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Il giornale della nipotina Le Pen rilancia il dibattito sul liberalismo di destra

Marion Maréchal e la frattura sulla dottrina economica

10 Febbraio 2019 alle 06:00

Il giornale della nipotina Le Pen rilancia il dibattito sul liberalismo di destra

Marion Maréchal (foto LaPresse)

Parigi. Nel giugno dello scorso anno, su Mediapart, uscì un articolo sulla grande querelle economica che stava tormentando la nascita della scuola di scienze politiche che Marion Maréchal, giovane promessa del conservatorismo francese, avrebbe inaugurato pochi giorni dopo a Lione, l’Issep. Si raccontava di due correnti che si stavano scontrando sulla linea da dare alla nascitura Sciences Po di destra: da una parte c’erano il presidente onorario Patrick Libbrecht, ex dirigente di Danone, e i rappresentanti del collettivo di giovani imprenditori Audace, con il loro discorso pro business, critico verso l’atavico colbertismo francese e liberale; dall’altra i conservatori protezionisti, allergici al libero mercato, sulla scia di Jacques Chirac che definitiva il liberalismo “disastroso tanto quanto il comunismo”. “C’è un dibattito in corso sulla questione del liberalismo”, dichiarò allora Jacques de Guillebon, fondatore del magazine L’Incorrect e professore nella scuola di Marion Maréchal. E a distanza di otto mesi, nulla è ancora risolto, come dimostra la copertina dell’ultimo numero del mensile del marionismo: “Liberalismo, frattura a destra”.

 

“Accusato di essere responsabile della scomparsa dei corpi intermedi che ha atomizzato l’individuo dinanzi allo stato, il liberalismo economico è contestato anche da coloro che denunciano la pauperizzazione delle classi medie abbandonate al solo potere del denaro da azionisti che ignorano qualsiasi nozione di frontiera nazionale e delocalizzano lì dove la manodopera è meno costosa, contribuendo così a deindustrializzare l’Europa”, scrive Benoît Dumoulin nel suo editoriale intitolato “Il liberalismo tornerà a essere di sinistra?”. Tuttavia, aggiunge lo stesso Dumoulin, c’è anche una destra, non minoritaria, che individua nel liberalismo “il miglior modo per ritrovare la prosperità economica combattendo l’onnipotenza dello stato attraverso una sua autolimitazione al campo del regaliano (difesa, polizia, ndr), che permetta di ridurre la spesa pubblica, diminuire le tasse e liberalizzare il mercato del lavoro”.

 

Marion Maréchal, si sa, si trova più a suo agio in questa seconda famiglia (quando era ancora al Front national, era chiara l’opposizione tra la sua linea liberal-conservatrice e quella social-statalista di Florian Philippot, ex braccio destro di Marine Le Pen), e trova conferma nelle parole di chi ha scritto il programma economico per la sua campagna del 2015, quando si presentò sotto la bandiera frontista alle elezioni regionali. “E’ favorevole alla libertà d’impresa, ad alleggerire le tasse delle pmi e ha una visione critica dell’amministrazione statale”, ha detto a Mediapart uno dei suoi consiglieri. Altri che gravitano attorno all’orbita marionista, che sussurrano all’orecchio della favorita di Steve Bannon, vedono invece nel liberalismo una scuola di pensiero da cui tenersi alla larga. Tra questi, lo stesso direttore dell’Incorrect De Guillebon, ex plume di Marion, che fa valere le letture “antiliberali” della 29enne, come Jean-Claude Michéa, filosofo marxista grande critico del liberalismo, e dice che “si può essere anti liberali senza essere anti statalisti”. Ma c’è anche chi, come l’uomo d’affari Charles Beigbeder, si richiama al pensiero liberal-conservatore di Edmund Burke e afferma ad alta voce l’importanza di lottare per la difesa delle libertà pubbliche, l’essenza del liberalismo, e “contro qualsiasi pretesa totalitaria dello stato”. Eric Tegnér, ex candidato alla presidenza dei giovani Républicains oggi sedotto dal marionismo, ha scritto che in Francia “sarebbe opportuno far emergere un conservatorismo non statalista come quello di Roger Scruton o Thomas Sowell, che favorisca l’iniziativa privata, per contrastare il giacobinismo reazionario verso il quale oggi tendono oggi alcuni conservatori francese che pensano a torto che lo stato è la risposta a tutto”.

Il dibattito continua nell’universo di Marion e l’unica certezza è che il liberalismo, a destra, non è ancora morto.

Mauro Zanon

Nato a una manciata di chilometri da Venezia, nell’estate in cui Matthäus e Brehme sbarcarono nella parte giusta di Milano, abbandona il Nord quando la Lega era ancora celodurista e un ex avvocato del Cav. vinceva le presidenziali francesi. Ha vissuto benino nella Francia di Sarkozy, male in quella di Hollande, e vive benissimo in quella di Macron (su cui ha anche scritto un libro, Macron. La rivoluzione liberale francese, Marsilio). Ama il cinema di Dino Risi, la cucina emiliana, l’Andalusia e l’Inter di José Mourinho. Per Il Foglio, scrive di Francia e pariginismi. Collabora inoltre con il mensile francese Causeur.

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