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È questo il deal?

La guerra commerciale con la Cina sfugge di mano a Trump e colpisce duro l’America rurale

Giulia Pompili

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pompili@ilfoglio.it

7 Agosto 2019 alle 06:00

È questo il deal?

Donald Trump alla cerimonia per la firma dell' Agricoltura Improvement Act del 2018 (LaPresse)

Roma. Era dal 1994 che l’America non dichiarava la Cina “manipolatore di valuta”, e ha probabilmente ragione chi dice che la situazione finanziaria è “la più pericolosa dal 2009”, per usare le parole di Larry Summers, ex segretario del Tesoro americano: l’economia americana per ora va alla grande, gli indici sono buoni, ma adesso che la Cina è passata al contrattacco, dopo aver subìto i dazi e le minacce e i tentativi di negoziazione con il presidente americano Donald Trump, e le Borse globali crollano, che cosa succederà?

 

La scorsa settimana la Casa Bianca ha imposto il dieci per cento di dazi sui beni d’importazione cinesi del valore di trecento miliardi di dollari all’anno, lo ha fatto subito dopo il fallimento dell’ennesimo round di negoziati a Shanghai tra il rappresentante del Commercio americano Robert Lighthizer, il segretario del Tesoro Steven Mnuchin e il vicepremier cinese Liu He. Sembra uno schema ormai consolidato: ogni volta che si riapre il dialogo sulla guerra commerciale, Trump fa saltare il tavolo chiedendo di più. È un “chicken game”, quello tra America e Cina, ma con Pechino che adesso svaluta la valuta, con il tasso di cambio che ha raggiunto 7 yuan per dollaro – il tasso più basso dal dicembre del 2008 – e soprattutto che decide di non acquistare più prodotti agricoli dagli Stati Uniti, la questione diventa seria, anche politicamente.

  

Due anni fa, a maggio, il segretario al Commercio Wilbur Ross aveva annunciato di aver raggiunto un accordo con la Cina per ridurre il deficit commerciale e permettere l’accesso al mercato cinese dei prodotti americani: era la concretizzazione di una delle promesse della campagna elettorale di Trump. Ma a quindici mesi dalle elezioni presidenziali tutto è cambiato, e una grossa fetta della sua base elettorale, nel settore agricolo, inizia a preoccuparsi. 

  

Per loro le cose non si stanno mettendo bene: Washington è dovuta già intervenire con “migliaia di dollari di aiuti”, le esportazioni agricole americane in Cina sono già diminuite di 1,3 miliardi di dollari nella prima metà dell’anno, e tra il 2017 e il 2018 la perdita complessiva è stata di oltre 10 miliardi di dollari. Le insolvenze sui prestiti agricoli sono ai massimi da otto anni. Ieri Zippy Duvall, presidente della Federazione delle aziende agricole americane, la più influente organizzazione di settore, ha definito la decisione della Cina di fermare le importazioni “un cazzotto alle migliaia di agricoltori di aziende e ranch che sono già in sofferenza”. Roger Johnson, presidente del sindacato nazionale agricolo, ha detto a Bloomberg che la strategia “della costante escalation e antagonismo” del presidente americano “non sta facendo altro che peggiorare le cose”.

 

Un “pantano commerciale” l’ha definito Paul Krugman: una strategia che non sta funzionando, e di sicuro non sta portando a quello che Trump voleva. “Ma piuttosto che ammettere che sta sbagliando qualcosa, continua a fare la cosa sbagliata”. La reazione cinese di sicuro è dettata anche da un calcolo politico, secondo Giulio Pugliese, War Studies al King’s College di Londra, seppure la logica sia soprattutto economica: “Il calcolo politico è che la Cina possa resistere all’offensiva americana nel breve periodo, con politiche fiscali espansive, nazionalismo che incita all’acquisto di prodotti cinesi, come Huawei, e in misura minore con politiche monetarie espansive”, spiega al Foglio Pugliese. “Ma un incremento dei prezzi al consumo per le famiglie americane, dettato soprattutto dalla guerra commerciale e non dalla svalutazione dello yuan, e una potenziale crisi finanziaria in arrivo nei mercati americani, rischiano di indebolire notevolmente Trump”. La guerra tariffaria ha effetti sui prezzi dei consumatori: “I prossimi dazi riguarderanno praticamente tutte le importazioni dalla Cina, e questa guerra commerciale sta già impoverendo la base elettorale di Trump nell’America rurale che esporta prodotti agricoli. La Cina aveva promesso che avrebbe acquistato prodotti agricoli, ma ha temporeggiato aspettando il momento in cui il presidente verrà indebolito, alla vigilia delle presidenziali”. Mancano solo 15 mesi.

Giulia Pompili

Giulia Pompili

Giulia Pompili è nata il 4 luglio. E' giornalista del Foglio dove scrive soprattutto di Asia – nel 2012 ha vinto il premio giornalistico "Umberto Agnelli" della Fondazione Italia Giappone. Recita a memoria i test missilistici di Kim Jong-un, ma pure le canzoni degli Afterhours. E' terzo dan di kendo.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    07 Agosto 2019 - 08:08

    Premesso, non provo alcuna simpatia per la base elettorale di Trump degli Usa rurali e le loro difficoltà economiche non mi inducono a promuovere raccolte di fondi (anche se mi dispiace perché la situazione colpisce anche altre persone per bene in altri luoghi del paese). Spero solo comincino a capire quanto sono stati autolesionisti nel votare chi li sta portando in rovina.

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