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Protezionisti Dem

Perché in campo democratico nessuno critica le finalità anti cinesi della guerra commerciale di Trump

Alberto Brambilla

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7 Agosto 2019 alle 06:00

Protezionisti Dem

Xi Jinping e Donald Trump (LaPresse)

Roma. La guerra commerciale finora ha avuto scarsa attenzione da parte dei candidati democratici alle presidenziali americane del 2020 e, in ogni caso, nessuno ha espresso una critica al protezionismo dell’Amministrazione Trump, che sta producendo un’escalation di aumenti dei dazi alle importazioni cinesi per volumi e prodotti. Nonostante l’importanza per l’economia americana – e i potenziali effetti negativi per le imprese e i consumatori, oltre che per le implicazioni geopolitiche – solo tre candidati su 23 ne hanno parlato nella prima fase di dibattiti. Sono comunque riluttanti a opporsi categoricamente all’uso dei dazi sulle merci importate dalla Cina come arma per contenere Pechino e hanno preferito criticare il modo con cui l’Amministrazione Trump sta gestendo i negoziati: sono oggetto di critica le dichiarazioni roboanti sul commercio del presidente e l’uso di Twitter per le comunicazioni ufficiali. Ma non c’è una critica nel merito o un sostegno spassionato in difesa del libero scambio in opposizione al protezionismo trumpiano. Come scrive la banca d’affari svizzera Ubs, “la mancanza di una critica puntuale sul commercio, almeno finora, rivela che la maggior parte del campo democratico è più o meno in linea con le finalità politiche dell’Amministrazione Trump”.

    

L’ex vicepresidente Joe Biden ora promette di rinegoziare l’accordo di libero scambio con l’Asia (Trans-Pacific Partnership, Tpp) che prima promuoveva. I senatori Elizabeth Warren e Bernie Sanders avevano applaudito la decisione del presidente Trump nel 2017 di ritirarsi dal Tpp. Un sentimento condiviso tra i democratici. All’inizio di quest’anno l’Atlantic ha chiesto ai 23 candidati alla presidenza se avrebbero riavviato i negoziati su a accordo commerciale multilaterale e solo uno, John Delaney, ha affermato l’intenzione di farlo. Utile ricordare che Delaney non ha molta presa tra l’elettorato. Il contrasto di Trump sia all’accordo di libero scambio nordamericano (Nafta) sia al Tpp in campagna elettorale ha contribuito a convincere alcuni tradizionali elettori democratici nel Midwest a votarlo.

   

Secondo un recente studio del Pew Research Center, il 74 per cento degli americani concorda sul fatto che un commercio senza barriere sia positivo. Tuttavia, quando viene chiesto loro se il commercio crea lavoro, solo il 36 per cento è d’accordo. E solo il 31 per cento ritiene che gli scambi commerciali siano fondamentali per indurre un aumento dei salari. Insomma, anche se le tariffe dovessero aumentare il costo dei prodotti per i consumatori americani, gli elettori potrebbero rimanere scettici e preferire il protezionismo. Anche i democratici si adattano.

Alberto Brambilla

Alberto Brambilla

Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.

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  • Ferny55

    07 Agosto 2019 - 16:28

    Fondamentalmente per due motivi: il primo, hanno svenduto interi settori manifatturieri e proprietà intellettuali in vasti settori ad alta tecnologia alla Cina. Il secondo, perché sono con ogni probabilità compromessi. Il figliuolo del Vice Presidente di 44 ha ricevuto dalla Cina 1,5 miliardi di dollari mentre il padre era in carica e la senatrice Feinstein per vent'anni ha usufruito dei servigi di una autista personale, che è stato scoperto essere una spia cinese dopo che è andato in pensione. Ci sarebbe da parlare anche del marito della senatrice, grande appaltatore del Governo Federale USA, impegnato in tantissimi affari anche con la Cina Per rendere l'dea, le attività del marito della senatrice valgono qualcosa come oltre 4,5 miliardi di dollari. Per non parlare poi di alcune sentenze recenti che hanno coinvolto a vario titolo personale della vecchia amministrazione, condannate per corruzione e guarda un po' da chi erano stati corrotti? Dalla Cina ovviamente.

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  • branzanti

    07 Agosto 2019 - 11:58

    Un dato che conferma come l'economia Usa abbia, fondamentalmente, una impostazione neocorporativa, naturale corollario di un sistema politico plutocratico.

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