Cosa tiene sveglio Trump

Daniele Raineri

Due rapporti del Senato americano spiegano in dettaglio le interferenze russe sul voto 2016. Ma sono diciassette filoni giudiziari a preoccupare il presidente

New York. La commissione Intelligence del Senato americano aveva commissionato a due gruppi di ricercatori due rapporti sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016. I due rapporti sono stati anticipati domenica e ieri dal Washington Post e dal New York Times e confermano alcuni punti importanti – qui si usa il verbo “confermano” perché altre ricerche minori e altri gruppi di studio erano arrivati agli stessi risultati, ma non avevano ancora a disposizione i numeri che invece questa volta le aziende tech americane hanno consegnato al Senato, dopo essersi rese conto in ritardo colpevole di essere state usate dal governo russo. Le aziende sono Facebook, Google e Twitter e ovviamente i dati che hanno fornito includono anche quelli delle piattaforme molto importanti che controllano. Per esempio Facebook ha consegnato anche i dati che riguardano Instagram e Google ha fornito anche i dati di YouTube. I dati esaminati riguardano diversi anni e arrivano fino a metà 2017, quando le aziende americane decisero di intervenire e di troncare il rapporto con gli account della propaganda russa, che era diventato simile a quello che corre tra un ospite più o meno consenziente e un parassita. Anche questa volta però l’operazione trasparenza non è stata completa. I dati forniti sono parziali e quindi lasciano supporre che ci sia ancora molto altro da scoprire.

 

Chi dice “Io non mi faccio condizionare da Facebook al momento di votare” non ha capito come funziona lo schema russo

Vediamo questi punti. Il governo russo ha compiuto uno sforzo di propaganda senza precedenti per aiutare il candidato Donald Trump a prevalere contro il candidato Hillary Clinton. Anzi, non si tratta soltanto dello sforzo di disinformazione politica descritto dai ricercatori, ma anche di operazioni aggressive come la violazione delle mail del Partito democratico compiuta da una squadra di hacker dell’intelligence – che poi ha fatto in modo che tutto il materiale finisse in pasto al pubblico. In questi mesi il procuratore speciale Robert Mueller sta dirigendo un’inchiesta per accertare se questo sforzo russo sia stato fatto in collaborazione con la campagna elettorale di Trump e per ora è tutto in sospeso, ma la premessa c’è: che Mosca tifasse Trump pubblicamente e abbia investito risorse importanti in segreto per appoggiare la sua elezione è fuori discussione. Manca per ora il collegamento e Trump continua a gridare che è una caccia alle streghe, ma intanto sono saltati fuori contatti che prima erano stati negati e alcuni uomini dell’Amministrazione, come l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale Mike Flynn, e alcuni altri uomini molto vicini a Trump come l’ex avvocato Michael Cohen e l’ex direttore della sua campagna elettorale Paul Manafort si sono dichiarati colpevoli e hanno cominciato a collaborare. La difesa a oltranza di Trump come spiegata dal suo consigliere legale ed ex sindaco di New York, Rudy Giuliani – “Soltanto Dio può conoscere la verità!”, ha detto due giorni fa in televisione – non suona convincente e infatti il 66 per cento degli americani secondo un sondaggio Npr crede che il presidente non abbia detto tutto sull’aiuto ricevuto dai russi. Il risvolto da tenere sempre in considerazione è che agli elettori di Trump questa reticenza non importa ai fini del voto.

 

Punto numero due. Questa campagna russa non è finita con l’elezione di Trump, anzi si è intensificata dopo che lui è arrivato alla Casa Bianca. Il che dice molto sulle aspettative riposte nel presidente americano da parte della Russia. I ricercatori hanno provato che l’operazione per influenzare il pubblico americano non coincide con la campagna elettorale, comincia molto prima all’inizio del 2014, accelera molto nel 2014 e poi continua anche dopo la vittoria di Trump nel novembre 2016, perché il neopresidente ha bisogno di aiuto esterno. Interessante: è l’evoluzione di un metodo che il governo russo aveva cominciato ad adottare in patria nel 2009 per fare propaganda tra i cittadini russi e che poi scelse di provare anche all’estero su audience diverse. A giudicare dai numeri ha funzionato. Le venti pagine Facebook più di successo create dai russi con finti nomi americani per fare propaganda hanno generato 39 milioni di like, 31 milioni di condivisioni, tre milioni e mezzo di commenti e sono state viste da 126 milioni di utenti di Facebook . Le 133 pagine create su Instagram con lo stesso scopo hanno raggiunto venti milioni di utenti.

