La copertina di “Non è Mica la Vergine Maria” di Feby Indirani

Storia della maialina che voleva convertirsi all'islam e altre storie assurde

Giulia Pompili

Un libro che usa l’ironia contro il fondamentalismo religioso

Roma. Fare umorismo e autocritica sull’islam è possibile, dice Feby Indirani. Quarant’anni, nata e cresciuta a Giacarta, la capitale dell’Indonesia, la Indirani è giornalista e scrittrice e sulla sua testa non pende nemmeno una fatwa. Sa che il suo lavoro è “sotto osservazione”, ma non c’è il desiderio di trasformarsi in una vittima, nelle sue interviste o nei suoi scritti, e nemmeno la missione di chi vuole civilizzare un paese. Comunicare, questo sì, e parlare di quello di cui non si può parlare. Il suo libro “Non è Mica la Vergine Maria”, una raccolta di racconti e storie umoristiche sull’islam contemporaneo, è stato pubblicato proprio con questo titolo, anche in indonesiano: “Bukan Perawan Maria”. Il titolo è lo stesso della storia d’apertura, fulminante: “Maria era incinta. Senza aver fatto sesso con nessun uomo e al di fuori del matrimonio”. Proprio come Siti Maryam, la Maria della tradizione islamica, solo che siamo nel 2016, nell’Indonesia contemporanea. Subito dopo, in “Maia vuole farsi musulmana”, c’è il problema della conversione in punto di morte di una maialina. Come si fa? “I maiali sono haram”, dice il consiglio religioso, ma può un umanissimo consiglio impedire al maiale di abbracciare l’islam?

 

Questo libretto, che insegna più di ogni altra lezione sull’integrazione e l’armonia religiosa, l’ha portato in Italia qualche mese fa Add editore, ed è una delle ultime scoperte di Ilaria Benini, che cura la collana dedicata all’Asia, ormai ricca di titoli ricercati direttamente nei luoghi d’origine, e non condizionati dalle vendite all’estero o dal passaggio al mercato anglofono. “Non è Mica la Vergine Maria”, per esempio, è tradotto direttamente dall’indonesiano da Antonia Soriente, che ne firma anche la postfazione, e forse dovete iniziare da lì per capire tutto: “Indirani sorride sul luogo comune che descrive l’Indonesia come un paradiso di lingue e culture. Non c’è introduzione all’Indonesia che non menzioni il fatto che sia il paese con la più ampia popolazione musulmana del mondo e che sia composto da 17 mila isole e settecento lingue”, ma l’autrice, scrive Soriente, mostra che “la pluralità linguistica e religiosa venga continuamente promossa a parole e sia diventata parte di un gergo politico che fa della diversità il proprio cavallo di battaglia ma che, ahimè, questa tolleranza non sia quasi mai applicata”.

 

“Lavoro come guardia di sicurezza in un club, un luogo dove le persone vengono a spendere soldi per ammazzare la noia o rilassarsi”, dice il protagonista del racconto “Complotto per uccidere un muezzin”, “Nei giorni lavorativi, il club chiude all’una di notte, mentre nel fine settimana alle quattro. Per arrotondare, a volte faccio anche altri lavoretti, ad esempio l’autista. Dal punto di vista economico non mi posso lamentare, ma tutto ciò è abbastanza stancante a livello fisico, ancor di più se non riesco mai a chiudere occhio a causa dell’altoparlante della musalla. E’ davvero come se quella voce mi urlasse continuamente nelle orecchie. Non è che io non abbia mai provato a porre la questione al muezzin con le buone maniere. Una volta ho partecipato apposta a una preghiera di gruppo per avvicinarmi a lui, per chiedergli comprensione affinché la smettesse di recitare il Corano all’alba”. E’ un’ossessione, per il protagonista, che nel frattempo si ammala, non ce la fa più, perché quella sveglia all’alba lo tormenta ma il muezzin dice che non può non pregare al mattino, che serve ad avvicinare i fedeli, e se “quella voce disturba anche chi non è musulmano!”, che importa, piuttosto siano gli altri a cambiare lavoro. Al di là della soluzione estrema, paradossale, provocatoria, nel racconto emergono tutte le contraddizioni della religione: dov’è che finisce il tuo sacrosanto diritto di pregare e inizia la mia libertà di dormire? Tolleranza vuol dire conoscenza, ma anche arte del compromesso. In questo l’Indonesia è imbattibile.

 

Quando è stato presentato a Giacarta, lo scorso anno, qualcuno online accusava Feby Indirani di essere “perempuan kafir”, una donna infedele. Lo ha raccontato lei stessa al Jakarta Post. Un grosso editore l’aveva già rifiutata per via del “tema sensibile” nei suoi scritti, e quando alla fine la più piccola casa editrice indipendente Pabrikultura ha deciso di stamparlo, ha avuto difficoltà a trovare una tipografia che accettasse il lavoro. La sua famiglia l’ha accusata di metterli in ridicolo: “Ero fuori dalla mia zona di conforto, ma in fin dei conti ero finalmente me stessa”. Secondo Indirani il fatto di scrivere fiction, storie inventate ma basate su problemi reali e paradossi del mondo islamico contemporaneo, è il motivo per cui gli estremisti sono più tolleranti con lei: l’ironia è la chiave con cui leggere tra le righe. L’Indonesia è il paese dove la retorica sull’armonia delle religioni è quasi ossessiva, si ripete di continuo, e se la maggioranza della popolazione ha un rapporto disinvolto con l’islam, in realtà, e soprattutto ultimamente, i tabù e le regole sono in aumento. Ci sono circa 600 leggi dei governi locali basate sulla sharia, la legge islamica, contro le quali il governo centrale non può fare nulla. Negli ultimi anni il populismo religioso è tornato con una forza enorme, il suo messaggio è passato attraverso i social network e le ultime elezioni presidenziali di aprile sono state intossicate da una campagna in cui la religione è tornata al centro del dibattito pubblico. L’islam politico ha mostrato la forza che riesce ancora ad avere il populismo religioso. Ma c’è qualcosa, nella società indonesiana, che permette al paese non solo di combattere certi stereotipi, ma di trasformarli. L’ironia, per esempio, può aiutare.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.