L'Arabia Saudita non sta preparando un futuro post petrolifero, anzi

Gabriele Moccia

L’ambizione di Bin Salman di convertire l’economia è frustrata. Il settore privato langue e Aramco si allunga anche all’estero

Roma. La chiamano la trappola del petrolio e, nonostante le belle promesse del principe riformista saudita, Mohammad bin Salman, la dipendenza dall’oro nero del Regno Saudita è più forte che mai, continuando a pesare nella complicata partita geopolitica che si sta giocando nella regione, soprattutto per le forti tensioni che da sempre hanno caratterizzato l’asse Riad-Teheran. Molti fattori spiegano perché le ambizioni di Bin Salman di preparare il paese per un futuro post petrolifero, entro il 2030, sono frustrate. A luglio la crescita del settore privato non petrolifero ha ormai perso slancio ed è scesa al minimo da cinque mesi, secondo i dati dell’IHS Markit Arabia Saudi managers index che segnano un calo dal 57,4 di giugno a 56,6 punti base di questo luglio. Secondo i dati della Banca centrale saudita, il peso dei ricavi petroliferi è stato di circa 46 miliardi di dollari nel secondo trimestre dell’anno, mentre quello del settore non legato al greggio di (soli) 22 miliardi di dollari. L’agente di questa enorme influenza resta la principale compagnia petrolifera del paese, la più grande del mondo, la Saudi Aramco. La compagnia è pedina fondamentale dei piani di Bin Salman, motivo per cui il principe ha più volte rimandato la sua privatizzazione, ed è stata coinvolta nelle principali operazioni finanziarie del paese degli ultimi anni, perché ha saputo orientare la sua attività nei settori della raffinazione e della petrolchimica. Negli ultimi mesi, Aramco ha annunciato investimenti per 50 miliardi di dollari sia in patria, sia in Asia e negli Stati Uniti, puntando a triplicare la sua produzione di prodotti chimici a 34 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030 e aumentare la sua capacità di raffinazione globale di 10 milioni di barili al giorno, dagli attuali 5 milioni. Tra gli accordi più importanti c’è l’acquisto di una raffineria in Malesia, insieme alla Petronas, passando dall’acquisizione di un impianto di raffinazione in India, nello stato di Maharashtra, per arrivare agli ultimi accordi firmati con la Corea del sud (ben 12) che vanno dalla costruzione di petroliere classe Aframax allo sviluppo di impianti petrolchimici. “Questo è ciò che io chiamo l’approccio alla base della diversificazione economica nel Golfo”, dice Robin Mills della società di consulenza energetica Qamar Energy a Dubai. “L’industria energetica saudita ha le risorse, il capitale e le competenze, quindi è il motore di nuovi progetti: raffinazione, petrolchimica, gas e così via”. Così come la Repubblica islamica utilizza la sua State company – la National iranian oil company (Nioc), anche la Aramco è per Riad un’arma geopolitica capace di diffondere l’influenza saudita a livello internazionale. 

 

Oltre alla produzione di greggio, la Aramco sta costruendo la sua presenza globale lungo tutto la catena di valore degli idrocarburi: dalla raffinazione, alla lavorazione e purificazione dei condensati del greggio. Il suo obiettivo è diventare un leader globale nel settore chimico. Sia l’Iran che qualche paese del Golfo rivale, come il Qatar, vedono con preoccupazione questa espansione. Più allarmante è il piano del Regno di estendere la propria rete di oleodotti per evitare di cadere nelle grinfie dei pasdaran che imperversano nello Stretto di Hormuz. Un piano lanciato di recente dal ministro saudita dell’Energia, Khalid Al Falih durante i colloqui con il suo omologo indiano Dharmendra Pradhan. L’Arabia Saudita esporta già parte del suo petrolio attraverso il Mar Rosso tramite il tubo di 1.200 km che arriva alla città portuale di Yanbu, nell’ovest del Regno. La capacità dell’oleodotto è di 5 milioni di barili di greggio al giorno che il ministro Al Falih vorrebbe però portare a 7 milioni. Trasportare greggio non usando lo Stretto di Hormuz è più difficile per paesi come il Kuwait, l’Iraq o per gli Emirati Arabi e l’Iran, che hanno importanti terminal nel Golfo. Eppure il mercato energetico sta cercando alternative al pericoloso passaggio marittimo. E’ il caso dell’Iraq che sta utilizzando molto di più la rotta che passa per il porto turco di Ceyhan, oppure attraverso progetti per nuovi tubi di collegamento verso i porti del Libano e dell’Arabia Saudita, per l’appunto.

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