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E’ caduto Bashir! Le braccia al cielo dei sudanesi e il tentativo del palazzo di ingannarli

Il dittatore arrestato, lo sostituisce il ministro della Difesa Auf con un’offerta irricevibile per i manifestanti. “Noi restiamo qui”

11 Aprile 2019 alle 18:53

E’ caduto Bashir! Le braccia al cielo dei sudanesi e il tentativo del palazzo di ingannarli

Foto LaPresse

Milano. Hai ballato per trent’anni ora tocca a noi, cantavano questa mattina i sudanesi in piazza rivolgendosi a Omar el Bashir, il dittatore, dopo che la tv di stato ha annunciato, con in sottofondo musiche patriottiche: “Le forze armate rilasceranno a breve un comunicato. State pronti”. A breve non è arrivato nulla, ma i sudanesi che da sabato scorso non si muovono dalla piazza di fronte al compound di Bashir – ma sono lì da dicembre, i più testardi – hanno iniziato a festeggiare, a strappare i cartelloni con la faccia del dittatore che tappezzano Karthoum, ad alzare le braccia al cielo, con quella sorpresa e quella gioia che solo chi si sente liberato sa provare: ora tocca a noi ballare. Poi l’annuncio è arrivato: Bashir è in arresto, ha detto il ministro della Difesa Ahmed Awad Ibn Auf (il braccio destro del rais) in tv e in mimetica, la Costituzione è sospesa, i confini sono chiusi, lo spazio aereo pure, c’è lo stato d’emergenza, il coprifuoco inizia alle 10 di sera, sarà un consiglio militare a guidare il Sudan per due anni di transizione verso le elezioni. Auf ha detto a tutti i gruppi armati – sono tanti e sono divisi, la spaccatura più grande è tra l’esercito e le forze dell’intelligence, 30 mila persone e molti gruppi, compresi i famigerati, brutalissimi janjaweed, gli uomini a cavallo che saccheggiarono il Darfur, che ora si chiamano Forze di reazione rapida – di unirsi a lui e di garantire la sicurezza dei manifestanti e ha liberato tutti i prigionieri politici rinchiusi in carcere. Auf ha usato le espressioni classiche dei golpisti, additando “quel dittatore” e “quel regime” (Bashir) per prenderne le distanze: quel governo non ha capito e non ha ascoltato le richieste dei cittadini, noi invece lo faremo, ha detto promettente, per sancire un cambiamento che non c’è. Il ministro Auf, magro sessantacinquenne, è stato promosso di recente vicepresidente dopo una carriera lunghissima: ex capo di stato maggiore, ex capo dell’intelligence, è indicato tra i responsabili dei crimini contro l’umanità commessi in Darfur dalla Corte penale internazionale (Bashir ha ricevuto un mandato d’arresto per quei crimini) ed è sotto sanzioni americane (i suoi asset finanziari sono congelati). Auf è una delle figure più importanti della dittatura sudanese, tanto che i manifestanti chiedevano che se ne andasse pure lui, scandivano il suo nome assieme a quello di Bashir. Dentro al palazzo si è negoziato – un generale al posto di Bashir o Bashir che reprime tutti, esercito ribelle e manifestanti? – e ne uscito il ministro golpista, a soffocare i canti e l’euforia di chi fuori dal palazzo aspettava dichiarazioni di tutt’altro tipo, una transizione tra civili e non tra militari, almeno.

   

Gli organizzatori della protesta erano pronti, entusiasti sì ma realisti, e avevano già avvertito la piazza: state calmi e non muovetevi di qui, se finisce con un accordo di palazzo i primi a pagare saremo noi, nelle dittature il popolo non è un interlocutore, è soltanto uno strumento. Alaa Salah, la ragazza con gli orecchini a forma di luna d’oro e la tunica bianca che parla, canta e balla sul tetto della macchina diventata il simbolo di questa protesta, ha tuittato: “La gente non vuole un consiglio militare. Il cambiamento non ci sarà se l’intero regime di Bashir frega i sudanesi con un golpe militare. Vogliamo un consiglio di civili a capo della transizione”. Alaa, con i suoi 22 anni e la voce limpida, “kandaka” moderna che si mette a capo di cortei di altre donne come le regine nubiane hanno fatto nei secoli, fa da megafono alla volontà della piazza, che sa che il palazzo non sta offrendo un cambiamento. Due anni sono un’eternità, il regime ha scaricato il suo leader per prenderne il posto e ci sono tante armi, tanti gruppi armati, nel paese. Per questo si continua a protestare, i canti sono ancora più forti perché dopo quelle ore in cui si è assaporata la libertà e la vittoria – Bashir è caduto! – la voglia di iniziare una nuova danza è salita ancora di più.

    

    

Non era affatto scontato che il dittatore al potere da trent’anni, ospite negli anni Novanta di Osama bin Laden, incriminato da una Corte internazionale (unico caso di presidente in carica), potesse davvero cedere il potere a causa di una protesta pacifica. Invece la piazza ha fatto da detonatore, così come è accaduto di recente in Algeria, dove pareva inevitabile che il presidente Abdelaziz Bouteflika rinnovasse il suo quinto mandato e restasse presidente fino alla morte, nonostante la malattia e l’assenza: le manifestazioni pacifiche e spontanee non erano state calcolate ma hanno accelerato una transizione che nell’immediato non voleva nessuno. Probabilmente in Sudan sta accadendo la stessa cosa: la piazza ha dato il tempo, ma la regia resta a palazzo.

   

   

La delusione non ferma le “kandaka” sudanesi così come non ha fermato i manifestanti algerini: rassegnarsi ora, distrarsi ora, accontentarsi ora è considerato un grande errore. Vale per chi vive, mangia, dorme, canta e balla in piazza ma anche e soprattutto per noi che ci siamo abituati a pensare alle rivoluzioni arabe – le primavere – come a un fallimento: paesi irriformabili che si ripiegano su nuove dittature. A parte che semmai il fallimento è la nostra distrazione – nostra, della comunità internazionale – questa nuova ondata di proteste rivela qualcosa di nuovo persino per i rivoluzionari stessi. La piazza algerina è rimasta calma e pacifica in uno stato di polizia, anzi ha scoperto l’ironia – i manifesti e i disegni che sono comparsi nelle proteste sono uno più divertente e preciso dell’altro – e l’ha sbattuta in faccia a chi considera conclusa la stagione delle rivolte. Le sudanesi si mettono gli orecchini grandi delle spose e cantano le canzoni della loro tradizione, si scoprono forti ogni ora che passa: pensavano che fosse la disperazione il loro collante e invece a tenerle uniti, a tenerle lì, è la voglia di libertà, di salire sul tetto dell’auto e alzare le braccia al cielo. Questo sì che è inevitabile, potente, profondo, non la dittatura.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica inglese, francese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, Cosmopolitics, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante.

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