su un filo sospeso. Ma questo non mi consola, mi deprime ancora di più.

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