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Perché ci si rifugia in Olanda

Ragioni della migrazione italiana verso un porto accogliente per i capitali

13 Giugno 2019 alle 06:00

Perché ci si rifugia in Olanda

(Foto Pixabay)

Negli anni Ottanta, quando le holding mondiali iniziarono a trasferire in massa in Olanda la sede legale e spesso anche quella fiscale, si chiamava “Dutch sandwich”: i profitti venivano poi rigirati da Amsterdam alle Antille olandesi, territorio autonomo della Corona, e lì sparivano al fisco. L’Unione europea ha poi imposto la soppressione dell’appetitoso panino; ma l’Olanda è rimasta meta ambita di tutto il gotha imprenditoriale globale. 

 

Lì doveva andare la sede legale della progettata fusione Renault-Fiat Chrysler Automobiles (Fca ce l’ha dal 2014, con sede fiscale inglese), e lì si trasferirà MediaForEurope, neonata holding che fonderà Mediaset italiana e spagnola in previsione dell’alleanza con il gruppo media tedesco ProSiebenSat.1.  Cementir, del gruppo Caltagirone, ha deliberato il trasferimento in Olanda della sede legale a fine maggio. Eni, Enel, Exor, Ferrero, Prysmian, Saipem, Telecom, Illy, Luxottica sono altri esempi italiani con sede legale principale, o di una consociata, nei Paesi Bassi. Certo non sono le uniche: Hilversum, cittadina a trenta chilometri da Amsterdam, ospita ventisei controllate solo della Nike. A Prins Bernhardplein, quattro chilometri da Amsterdam, in un solo palazzo sono domiciliate 2.900 multinazionali; ma gli unici dipendenti che vi lavorano a tempo pieno sono quelli di Intertrust, società (olandese) specializzata nella creazione di sedi legali. Ebay, Uber, Tesla, Google, Unilever, Ikea, ma anche i Rolling Stones e gli U2 sono solo alcuni nomi che legalmente risiedono nel paese fondatore della ex Comunità europea. Il maggior vantaggio però non è fiscale ma riguarda la legge societaria, eredità a sua volta della storia e della natura mercantile della società olandese.

 

In sintesi è una sorta di meccanismo maggioritario che moltiplica i diritti di voto a partire da soglie variabili dal 20 al 30 per cento, garantendo al maggiore azionista il controllo della società; fatto essenziale nelle holding. Certo anche le tasse hanno un ruolo: i dividendi e i capital gain che affluiscono dalle controllate estere non concorrono all’imponibile, mentre interessi e royalty  non sono tassati. D’altronde, come detto, l’attenzione alle esigenze fiscali e di governo delle grandi aziende in Olanda è una tradizione secolare, è stata la Compagnia olandese delle Indie  orientali – la prima società globale basata su azioni commerciabili e gestita in modo collegiale  – nel Seicento a creare un modello di corporate governance poi adottato nelle società anglosassoni. 

 

Eppure i Paesi Bassi non sono un paradiso fiscale: per le persone fisiche le aliquote sul reddito vanno dal 33 per cento su 18 mila euro al 52 oltre i 60 mila. Eppure la pressione fiscale nel 2018 è stata del 37 per cento rispetto al 43 dell’Italia. Ma gli olandesi non sono evasori fiscali: la relazione sui reati finanziari, evasione ed elusione fiscale approvata il 26 marzo 2019 dal Parlamento europeo la quantifica in 22 miliardi, in rapporto al pil il 3,2 per cento. L’Italia è prima in Europa con 190 miliardi, pari all’11,5 per cento del pil, poco più della Grecia e della Romania. E a proposito – questa è la percentuale di evasione nei paesi Ue nei quali è stata adottata la flat tax – Romania 10,1; Bulgaria 8,6; Ungheria e Lituania 8,2; Estonia 6. A titolo di raffronto, in Germania è il 4,1 del pil, in Spagna il 5, in Francia il 5,1. La virtù fiscale olandese è normalmente attribuita in parte alla morale luterana (la Svezia ha un’evasione simile, del 3,7 per cento), ma soprattutto alla qualità dei servizi pubblici (per cui l’Olanda è al terzo posto in Europa) e all’efficienza della burocrazia (al primo). E, come in Irlanda, le condizioni di favore alle imprese vengono accettate dalla stragrande maggioranza degli elettori: infatti il governo ha annunciato un’agenda fiscale 2019-2021 con la riduzione fino al 21 per cento dell’aliquota sui redditi d’impresa oltre i 200 mila euro. Poco meno, in effetti, che in Italia. 

 

Perché non si cerca di attirare anche qui le multinazionali? Per il diritto societario bizantino dell’Italia e per la durata media dei processi civili e commerciali in tutti i gradi di giudizio: l’Olanda ha la migliore performance europea (tre mesi), l’Italia la peggiore (quattro anni). Senza contare il debito pubblico: il 57 per cento del pil nei Paesi Bassi, il 133 in Italia; tutta la differenza fra una tripla A stabile e una tripla B con rischio di retrocessione. La reputazione e la stabilità dei conti pubblici valgono oro. Per l’attuale governo, invece, probabilmente valgono poco. E anche per questo le compagnie ammiraglie dell’economia nazionale scelgono l’accogliente porto olandese.

Redazione

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