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Follow the money. La testimonianza di Cohen e le sue conseguenze

Le parole dell’ex avvocato di Trump, le domande dei deputati, le risposte e i nomi fatti che spostano il focus dalla Russia (su cui Cohen non ha prove) al business del presidente

1 Marzo 2019 alle 06:00

Follow the money. La testimonianza di Cohen e le sue conseguenze

L'ex avvocato di Trump, Michael Cohen (foto LaPresse)

[Pubblichiamo ampi stralci della deposizione di mercoledì al Congresso di Michael Cohen, ex avvocato di Donald Trump. Oltre al suo discorso iniziale, riportiamo anche gli scambi più rilevanti con i deputati della commissione Vigilanza e Riforme della Camera americana. Ieri, giovedì 28 febbraio, Cohen ha testimoniato a porte chiuse davanti alla commissione Intelligence della Camera].

 


 

“Ho chiesto a questa Commissione di darmi garanzia sul fatto che la mia famiglia verrà protetta dalle minacce del presidente Trump, e che la Commissione sia attenta alle domande pertinenti alle investigazioni in corso. Vi ringrazio per il vostro aiuto e la vostra comprensione.

Sono qui, sotto giuramento, per correggere alcune dichiarazioni che ho già rilasciato pubblicamente, per rispondere alle domande in modo veritiero e per riferire al popolo americano quel che so del presidente Trump.

So che alcuni di voi possono dubitare e anche attaccare la mia credibilità. Per questo allego alla mia deposizione documenti irrefutabili che dimostrano che le informazioni che ascolterete sono accurate e veritiere.

Mai in vita mia avrei immaginato, quando ho accetto di lavorare per Donald Trump nel 2007, che un giorno si sarebbe candidato alla presidenza, che avrebbe condotto una campagna basata sull’odio e sull’intolleranza, e che avrebbe vinto un’elezione. Rimpiango il giorno in cui ho detto “sì” a Trump. Rimpiango di avergli dato, in questi anni, aiuto e sostegno.

Mi vergogno dei miei errori e ho accettato pubblicamente la responsabilità di questi errori dichiarandomi colpevole presso il Southern District di New York.

Mi vergogno della debolezza e della fiducia malriposta – in tutte le cose che ho fatto per Trump, per proteggerlo e per promuoverlo.

Mi vergogno di aver scelto di prendere parte al progetto di tenere nascosti gli atti illeciti di Trump, invece che dare retta alla mia coscienza. Mi vergogno perché so chi è Trump.

E’ un razzista.

E’ un truffatore.

E’ un imbroglione.

 

 

Era un candidato alla presidenza che sapeva che Roger Stone (consigliere di Trump senza più un ruolo ufficiale nello staff, Stone è stato arrestato il 25 gennaio scorso all’interno dell’inchiesta Mueller sulle collusioni con la Russia durante la campagna elettorale, ndr) stava parlando con Julian Assange (fondatore di Wikileaks, ndr) riguardo alle email hackerate al Democratic National Committee e pubblicate da Wikileaks.

Vi spiegherò ogni cosa, ma intanto vi illustro i documenti che fornisco oggi alla commissione, che includono:

1. la copia di un assegno del conto personale di Trump e firmato da Trump – dopo che era diventato presidente – per rimborsarmi delle spese che avevo sostenuto per coprire un suo affair con una pornostar ed evitare danni alla sua campagna elettorale;

2. copie delle dichiarazioni finanziarie dal 2011 al 2013 date alle banche, come a Deutsche Bank;

3. copie delle lettere di minacce che ho scritto per ordine di Trump al suo liceo, alla sua università e al board perché non rendessero mai pubblici i suoi risultati scolastici.

Spero che questa mia testimonianza, la mia ammissione di colpevolezza, il mio lavoro con i funzionari di governo possano costruire una strada per la mia redenzione che ristabilisca fiducia in me e aiuti il paese a comprendere meglio il nostro presidente.

Sappiate che gli avvocati personali di Trump avevano rivisto e corretto le mie dichiarazioni sul timing dei negoziati sulla Trump Tower (TT) a Mosca prima che io la consegnassi (Cohen si riferisce alla testimonianza che aveva rilasciato al Congresso nel 2017 sulle trattative per la Trump Tower a Mosca e su quanto erano durate, sostenendo che fossero finite nel gennaio del 2016, ndr). Per essere chiari: Trump era al corrente e ha diretto i negoziati sulla TT di Mosca durante tutta la campagna elettorale, e ha mentito al riguardo. Ha mentito perché non si aspettava di vincere le elezioni. Ha mentito anche perché contava di fare centinaia di milioni di dollari in quel progetto edilizio a Mosca.

