Bibi è nei guai ma prepara la sua controffensiva (fondata su un'arte)

Rolla Scolari

Il premier israeliano continua la campagna elettorale. Anshel Pfeffer, suo biografo, ci spiega le conseguenze delle accuse

Milano. Le elezioni anticipate del 9 aprile in Israele si sono appena trasformate in un referendum: sì o no a Benjamin Netanyahu. Il leader della destra del Likud potrebbe diventare il primo premier nella storia del paese a essere incriminato mentre è al potere. Il procuratore generale Avichai Mandelblit ha infatti annunciato la sua intenzione di mettere il primo ministro sotto accusa per i reati di corruzione, frode, abuso di fiducia in tre casi che coinvolgono ricchi uomini d’affari, produttori di Hollywood, editori di giornali e una delle principali aziende di telecomunicazioni nazionali. Prima che arrivi ufficialmente l’incriminazione, però, Bibi Netanyahu ha a disposizione un’udienza in cui la sua vasta squadra legale potrà presentare testimoni per la difesa.

 

Il primo ministro, tra i leader più duraturi della storia del paese, al potere da quattro mandati, ha già chiarito che combatterà, e lo farà con tutte le armi a sua disposizione, e che, a differenza di quanto gli chiedono gli avversari politici, andrà dritto al voto di aprile. “Voglio continuare a essere il vostro primo ministro per molti altri anni, ma dipende da voi”, ha detto in un video alla nazione giovedì sera dopo l’annuncio del procuratore. In effetti, le prossime elezioni “saranno tutte su Bibi Netanyahu”, spiega al Foglio Anshel Pfeffer, autore di “Bibi: The Turbulent Life and Times of Benjamin Netanyahu” ed editorialista del quotidiano liberal Haaretz. Il primo ministro, ci spiega, ha anticipato le elezioni proprio perché sperava che il voto si tenesse prima dell’annuncio dell’incriminazione, ma la procura non ha atteso, perché “un ritardo” avrebbe significato prendere una posizione politica. Ora, sulle sorti di un’elezione-referendum, per o contro il lungo regno di Netanyahu, pesa anche un nuovo e inaspettato elemento: da qualche settimana, nel panorama politico israeliano esiste un nuovo attore, il partito Blu e Bianco, dai colori della bandiera israeliana. Con solide credenziali militari, il movimento sfida il premier sul suo stesso terreno, quella della difesa dello stato ebraico dalle minacce esterne. Alla sua testa c’è l’ex generale Benny Gantz affiancato da due ex capi di stato maggiore, Moshe Ya’alon e Gabi Ashkenazi, e dall’ex presentatore di talk-show, Yair Lapid. Il centro politico in Israele è diventato molto affollato, e rischia di attirare, dopo l’annuncio del procuratore generale, parte dell’elettorato che avrebbe altrimenti scelto Bibi. I primi sondaggi dopo la bomba giudiziaria di giovedì arriveranno all’inizio della settimana prossima. L’ultimo prima dell’annuncio vedeva il partito di Gantz, in caso di incriminazione, schizzare a 44 seggi contro il 25 del Likud.

   

In passato, è stato sempre un errore dare per spacciato Netanyahu, uno dei politico più abili nell’arte della sopravvivenza in Israele. E oggi, ci dice Pfeffer, il premier “è ancora un concorrente, perché nessuno tra i suoi alleati lo obbligherà a farsi da parte, perché ha ancora a disposizione un’udienza di difesa, perché pensa di poter essere ancora primo ministro”. Benché sia in arrivo un’incriminazione, al primo ministro israeliano non è richiesto di dimettersi. Prima di lui, nel 2008, il premier Ehud Olmert diede le dimissioni perché coinvolto in un’inchiesta per corruzione. Soltanto dopo arrivò l’incriminazione. Lo stesso accadde nel 1977 con Yitzhak Rabin, accusato di aver mantenuto conti in banca negli Stati Uniti quando ai cittadini israeliani era vietato averne all’estero. Netanyahu ha fatto sapere che resterà. Per confermarsi ancora una volta come una reale minaccia elettorale dopo l’intenzione di incriminarlo, deve però tenersi stretta “la destra morbida”, “gli elettori che hanno votato Likud o Kulanu (un partito di centro destra alleato del premier, ndr), cui il primo ministro non piace troppo, ma che non hanno alternative valide”, dice Pfeffer. Il rischio per il futuro politico di Netanyahu, è che per questa fetta di popolazione Gantz e il suo partito possano diventare un’alternativa possibile.

      

Per anni Benjamin Netanyahu ha governato il paese grazie alla sua solida arte di costruire attorno a sé coalizione di governo. Dopo l’annuncio delle scorse ore, il primo ministro potrebbe ritrovarsi indebolito proprio in questa sua abilità, perché, come spiega Pfeffer, per il leader della destra, in caso di un successo alle urne, la vera difficoltà sarà creare attorno a sé una coalizione: un leader con guai con la giustizia e quindi politicamente debole ha meno potere contrattuale davanti ai suoi alleati, che chiederanno molto in cambio di un sostegno.

     

Il video-discorso dopo l’annuncio del procuratore generale contiene già le basi della difesa che Netanyahu metterà in campo, con soltanto 40 giorni di tempo prima del voto. Netanyahu tenterà di mobilitare l’elettorato di destra attorno a sé, con un mantra che utilizza già da tempo: il suo unico e credibile rivale, Gantz, è accusato d’essere “di sinistra”, un’etichetta che tutti i politici di questi tempi in Israele temono. Per Netanyahu, l’annuncio dell’incriminazione è una “caccia alle streghe” di una magistratura di parte, tentativo di una sinistra che non vince alle urne di farlo uscire di scena con altri mezzi. Non è detto che questa difesa però regga: il procuratore generale all’origine dell’incriminazione, arrivata dopo tre anni di inchieste, è stato nominato dallo stesso primo ministro. Oltre a essere stato segretario di gabinetto di Netanyahu, Avichai Mandelblit – religioso, ex capo dell’ufficio legale dell’esercito – è una personalità che piace alla destra e ai suoi elettori.

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