 

Terzo punto: la propaganda non era così rozza come viene dipinta dagli scettici, che dicono “io non voterei mica Trump soltanto perché l’ho letto su Instagram”, e il meccanismo non era così infantile. Si trattava ovviamente di un’operazione più sofisticata. Per esempio i russi non si sono concentrati molto sul convincere gli elettori repubblicani a votare repubblicano, sarebbe stata una perdita di tempo e di risorse investire su quel lato, ma hanno deliberatamente creato tensione, caos e posizioni molto divisive su altri argomenti, a cominciare dalla loro questione prediletta: lo scontro razziale sempre latente negli Stati Uniti. I russi hanno creato molte pagine che pretendevano di dare voce alle proteste dei neri contro i soprusi della polizia e creavano il tipo di tensione che induce gli elettori a votare secondo blocchi etnici, i neri con i neri, i bianchi con i bianchi. Questo è un passaggio molto chiaro della ricerca. I russi non creavano tensioni, sfruttavano quelle già esistenti. Delle 81 pagine che hanno creato trenta erano specificamente dedicate agli afro-americani e hanno adescato un milione e duecentomila follower. Inoltre hanno aperto siti che giocavano sullo slogan “Black Lives Matter”: blackmattersus.com, blacktivist.info, blacktolive.org, blacksoul.us, e hanno aggiunto una rete di canali YouTube con nomi come “Don’t shoot” e “BlackToLive”.

 

Tutti questi siti e queste pagine dedicavano molto spazio alle rivendicazioni della comunità nera e poi al momento opportuno si schieravano con Bernie Sanders e Jill Stein, quindi con il candidato democratico che alle primarie era rimasto il solo sfidante contro Hillary e alla candidata terza che ha sottratto con la sua piattaforma politica molti voti ai democratici. Il bello di questo tipo di operazioni è che non si può quantificare esattamente quanti voti spostano. Sappiamo che quello che circola sulle piattaforme social ha un effetto, ma è difficile quantificarlo e quindi è per ora impossibile attribuire una responsabilità precisa. Il movimento antivaccinista non faceva notizia prima dei social media, oggi l’Italia ha una copertura contro il morbillo inferiore a quella dell’India. C’è un legame, ma non si può afferrare come fosse una prova fisica.

 

L’inchiesta più minacciosa per Trump in questo momento non è quella di Mueller, è quella gestita dalla procura di New York

Numero quattro, l’operazione russa ha incluso anche una coda, una parte finale, per minimizzare l’operazione stessa. Parafrasando Baudelaire, che diceva che il trucco migliore del diavolo era stato convincere il mondo che il diavolo non esiste, molti impostori russi su tutte le piattaforme social prendevano in giro l’idea che i russi potessero avere interferito con le elezioni americane. Insomma “ha stato Putin”, la sapida espressione di chi in Italia minimizza il ruolo della Russia, potrebbe essere uno slogan rilanciato dai russi. Ricordarlo, la prossima volta che qualcuno vuole minimizzare. Non è che tutto quello succede succede per colpa dei russi, ma i russi finanziano un’agenzia, l’Agenzia per la Ricerca Internet, per inquinare la conversazione pubblica. E sarebbe interessante sapere se qualcuno dei numerosi account anonimi che continua a ripetere in italiano le stesse cose che dicono altrove gli account filorussi fa parte di questo tipo di campagna.

 

In tutto questo, c’è da notare che il punto più interessante non è nei due rapporti e non è nemmeno per ora nell’indagine del procuratore speciale. Il rischio reale per Trump in questo momento non arriva da Mueller e dal suo lavoro per scoprire se il presidente sapeva di tutta questa attività russa e se ha collaborato (e se poi ha tentato materialmente di ostacolare l’indagine, che è un reato e potrebbe essere il modo in cui il presidente si è danneggiato da solo), ma da due altri filoni seguiti dai procuratori di New York. Il primo è quello molto chiacchierato nei mesi scorsi che riguarda i pagamenti segreti fatti a due donne perché non rivelassero in campagna elettorale di avere avuto una relazione con Trump mentre lui era sposato. La rivelazione avrebbe potuto danneggiare il candidato, ma la somma versata alle due donne è un reato perché è un uso illegale di denaro in campagna elettorale, colpisce l’interesse degli elettori americani a sapere qualcosa che dovrebbero sapere. Dal punto di vista materiale l’avvocato di Trump, Michael Cohen, si è occupato dei pagamenti ma a leggere le carte che sono uscite si capisce senza ombra di dubbio che è stato diretto ad agire da un soggetto senza nome, “l’Individuo Uno”, che è Trump. Ora considerato che chi paga un altro per commettere un crimine al posto suo è colpevole allo stesso livello, il presidente rischia di essere incriminato come il suo avvocato.

 

Il secondo filone è quello di un comitato che ha raccolto fondi per la cerimonia inaugurale della presidenza, nel gennaio 2017, per la cifra record di 107 milioni di dollari. Secondo il Wall Street Journal, che ha fatto lo scoop la settimana scorsa, i donatori che hanno versato tutti questi soldi l’hanno fatto per poi condizionare Trump e ottenerne favori. Sarebbe stato un gigantesco schema corruttivo, proprio in occasione di quella inaugurazione che per Trump fu un momento molto delicato, perché per giorni sostenne che era stato un enorme successo di pubblico anche se così non fu. L’Fbi aveva segnalato con preoccupazione la presenza alla festa di alcuni membri dell’élite russa. Ieri Wired ha messo in fila i diversi filoni delle inchieste in corso che finiscono per toccare Trump, sono diciassette, anche se in molti casi ruotano attorno agli stessi personaggi, come Manafort e Cohen.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)