 

“Mi vergogno di aver preso parte al progetto di tenere nascosti
gli atti illeciti di Trump.
Mi vergogno perché so chi è Trump” 

 

E così ho mentito anche io – perché Trump mi fece chiaramente capire, attraverso le dichiarazioni tra noi che entrambi sapevamo essere false e attraverso le bugie che ha raccontato al paese, che voleva che io mentissi. E me lo fece capire ancora più chiaramente quando i suoi avvocati hanno editato la dichiarazione che ho rilasciato al Congresso.

Dichiarai il falso: le nostre negoziazioni continuarono per mesi durante la campagna elettorale.

Trump non mi disse direttamente di mentire. Non è così che fa. Nelle conversazioni che abbiamo avuto durante la campagna, nel momento esatto in cui stavo trattando con la Russia, mi guardava negli occhi e mi diceva che non c’erano affari in corso con la Russia e poi andava in pubblico e ripeteva la stessa cosa. In questo modo, mi diceva di mentire. Almeno cinque volte, tra le primarie in Iowa (a gennaio) e giugno mi ha chiesto: “Come va in Russia?”, e intendeva il progetto della TT.

(…) Lo scorso autunno, mi sono dichiarato colpevole davanti a una corte federale per dei reati che ho commesso per aiutare l’Individuo #1, sotto la sua direzione e coordinandomi con lui. Per la precisione: l’Individuo #1 è il Presidente Donald J. Trump.

Mi addolora ammettere che allora a motivarmi è stata l’ambizione. E mi addolora ancora di più ammettere che ho ignorato i miei scrupoli di coscienza molte volte e sono stato fedele a un uomo e non avrei dovuto farlo. Qui, oggi, mi sembra incredibile di essere stato tanto ipnotizzato da Donald Trump da voler fare cose per lui che sapevo essere totalmente sbagliate.

(…) Lasciate che ora vi parli di Donald Trump. Lo conosco molto bene, dopo averci lavorato per dieci anni, prima come vicepresidente esecutivo poi come avvocato personale quando è diventato presidente. La prima volta che l’ho incontrato, era un imprenditore di successo, un gigante del real estate, un’icona. Stare con lui era una droga. Con lui di fianco, ti sembrava di essere parte di qualcosa di molto più grande di te – ti sembrava che stessi cambiando il mondo.

Ho rivenduto la storia di Trump per un decennio, questo era il mio lavoro. Stare sul pezzo sempre. Difendere sempre. Ha monopolizzato la mia vita. All’inizio, avevamo un rapporto prettamente di lavoro. Poi mi ha fatto entrare nella sua vita privata e nei suoi affari privati, e col tempo ho visto chi era veramente.

 

Mi sono ricordato di Don Jr. che si china verso suo padre
e gli parla a bassa voce, e gli dice: “Per l’incontro è tutto pronto”

  

Trump è un enigma. E’ complicato, come lo sono io. Ha cose buone e cose cattive, come tutti. Ma quelle cattive superano quelle buone e da quando è diventato presidente, è diventato la versione peggiore di sé. Sa comportarsi in modo gentile, ma non è gentile. Sa essere generoso, ma non è generoso. Sa essere leale, ma è al fondo del tutto sleale.

Trump ha corso per la presidenza per rendere grande il proprio brand, non per rendere grande l’America. Non aveva né il desiderio né l’intenzione di guidare la nazione, voleva solo valorizzarsi per aggiungere ricchezza e potere al suo business. Trump diceva spesso: questa campagna sarà “la più grande infomercial della storia politica”.

Non pensava di vincere le primarie. Non pensava di vincere le elezioni. La campagna per lui era soltanto una opportunità di marketing.

Ho capito fin da subito lavorando con Trump che mi avrebbe ordinato di mentire per favorire i suoi affari. Mi vergogno di dire che finché Trump era un magnate del settore immobiliare la consideravo una cosa di poco conto. Ma come presidente, la considero importante e pericolosa. Ma nell’ambiente mentire per Trump era considerata una cosa normale, e nessuno ne parlava. Nessuno lo fa nemmeno adesso, a dire il vero.

