Un dubbio sulla strategia del cinico Netanyahu

Giuliano Ferrara

Sulla bilancia elettorale, in Israele, le cattive compagnie, nel mondo e in patria, del primo ministro e i successi tattici resi possibili dalla sua spregiudicatezza

Israele non è solo uno stato, il focolare nazionale degli ebrei, è anche un paradigma. Democrazia, stato di diritto, convivenza civile, libertà di culto, sicurezza valore e onore nel confronto con nemici spietati, progresso sociale e culturale: da settanta anni e passa, nonostante smagliature a volte tragiche nella tela della ragion di stato, Israele è questa bandiera di civilizzazione in un mondo arabo-islamico in perenne e violento rigetto di quanto è essenziale per la tradizione della polis in occidente. Chi sostiene che il sionismo e Israele sono un estremo lembo e una testimonianza del colonialismo, e boicotta lo stato degli ebrei, commette un grave errore storico e morale, comunque la si pensi sull’occupazione dei territori, sugli insediamenti nella west bank, sulla questione di Gerusalemme. Israele è un esperimento tragico, fondato sull’epos della guerra di indipendenza non meno che sulle risoluzioni dell’Onu, e non si possono sottovalutare le sofferenze subite da chi si difende con le unghie e con i denti come di chi fu espulso da quel fazzoletto di terra, né si può dimenticare la trama revanscista e antigiudaica che avvinghia da oltre un secolo il mondo islamico circostante. E’ vero come diceva Rabin che la pace si fa con i nemici, ma solo quando i nemici si decidono nei fatti a riconoscere il tuo diritto a esistere e abbandonano il progetto di cancellare “l’entità sionista”.

 

Scrive Brett Stephens sul New York Times, dopo aver riconosciuto che la conduzione del lungo regno del primo ministro di Israele ha portato risultati di rara efficacia nel consolidamento dell’economia e della sicurezza nel paese: “Netanyahu è un uomo per il quale nessuna considerazione morale sopravanza l’interesse politico e il cui principale interesse politico è la sua stessa persona. E’ un cinico avvolto in una ideologia e contenuto in un intrigo”. Credo che Stephens sappia quanto queste definizioni da duca Valentino corrispondano per l’essenza al profilo dell’uomo di stato in occidente, almeno dal Cinquecento, dai tempi di Machiavelli: nel Novecento, poi, Churchill, Roosevelt, de Gaulle, fino a Thatcher Kohl e Mitterrand, furono campioni della categoria, pesi massimi dell’esercizio politico della democrazia in condizioni estreme o eccezionali. Da questo punto di vista Bibi Netanyahu è a mio giudizio perfettamente difendibile, se non si sia ipocriti o moralisti vaneggianti. Però c’è un problema.

 

Con Trump, Orban, Putin, Erdogan e con il progetto neonazionalista e sovranista dispiegato, in occidente si assiste a un ferale incrudimento del discorso pubblico e a un maltrattamento rischiosissimo delle istituzioni e dei criteri di vita della democrazia politica e delle regole della pace internazionale e civile. Bibi ha politicamente sguazzato in questo contesto e per quanto sia notevole il ricavato immediato, ha messo il paradigma israeliano a dura prova, infine agganciando come alleato potenziale la banda Kach, quelli di Meir Kahane, un’organizzazione che varca i limiti del terrorismo e nega le basi stesse dell’esperimento sionista trasformando un sogno armato in un incubo predatorio. Se sia nell’interesse di Israele prorogare alle prossime elezioni il potere della coalizione di estrema destra radunata da Netanyahu o varare un’alternativa guidata dalla nuova formazione centrista di Benny Gantz e di Yair Lapid è il dubbio che solo gli elettori israeliani potranno sciogliere. Io sono un fiero nemico del contesto al quale il longevo e discusso primo ministro ha deciso di agganciarsi, nel mondo e in patria, per quanto siano spiegabili le sue ragioni in base alla fiacchezza degli europei e ai cedimenti sempre più inquietanti all’ideologia antisionista in un ambiente nutrito di nuovo antisemitismo o antigiudaismo. Credo che i successi tattici resi possibili da questa spregiudicatezza siano malamente compensati dalla sua fragilità strategica. Ma quando si parla del destino degli ebrei di Israele, e degli altri se è per questo, il richiamo di una cinica capacità di ottenere risultati effettuali resta fortissimo.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.