La democrazia non è un “giardino perfetto”, ma la Tunisia lo sta coltivando

Rolla Scolari

Due chiacchiere con la scrittrice Hela Ouardi, prima del voto

Milano. La democrazia non è un “giardino perfetto”, un “apriti sesamo”, è un “processo lungo” dal quale devono essere “estirpate tutte le erbacce”. Il voto di domani per l’elezione del presidente fa proprio quello: si prende cura in Tunisia del nuovo giardino democratico anche se, ne è convinta Hela Ouardi, studiosa e accademica, “il processo di transizione nel paese è lontano dall’essere compiuto. Siamo stati ingenui e romantici e lo abbiamo capito soltanto dopo”.

 

La complicata e lenta transizione politica della Tunisia, dove le rivolte arabe hanno avuto inizio nel 2011, ha un valore simbolico, come queste elezioni che significano tanto e non solo per il paese. Davanti al crollo delle speranze di democratizzazione in Libia, Egitto, Siria e Yemen e con l’esplosione delle violenze seguite alle rivendicazioni di piazza, la Tunisia del compromesso tra laici e islamisti e della gestione del conflitto è stata definita un’“eccezione” da salvaguardare, se non un modello da imitare nel mondo arabo, soprattutto ora che l’Algeria e il Sudan riaccendono il dissenso del 2011, rivisitandone la ricetta. E’ vigorosa nelle sue posizioni Hela Ouardi, il cui libro “Gli ultimi giorni di Maometto” (Enrico Damiani Editore) è diventato noto attraverso le polemiche e le controversie sollevate nel mondo arabo e islamico. Quelle pagine raccontano un Profeta dell’islam troppo umanizzato per i guardiani del dogma. Non è un caso che il primo paese arabo ad aver pubblicato il titolo, edito in origine dai tipi francesi di Albin Michel, sia stato in questi mesi l’Algeria, attraversata da inedite proteste antiregime che guardano ai precedenti del 2011 per trarne costante lezione.

 

Mai, ci racconta Ouardi, avrebbe potuto scrivere il suo libro prima della rivoluzione che ha portato in Tunisia “libertà assoluta”, dice, ricordando come tra gli sfidanti della presidenziale di domenica ci sia anche un candidato apertamente omosessuale (in realtà la candidatura di Mounir Baatour, presidente del partito liberale, è stata bocciata, ma resta una prima assoluta in Tunisia e nella regione intera un politico che abbia fatto outing). Per lei, però, “il modello tunisino non è esportabile. Ed è un bene, perché ogni paese deve inventare, costruire la propria democrazia. Di cosa incolpiamo da sempre gli occidentali? Di volerci imporre il loro modello”. Se la democrazia sia un’opzione nel mondo arabo – è questo il titolo del suo intervento al MEM Middle East Mediterranean Summer Summit dell’Università della Svizzera italiana a Lugano, dove la incontriamo – è una questione che parte da un assunto sbagliato, perché, dice, “il mondo arabo non esiste: c’è un modo arabofono, un fatto letterario, linguistico, ma che punti in comune ho io, tunisina, con una saudita? Non c’è unità. E la Lega araba è clinicamente morta. Di cosa parliamo?”.

  

Così, il caso tunisino è un’eccezione che può ispirare ma non essere banalmente esportata. Le elezioni, anticipate di due mesi a causa della morte a luglio dell’ex presidente Beji Caid Essebsi, e le legislative di ottobre, dice Ouardi, faranno entrare il paese nel processo istituzionale per completarlo. “Le nuove istituzioni dovranno occuparsi poi di raddrizzare l’economia e riformare la giustizia”. Sarà il compito di uno dei 26 candidati all’elezione, i primi nella storia della Tunisia a essersi sfidati in un dibattito televisivo all’americana, benché di poca sostanza. Tra questi, c’è a chi manca l’era degli autocrati, come alla politica Abid Moussi, c’è il ricco uomo d’affari Nabil Karoui, soprannominato “il Berlusconi tunisino” dal suo rivale, il premier uscente Youssef Chahed, c’è l’uomo vicino ai generali, Abdelkrim Zbidi, che non dispiace neppure a una parte di EnNahda, il partito islamista, che ha presentato il moderato Abdelfattah Mourou. E’ stato l’ex presidente Essebsi ad aver forzato gli islamisti a presentarsi alle elezioni presidenziali, spiega Ouardi, secondo la quale il movimento avrebbe preferito evitare questo voto (per timore di essere troppo esposti): “Ora non sono più hizb rabbi, il partito di Dio. Devono giocare il gioco della democrazia: ti presenti e se sei eletto governi”, e quindi sei giudicato per quello. Lei, laica e liberale, si augura che gli islamisti “si dissolvano nella democrazia”, “ed è quello che sta accadendo – dice – malgrado loro: dal 2011 a oggi c’è una corrente che li spinge, ed è fatta di appuntamenti elettorali”.

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