In molti mi hanno chiesto se Trump sapeva prima del tempo della pubblicazione delle email del Partito democratico che erano state hackerate. La risposta è sì. Come ho già detto, Trump aveva saputo in anticipo da Roger Stone che Wikileaks avrebbe pubblicato le email. Nel luglio 2016, giorni prima della convention democratica, ero nell’ufficio di Trump quando la sua segretaria ha detto che Roger Stone era al telefono. Trump ha messo Stone in vivavoce. Stone ha detto a Trump che aveva appena finito di chiamare Julian Assange e che Assange aveva detto a Stone che, nel giro di un paio di giorni, ci sarebbe stata una gigantesca pubblicazione di email che avrebbe danneggiato la campagna di Hillary Clinton. Trump ha risposto che l’effetto non “non sarebbe stato un granché”.

Trump è un razzista. Il paese ha visto Trump corteggiare dei suprematisti bianchi e dei bigotti. Lo avete sentito definire dei “cessi” i paesi più poveri. Una volta mi ha chiesto se potevo nominare un paese governato da un uomo di colore che non fosse un “cesso”. Questo è successo quando Barack Obama era presidente degli Stati Uniti. Una volta stavamo guidando in un quartiere povero a Chicago, e lui ha detto che soltanto i neri potrebbero vivere così. E mi ha detto che i neri non avrebbero mai votato per lui perché sono troppo stupidi. E nonostante questo ho continuato a lavorare per lui.

 

 

 

Trump è un truffatore. Come ho già detto, sto affidando oggi alla commissione tre anni di dichiarazioni finanziarie di Trump, dal 2011 al 2013, che ha dato a Deutsche Bank come prova per un prestito per comprare i Buffalo Bills e a Forbes. Sono le prove 1a, 1b e 1c. Ho visto di persona che Trump gonfiava la propria ricchezza quando serviva ai suoi scopi, come per esempio cercare di essere elencato da Forbes tra i più ricchi del pianeta, e al contrario la minimizzava per ridurre le tasse da pagare. Condivido con voi due articoli di giornale, uno di fianco all’altro, che sono un esempio di come Trump manipolava le informazioni sul suo patrimonio per perseguire i propri interessi. Sono la prova numero 2.

 

Come ho notato, sto dando alla commissione un articolo su cui lui ha scritto, e che mi ha mandato, che raccontava di un’asta in cui c’era anche un ritratto di Trump. Questo è la prova numero 3a. Trump mi ordinò di trovare un compratore fasullo per acquistare il ritratto che era all’asta a un evento artistico agli Hamptons. L’obiettivo era quello di assicurarsi che il suo ritratto, che sarebbe stato messo all’asta per ultimo, avesse il prezzo più alto di qualunque altro ritratto quel pomeriggio. Il ritratto è stato comprato dal compratore fasullo per 60 mila dollari. Trump fece in modo che la Fondazione Trump, che dovrebbe essere un ente caritatevole, pagasse per il ritratto, anche se il ritratto l’ha tenuto Trump stesso. Guardate la prova numero 3b.

 

“Trump ha corso per la presidenza per rendere grande il proprio brand,
non per rendere grande l’America”

  

Non dovrebbe sorprendere nessuno il fatto che una delle mie responsabilità principali era quella di chiamare, su ordine di Trump, i proprietari di aziende e imprese, anche piccole imprese, a cui Trump doveva del denaro per i loro servizi, e dire loro che non sarebbero stati pagati, o che sarebbero stati pagati meno del dovuto. Quando dicevo a Trump che avevo avuto successo, lui ci godeva. Eppure ho continuato a lavorare per lui.

 

 

 

Trump è un imbroglione. Mi ha chiesto si pagare una pornostar con cui aveva avuto una relazione, e di mentire a sua moglie a questo proposito, cosa che ho fatto. Mentire alla First Lady è uno dei miei rimpianti più grandi. E’ una persona gentile e buona – e non se lo meritava. Affido oggi alla commissione una copia del transfer di 130 mila dollari da me al legale della signorina Clifford (Stormy Daniels, ndr) nei giorni finali della campagna elettorale, soldi richiesti dalla signorina Clifford per mantenere il silenzio sulla sua relazione con Trump. Questa è la prova numero 4. Trump mi ha ordinato di usare i miei fondi personali da un prestito ipotecario sulla casa per evitare che il pagamento potesse essere ricollegato a lui e che potesse influenzare negativamente la sua campagna. Ho fatto anche questo, senza preoccuparmi di considerare se fosse giusto o meno, e ancora meno senza chiedermi come questo avrebbe influenzato me, la mia famiglia o tutti i cittadini. Andrò in prigione in parte anche a causa della mia decisione di aiutare Trump a nascondere al popolo americano un pagamento pochi giorni prima voto.

Come mostra la prova 5 della mia testimonianza, vi consegno una copia di un assegno da 35.000 dollari che il presidente Trump ha personalmente firmato dal suo conto bancario il 1 agosto del 2017, quando era presidente degli Stati Uniti – a seguito della copertura che ho fornito per il denaro di Trump e per rimborsarmi del denaro che ho versato io. Questo assegno era una delle 11 rate pagate durante l’anno, mentre era presidente.

Il presidente degli Stati Uniti ha quindi scritto un assegno personale per il pagamento di somme di denaro come parte di un piano criminale per violare le leggi sul finanziamento della campagna. Potete trovare i dettagli di questo schema, diretto da Trump, nelle memorie presso la corte del Southern District di New York.

Quindi immaginate questa scena: nel febbraio 2017, un mese dopo l’inizio della sua presidenza, per la prima volta faccio visita al presidente Trump nello Studio Ovale. E’ davvero impressionante, mi fa fare un giro, indica vari dipinti e mi dice qualcosa del tipo, del tipo … Non preoccuparti Michael, i tuoi assegni di gennaio e febbraio stanno arrivando. Sono stati spediti da New York e ci vuole un po’ di tempo prima che superino il sistema della Casa Bianca. Come ha promesso, ho ricevuto il primo assegno per il rimborso di 70.000 dollari non molto tempo dopo.

 

Quando dico truffatore, intendo un uomo che dichiara di essere brillante ma mi ha ordinato di minacciare la sua scuola superiore, i suoi college e il College Board affinché non pubblicassero mai i suoi voti o i risultati al test attitudinale.

(...) Non mi sfugge l’ironia del fatto che Trump nel 2011 aveva criticato Obama per non aver rivelato i suoi voti. Come potete vedere nell’allegato 7, Trump ha dichiarato: “Lasciate che vi mostri i suoi registri”, dopo aver definito il presidente Obama “uno studente terribile”.

Il fatto triste è che non ho mai sentito il signor Trump dire qualcosa in privato che mi portasse a credere che amasse la nostra nazione o volesse migliorarla. In effetti, ha fatto il contrario.

Quando nel 2008 mi disse che stava dimezzando gli stipendi dei dipendenti – incluso il mio – mi mostrò quello che sosteneva fosse un rimborso fiscale da parte dell’Agenzia delle entrate di 10 milioni di dollari, e disse che non poteva credere a quanto fosse stupido il governo nel ridare a “uno come lui” così tanti soldi indietro.

Durante la campagna, Trump ha dichiarato che non considera John McCain, veterano del Vietnam e prigioniero di guerra, “un eroe” perché lui preferisce le persone che non sono state fatte prigioniere. Allo stesso tempo, Trump mi ha incaricato di gestire la stampa negativa relativa al fatto che fu riformato alla leva per il Vietnam. Trump sosteneva che fosse a causa della osteofitosi, ma quando ho chiesto la documentazione medica, non me l’ha data e ha detto che non c’era stato nessun intervento chirurgico. Mi ha detto di non rispondere alle domande specifiche dei giornalisti, ma di dire semplicemente che aveva ricevuto un rinvio medico.

Terminò la conversazione con il seguente commento. “Pensi che io sia stupido, non non avevo intenzione di andare in Vietnam”. Eppure, ho continuato a lavorare per lui.

 

 

 

Sono state sollevate domande sul fatto che io abbia prove dirette sul fatto che Trump o la sua campagna fossero colluse con la Russia. Non è così. Voglio essere chiaro. Ma ho i miei sospetti.

Nell’estate del 2017, ho letto su tutti i giornali che c’era stato un incontro alla Trump Tower nel giugno 2016 tra Donald Jr. e altri della campagna con i russi, tra cui un rappresentante del governo russo, e un’email che aveva con oggetto: “Dirt on Hillary Clinton”. Nella mia mente è scattato qualcosa. Ricordo di essere stato nella stanza con Trump, probabilmente all’inizio di giugno del 2016, quando è accaduto qualcosa di strano. Don Jr. entrò nella stanza e andò dietro la scrivania di suo padre, il che di per sé era insolito. Le persone non andavano dietro la scrivania di Trump per parlargli. Mi sono ricordato di Don Jr. che si china verso suo padre e gli parla a bassa voce, ma potevo sentire chiaramente, e gli disse: “Per l’incontro è tutto pronto”. Ricordo che Trump rispose: “Ok bene ... fammi sapere”.

Ciò che mi colpì quando ci ripensai e rividi quello scambio tra Don Jr. e suo padre fu, in primo luogo, che Trump aveva detto spesso a me e ad altri che su suo figlio Don Jr. aveva il peggior giudizio che su chiunque altro al mondo. E inoltre, che Don Jr. non avrebbe mai organizzato da solo un incontro di nessun genere, e certamente non senza aver consultato prima suo padre. Sapevo anche che non poteva succedere nulla nel mondo di Trump, specialmente nella campagna, senza che Trump sapesse e approvasse. Quindi, conclusi che quando Don Jr. quel giorno arrivò dietro la scrivania di suo padre si riferiva a quella riunione con il rappresentante russo nella Trump Tower del giugno 2016 sul fango su Hillary, e che Trump sapeva su cosa fosse l’incontro di cui parlava Don Jr. quando ha detto: “Va bene ... fammi sapere”.

(…) Capisco chi mette in dubbio le ragioni per cui sono qui oggi. Ho mentito, ma non sono un bugiardo. Ho fatto cose cattive, ma non sono un uomo cattivo. Ho aggiustato delle cose, ma non sono più il “fixer” di Trump.

Andrò in prigione dopo aver distrutto la sicurezza che ho cercato di dare alla mia famiglia. Questa testimonianza non diminuisce la sofferenza che ho causato alla mia famiglia e ai miei amici, nulla può farlo. Ma non ho mai chiesto, né mai accetterei, una grazia da parte di Trump.

 

Questo è quel che ha detto Michael Cohen. Poi sono inziate le domande dei deputati. Pubblichiamo gli stralci più importanti, frammezzati da alcuni commenti che sono usciti durante la testimonianza e alcune spiegazioni. Per la ricostruzione del dibattito ci affidiamo alla diretta di Cnn, Nbc e Abc.

Perché è importante avere un’idea di quel che è accaduto in questa testimonianza? La risposta l’ha data George Stephanopoulos noto anchorman di Abc: "L’ultima volta che abbiamo visto al Congresso una testimonianza del genere è stato più di 40 anni fa. Quando l’avvocato del presidente Richard Nixon, John Dean, accusò Nixon negli atti criminali del Watergate. Si sente quell’eco oggi con Cohen”.

 

Elijah Cummings, presidente della commissione, deputato democratico del Maryland (foto sotto): Quindi, mi dica se ho capito bene. Donald Trump le diede un assegno del suo conto personale quando era presidente degli Stati Uniti per rimborsarla dei pagamenti fatti da lei per pagare il silenzio di Stefany Clifford. E’ questo che lei sta dicendo al popolo americano oggi?

Cohen: Sì, Mr Chairman.

 

 

Jim Jordan, deputato repubblicano dell’Ohio (foto sotto): Mr. Cohen, per quanto tempo ha lavorato alla Casa Bianca?

Cohen: Non ho mai lavorato alla Casa Bianca.

Jordan: E’ questo il punto, vero?

Cohen: No

Jordan: Sì, lo è

Cohen: No, non lo è

Jordan: Lei voleva lavorare alla Casa Bianca...

Cohen: No

Jordan: ... ma non è stato coinvolto nel ballo

Cohen: Sir, ero molto orgoglioso di essere l’avvocato personale del presidente. Non volevo andare alla Casa Bianca. Mi è stato offerto. Se vuole le racconto di quando Trump si è scagliato contro Reince Priebus (suo primo chief of staff, ndr) perché io non avevo voluto fare un lavoro che Trump voleva che facessi, che era lavorare nell’ufficio legale della Casa Bianca (…)

Jordan: Ecco quello che vedo. Un uomo che ha lavorato per dieci anni, e che ora sta umiliando il signore per cui ha lavorato per dieci anni, non ha accettato un lavoro alla Casa Bianca e ora si sta comportando come quelli che sono stati licenziati o che non hanno ottenuto il posto che volevano, come Andy McCabe o James Comey (ex direttori dell’Fbi che hanno scritto memoir contro l’ex datore di lavoro Trump, ndr) – rancore personale per non aver ottenuto quello che volevano. Ecco cosa vedo qui oggi, e credo che sia questo che anche il popolo americano sta vedendo”.

   

I figli di Trump hanno tuittato:

Eric Trump: Michael faceva pressioni su CHIUNQUE per essere nominato ‘chief of staff’. Era la barzelletta più grande di tutta la campagna tra di noi. Ha appena giurato il falso un’altra volta?

Donald jr Trump: Hahahaha Michael Cohen ci implorò di lavorare alla Casa Bianca e lo sapevano tutti.

 

   

Debbie Wasserman Schultz, deputata democratica della Florida: Ivanka, Jared e Don jr (rispettivamente figlia, genero e figlio di Trump, ndr) erano coinvolti nelle trattative sulla Trump Tower?

Cohen: Era coinvolta la società di famiglia, che vol dire che la famiglia era coinvolta.

Wasserman Schultz: Se Trump e sua figlia Ivanka e suo figlio Don Jr erano coinvolti nell’accordo sulla TT a Mosca, è possibile che tutta la famiglia sia in conflitto d’interesse o si sia compromessa con un avversario straniero nei mesi prima delle elezioni del 2016?

Cohen: Sì.

 

Mark Meadows, deputato repubblicano della Carolina del nord, invita un’ospite che ha portato all’audizione: si tratta di Lynne Patton, funzionaria del ministero per l’Edilizia e lo Sviluppo urbano.

Meadows: Mr. Cohen, conosce Lynne Patton?

Cohen:

Meadows: Ho chiesto a Lynn di venire qui oggi fisicamente per fare un po’ di chiarezza. Da quanto conosce Ms. Patton?

Cohen: Ho portato Ms Patton alla Trump Organization e nel ruolo che oggi ricopre.

Meadows: Bene, sono contento che lei l’abbia detto, perché ha fatto dichiarazioni molto sminuenti sul presidente che Ms Patton non condivide. Ha a che fare con le sue dichiarazioni sul razzismo. Lei dice che, essendo figlia di un padre nato a Birmingham, in Alabama, non c’è alcuna possibilità che possa lavorare per un razzista. Come pensa di poter ribattere?

Cohen: Che neanche io potrei lavorarci, essendo il figlio di un sopravvissuto dell’Olocausto.

 

William Lacy Clay, deputato democratico del Missouri: Stando a quanto è di sua conoscenza, il presidente o la sua società ha mai gonfiato asset o ricavi?

Cohen:

Clay: Il presidente lo sapeva o ha dato ordine di farlo?

Cohen: Ogni cosa è stata fatta con Trump che sapeva o ordinava di farlo

Clay: Ci dica: perché avrebbe dovuto farlo e che interessi voleva soddisfare?

Cohen: Dipende dalla situazione. Alcune volte mi è stato richiesto, assieme ad Allen Weisselberg, il cfo dell’azienda, di parlare con uno di Forbes perché Trump voleva che ogni anno il suo reddito apparisse più in alto nella classifica redatta dal magazine.

Quindi devi cercare degli asset che possano soddisfare questa richiesta, ha spiegato Cohen.

Chi è Allen Weisselberg? Allen Weisselberg è il chief financial officer della Trump Organization: il suo nome è stato citato molte volte durante la testimonianza. Il presidente della commissione vorrebbe invitarlo a testimoniare assieme a Donald jr perché i loro nomi compaiono su alcuni assegni che sono serviti per comprare il silenzio di alcune donne legate a Trump. Weisselberg è molto riservato e molto legato ai Trump, come scrisse il New Yorker nel 2016: “'Allen è l’unico che sa tutto', dice un ex manager della Trump Organization. ‘Ma non ti parlerà mai’”. In una intercettazione di Cohen, lo si sente dire a Trump che era stato Weisselberg a dirgli di pagare la American Media Inc, che edita il National Enquirer, “il tabloid di Trump”, perché potesse mettere a tacere Karen McDougal, la playmate con cui Trump aveva avuto una relazione. Nel luglio dello scorso anno, il Wall Street Journal ha rivelato che i pm federali del Southern District of New York hanno dato l’immunità a Weisselberg perché collaborasse nell’inchiesta su Cohen. Ieri molti giornali americani, raccontando la storia di Weisselberg, hanno detto che è lui, “uomo dei soldi” dei Trump, quello che potrebbe dare il colpo di grazia al presidente.

 

Jody Hice, deputato repubblicano della Georgia, ha chiesto a Cohen se il suo avvocato, Lenny Davis, è pagato da Tom Steyer, attivista liberal miliardario. “Non che io sappia”, ha risposto Cohen.

Hice: Chi paga Lanny Davis?

Cohen: Al momento nessuno

Hice: Sta facendo tutto questo a gratis?

Cohen: Sì, e spero che continui a farlo

In seguito, il repubblicano Jordan ha chiesto se Cohen ha intenzione di pagarlo in futuro. “Quando ricomincio ad avere un reddito”, ha risposto Cohen. Jordan: “Non ho mai conosciuto un avvocato che aspetta tre anni prima di essere pagato”.

 

I deputati repubblicani hanno tutti insistito sulla mancanza di credibilità di Cohen e sul suo essere lo strumento di qualcun altro – un liberal presumibilmente – che vuole rovesciare la presidenza Trump. In particolare è stato molto duro lo scambio con Paul Gosar, deputato repubblicano dell’Arizona.

Gosar: Lei è una vergogna di avvocato. Lei è stato espulso dall’ordine. Dovrebbe ricordarsi, ma forse non lo ricorda:, dovere di lealtà, dovere di riservatezza, segreto professionale. Credo che il signore alla sua destra lo capisce molto, molto bene e non farebbe mai ciò che lei sta facendo qui oggi. Ma torniamo alla sua presunta credibilità. Ci vuole far credere di essere un filantropo, un amante della giustizia, la persona che uno in necessità chiamerebbe alle 3 di mattino. No, non lo farebbe nessuno. Proprio per niente. Abbiamo già visto in passato come cambiano le sue testimonianze. Lei è un bugiardo patologico. Non riconosce la differenza tra vero e falso.

Cohen: Mi scusi, parla di me o del presidente?

Gosar: Hey, questo è il mio turno

Cohen: Parla di me o del presidente?

Gosar: Quando faccio una domanda le chiederò di rispondere.

In seguito, dopo che soprattutto il repubblicano Jordan ha continuato a fare domande sulla credibilità di Cohen, Cohen stesso ha detto: “Mi pare interessante che tra lei e i suoi colleghi nessuno mi abbia ancora chiesto qualcosa del presidente Trump. Pensavo di essere venuto qui per questo, oggi. Non per confessare gli errori che ho fatto”, che sono noti, e infatti Cohen andrà in prigione per tre anni.

 

Stormy Daniels, la pornostar che ha ricevuto 130 mila dollari da Cohen per non rivelare la sua relazione con Trump (cosa che poi ha fatto, nei minimi dettagli) ha tuittato durante la testimonianza di Cohen: Grazie

  

 

Wikileaks, durante la testimonianza, ha tuittato una dichiarazione: “Julian Assange non ha mai avuto una conversazione telefonica con Roger Stone. Wikileaks ha fatto sapere di avere a disposizione più di 30 mila email di Hillary Clinton e le ha rese pubbliche il 16 marzo 2016, quando la Clinton era segretario di stato”.

 

 

Ralph Norman, deputato repubblicano della Carolina del sud: E’ mai stato a Praga?

Cohen: Non sono mai stato a Praga

Norman: Mai?

Cohen: Non sono mai stato nella Repubblica ceca.

Secondo il report redatto dalla spia britannica Christopher Steele, il famoso “dossier russo” di cui si discute l’affidabilità da molto tempo, Cohen e altri uomini di Trump sarebbero andati a Praga a incontrare emissari del Cremlino per discutere la campagna di interferenza russa nel processo elettorale americano.

 

Jackie Speier, deputata democratica della California: Quante volte Trump le ha chiesto di minacciare una persona o una società a suo nome?

Cohen: Parecchie volte

Speier: 50?

Cohen: Di più.

Speier: 100?

Cohen: Di più.

Speier: 200?

Cohen: Di più.

Speier: 500?

Cohen: Forse, in dieci anni

Speier: In dieci anni le ha chiesto...

Cohen: E quando diciamo ‘minacciare’ io intendo minacce legali o altre argomentazioni

Speier: Intimidazioni?

Cohen: Un giornalista cattivo che sta scrivendo un articolo.

Sempre la Speier, ha chiesto conto della registrazione che dimostrerebbe che Trump ha colpito – o picchiato – sua moglie Melania. Cohen dice di averne sentito parlare per anni, ma “non credo che Trump abbia mai colpito Melania, credo non lo farebbe mai”.

Parlando in seguito con i giornalisti, la Speier ha detto: “Ci sono sempre più prove che rendono possibile una richiesta di impeachment, ma ci sono molte cose che ancora devono essere valutate”.

La campagna elettorale di Trump per il 2020 ha pubblicato una dichiarazione, mentre il Congresso si prendeva una pausa di un’ora nell’audizione. Definendo Cohen “un criminale, un avvocato radiato e uno colpevole di falsa testimonianza”, la campagna si chiede perché il Congresso ha voluto ascoltarlo.

 

Jimmy Gomez, deputato democratico della California: Mr. Cohen, sa se la dichiarazione dei redditi del presidente era sotto osservazione dell’Irs (l’Agenzia delle entrate americana, ndr) nel 2016?

Cohen: Non so la risposta. Ho chiesto una copia del report per poterlo utilizzare nelle mie dichiarazioni alla stampa, ma non ne ho mai ottenuta una

Gomez: Ha qualche conoscenza di quel che c’era in queste dichiarazioni che il presidente non ha reso pubbliche?

Cohen: Non ne ho. (...) Quel che mi ha detto il presidente è che non voleva che un branco di centri studi specializzati in tasse e materia fiscale controllassero le sue dichiarazioni dei redditi e cominciassero a farle a pezzi, finendo per fargli avere multe e altre conseguenze del genere”.

 

Rashida Tlaib, deputata democratica del Michigan, è intervenuta riguardo alla questione del razzismo: “Solo per fare un appunto, Mr Chairman – ha detto rivolgendosi al presidente della commissione – Il fatto che una persona abbia assunto un dipendente di colore, un nero, non significa che non sia razzista e credo che sia inopportuno che qualcuno dica questa cosa – il fatto che qualcuno usi come testimone un nero, in particolare una donna nera (fa riferimento alla signora Patten), in quest’aula è razzista già di per sé”.

 

Alexandria Ocasio-Cortez, deputata democratica di New York: Stando a quanto è a sua conoscenza, il presidente ha mai presentato asset gonfiati a un’assicurazione?

Cohen:

Ocasio-Cortez: Chi altro è a conoscenza che lo abbia fatto?

Cohen: Allen Weisselberg, Ron Lieberman, and Matthew Calamari.

Ocasio-Cortez: Dove può questa commissione trovare altre informazioni al riguardo? Pensa che dobbiamo rivedere le sue dichiarazioni finanziarie e le dichiarazioni dei redditi e compararle?

Cohen: Sì, e le può trovare alla Trump Organization.

 

Riguardo agli altri due nomi citati da Cohen: Ron Lieberman è il vicepresidente esecutivo della Trump Organization. Nel 2016, il New York Times raccontò che aveva supervisionato le concessioni di contratti per il dipartimento Parchi della città di New York prima di andare a lavorare per Trump. In quel ruolo aveva difeso gli interessi della città in molti accordi con il futuro presidente. Grazie a quella esperienza, Lieberman ha aiutato Trump a fare accordi per alcune strutture ricreative a New York, in particolare il campo da golf nel Bronx di cui ha parlato anche la deputata Ocasio-Cortez, per farsi spiegare da Cohen come funzionavano non soltanto i redditi gonfiati, ma anche gli asset svalutati per ottenere maggiori deduzioni.

Matthew Calamari è il chief operating officer del Trump Organization: è arrivato nella compagnia nel 1981, come bodyguard. Trump lo aveva visto mentre faceva il suo lavoro agli US Open di tennis nel Queens. Il figlio di Calamari, Matthew Calamari Jr., è entrato nella Trump Organization cinque anni fa: fa il bodyguard.

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